“Un quadro vive in compagnia, dilatandosi e ravvivandosi nello sguardo di un visitatore sensibile. Muore per la stessa ragione. È quindi un gesto arrischiato e spietato mandarlo in giro per il mondo” M. Rothko

“Un quadro vive in compagnia, dilatandosi e ravvivandosi nello sguardo di un visitatore sensibile. Muore per la stessa ragione. È quindi un gesto arrischiato e spietato mandarlo in giro per il mondo” aveva appuntato nei sui scritti il pittore Mark Rothko sperando che i suo dipinti potessero essere collezionati da qualcuno capace di cogliere e accogliere, non solo il significato più profondo delle sue opere, ma il senso stesso di tutta la sua ricerca pittorica. Senza compagnia, senza corrispondenza, senza qualcuno che osservi, qualsiasi opera d’arte sembra perdere il senso stesso dell’esistenza. Alla luce dei recenti lockdown le parole di Rothko sembrano una perfetta preghiera per i musei aperti e chiusi e le mostre annullate e posticipate. Sempre a proposito di visitatori sensibili e opere d’arte è stata la Tate Gallery, qualche tempo fa, a inaugurare la pratica dello slow looking per contrastare quello che alcuni studi hanno confermato e cioè che molti visitatori guardano ogni opera in media soltanto per circa 8 secondi. A quanto pare anche le sale dei musei sono vittima dello “scrolling” che tanto amiamo quando siamo su Instagram e su Facebook. E a pensarci bene la richiesta di compagnia non è solo delle opere d’arte – dipinti, sculture, istallazioni, fotografie, video, c’è da scommettere che tutte le immagini – ben 147.000 ogni minuto caricate solo su Facebook – che produciamo e condividiamo siano alla ricerca di qualcuno che le apprezzi, che metta un like e le che riposti salvandole dall’indifferenza e dalla velocità con cui scorrono sulle timeline, in perenne aggiornamento, dei nostri device. Se ad un’opera d’arte dedichiamo 8 secondi in un museo, quanti ne dedichiamo alle foto e ai meme sui social network? Non sono riuscito a trovare nessun dato degno di essere riportato, eppure dovrà esserci qualcosa che cattura, e perché, la nostra attenzione tra tutto quello su cui si posano i nostri occhi? La maggior parte delle immagini che vediamo, probabilmente, non meritano nessuna attenzione, ma alcune di esse funzionano. Funzionano davvero quasi come se fossero dipinti e ci aprono, proprio come fossero finestre, nuovi orizzonti. Il paragone tra un dipinto e una finestra lo dobbiamo a Leon Battista Alberti, il teorico della prospettiva, e questo presuppone che “di fronte alla pittura debba starci qualcuno che la guardi”. Questa è una delle cose che sottolinea molto bene Riccardo Falcinelli nel suo ultimo libro “Figure”, edito da Einaudi, ormai diventato un caso editoriale.

L’autore del libro vuole condividere, come se andassimo a bottega da un maestro di pittura, quali sono i meccanismi segreti che regolano tutte le immagini. Dalle opere rinascimentali fino ad arrivare alle foto che scattiamo e affidiamo ad Instagram. L’originalità di questo lavoro, unico nel suo genere, è data proprio dal fatto che egli non vuole svelare i significati delle immagini, ma provare a raccontare come funzionano non solo le tele che solitamente vediamo nei musei, ma partendo da Brunelleschi si arriva presto a “E.T.” di Steven Spielberg, per non parlare delle copertine di Vogue, dei videogames e di scatti famosi di fotoreporter. Tutto quello su cui possiamo mettere gli occhi, come fosse un orologio, può essere smontato e analizzato per coglierne gli elementi che danno peso, ritmo, slancio o che ci permettono di entrare in un’immagine. E seppur l’intento è non studiare direttamente il senso delle immagini, non è detto che il meccanismo non ci aiuti a svelarne i significati “del resto ogni cultura si dota degli strumenti di cui sente il bisogno per dare forma alla propria visione del mondo” annota Falcinelli.

Perché il nudo maschile è in verticale e quelli femminili sono in orizzontale? Siamo proprio sicuri che mettendo una cornice ad un quadro non stiamo indirizzando la percezione del dipinto? Perché la maggior parte delle tele sono rettangolari? Non è forse vero che con le nostre foto trasformiamo i paesaggi in un panorama, immaginando che i nostri follower si predispongano esteticamente a guardare quello che condividiamo? Riccardo Falcinelli, che da graphic designer ha firmato molte copertine di libri che abbiamo in casa e insegna psicologia della percezione, con questo saggio continua a condividere con passione molte storie della sua vita facendo di questo libro una sorta di confessione di un iconofilo incallito. Leggendo i vari capitoli si verrà sorpresi da molte storie e aneddoti, trucchi e suggerimenti e si cambierà idea su moltissime cose di cui avevamo certezza. La sensazione che si proverà dopo aver letto il libro di Falcinelli, non è necessario farlo tutto d’un fiato anche se sarà difficile centellinarlo, è l’ebrezza di avere uno sguardo nuovo. Dai dipinti alle scene dei film e delle serie tv, dalle pubblicità alle composizioni che il tentatore algoritmo del vostro social network vi riproporrà, nulla sarà più come prima. E ci si accorgerà quanto inconsciamente tutta la storia delle immagini abbia influenzato il nostro sguardo, e di come anche quando scattiamo col cellulare, con quel gesto stiamo chiudendo la realtà dentro una cornice usando un’idea che tipicamente quattrocentesca. Per non parlare dell’entropia che possiamo provare di fronte al flusso visivo che dalla televisione ai social network ci fa vedere la pittura rinascimentale accanto ai cartoni animati, alla foto di gossip, alla tragedia di cronaca, all’icona sacra e a quella pornografica. Eppure un tale affastellamento non è un’invenzione del mondo digitale: sono stati appunto i musei ottocenteschi a rendere istituzionale….

Se si è interessati all’arte questo libro deve stare nella propria libreria, se si è appassionati oltre che di arte anche di fotografia, cinema, architettura e tutto quello che la cultura visuale ha prodotto fino ad ora, questo libro non può mancare sulle scrivanie. Con 500 immagini e più di 334 tra pittori, filosofi, psicologi, musicisti, registi coinvolti dall’autore a svelare cosa possa nascondersi dietro un’immagine. Solo la riflessione sulle nature morte, da sola, vale il tempo che vi regalerete leggendo i 25 capitoli di Figure. Perché dietro quelle composizioni che siano di Caravaggio o di Giorgio Morandi forse il significato potrebbe essere questo: il desiderio che la vita abbia un senso. Quei frutti che presto marciranno (eppure disposti in modo tanto elegante) ribadiscono, con struggimento, la qualità effimera della felicità umana. La composizione in pittura è dunque la vita emendata non del brutto o del doloroso, ma degli aspetti stonati. Se non avete mai pensato ad una cosa del genere o lo avete fatto, in entrambi i casi leggendo questo libro sarete in ottima compagnia. Proprio come quella che cercano gli artisti per le loro opere.