Lo sguardo astroflesso di Cristiano Pintaldi

Tema complesso e percorribile quello della veggenza nel’opera d’arte. Al netto del materialismo più razionale, esistono quadri che preannunciano eventi con raggelante precisione, così come altri rappresentano pattern di metafore rivelatorie: in entrambi i casi la natura del quadro – quasi sempre in ambito pittorico, con l’eccezione di fotografia digitale e creazioni AI – sposta il baricentro da un costrutto grammaticale ad un teorema dell’invisibile, ampliando la coscienza dell’immagine, la sua incidenza oltre la superficie del vero.

Cristiano Pintaldi, Do you stay in the Barbie world?, 2024 acrilico su tela.

Il visibile che intuisce l’ulteriore, la misura nascosta, il cielo oltre l’orizzonte degli eventi. Il quadro che capta segnali da un passato futuribile o da un futuro riabitabile. Opera come sismografo di un tempo quantistico, scevro dal nostro ragionare per schemi di causa ed effetto. L’arte, quella che interpreta il mondo senza copiarlo, ha il potere misterioso di captare segnali in forma simbolica, posizionando l’artista in un ciclo sciamanico che non risolve nulla (per fortuna la scienza si affida agli scienziati) ma che definisce un perimetro dentro l’invisibile. 

Dentro il perimetro dell’invisibile agisce la veggenza visionaria. 

Cristiano Pintaldi (Roma, 1970) è un artista che conosco e stimo da oltre trent’anni. Il mio primo libro per Castelvecchi, quel Nuovo Quadro Contemporaneo (1998) che indagava le molteplici relazioni tra il quadro e le nuove tecnologie, aveva una sua opera in copertina. Mi interessava quel modo originale di concepire la pittura, il gioco analitico tra scienza e invenzione, quel processo archetipico che formulava immagini con la tricromia del modello RGB, mescolando precisione e magia del risultato, nel più virtuoso dei dialoghi tra techne e storia della pittura. 

Cristiano Pintaldi, We are here, 2023 acrilico su tela, cm 90×120.

La mano ad aerografo di Pintaldi mi fa pensare ad una punta laser che incide in micron, una minuziosità che vive il pixel come fosse cellula di proteine cromatiche, lungo dosaggi variabili del nero che determinano l’esito videografico del quadro. Arte di ricomposizione dell’originale secondo processi ottici che ci lasciano camminare tra percezione e definizione, in un gioco di finzioni plausibili che coinvolge frame filmici, immagini satellitari, schegge televisive, tutto ciò che raccolga un impatto compresso tra registrazione e manipolazione, vero e plausibile, noto e rivelatorio (fotografateli col vostro smartphone e vedrete come lavora la vostra retina davanti alla tramatura su tela). 

L’acquisizione del dato tecnico fonde il processo figurativo al cuore profondo dei temi narrati. Osserviamo cieli da cinema 55mm in cui spuntano luci e forme anomale, paesaggi che hanno accolto lo straordinario (Stonhenge, Washington DC, Piazza San Pietro…), pezzi di film in cui si celavano messaggi esoterici, momenti e oggetti che hanno cambiato la Storia (l’assassinio di JFK, le Torri Gemelle a New York, i simboli sul dollaro, gli scenari in Medio Oriente…) ma anche culti mediatici che nascondono complessità (quello con Barbie/Margot Robbie è uno dei quadri più dirompenti della mostra).

Cristiano Pintaldi, Majestic 12, 2023 acrilico su tela, cm 181×269.

Nei due piani della Galleria Mucciaccia si cammina tra finzione filmica e realtà anabolizzata, come se le immagini viaggiassero su uno stesso rigonfiamento degli eventi, un parossismo figurativo che ci fa riconoscere il dato (ogni opera appartiene al circuito degli immaginari diffusi) mentre ci nasconde la sua irradiazione sciamanica, le sue chiavi decriptabili, il suo muoversi oltre la superficie degli eventi. Che crediate o meno ai poteri veggenti poco cambia: vi basti controllare le date lungo la carriera di Cristiano Pintaldi, verificando quante predizioni nel suo sguardo astroflesso (non è un refuso) che sembra scorrere in un circuito protonico alla Christopher Nolan, tra porzioni temporali che si spostano senza ordine progressivo. Passato e futuro dentro un acceleratore pittorico che metabolizza il reale dentro la geometria del pixel, un modus virtuoso di rendere l’occhio imparziale davanti agli eventi, come se uno schema ottico assicurasse maggior penetrazione ai suoi messaggi in codice. 

Cristiano Pintaldi. We are here. Do you stay in the Barbie world?

Mucciaccia Gallery

Largo della Fontanella Borghese 89, Roma

fino al 20 aprile 2024

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Gianluca Marziani
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Gianluca Marziani (Milano, 1970) vive tra Roma e Ibiza. Dagli anni Novanta è ideatore e curatore di mostre d’arte contemporanea. Dopo aver diretto per dieci anni Palazzo Collicola Arti Visive a Spoleto, ha appena fondato, assieme a Stefano Antonelli, SAM Street Art Museum, il primo museo italiano dedicato alle culture ed espressioni urbane. Con Antonelli si occupa di Banksy in maniera scientifica e strutturata: un libro (Giunti, Rizzoli Publishing) uscito in oltre 25 nazioni, circa 30 mostre realizzate e una quindicina di cataloghi monografici, oltre ad un’uscita del libro in tre volumi con il Corriere della Sera e un calendario, sempre col Corriere, in uscita per il 2024. Ha fondato, sempre con Antonelli, la scuola RNARoma New Art Academy e la collana editoriale Matsutake Books Lab. Ha collaborato con il Festival dei Due Mondi per nove edizioni e con la Biennale di Venezia Arte nel 2011. Ha diretto la Fondazione Rocco Guglielmo. Ha curato il Premio Terna e il Premio Celeste. Ha scritto numerosi saggi, monografie e cataloghi tematici. Ha insegnato allo IED di Roma e in molteplici seminari accademici. Ha collaborato con “La Stampa”, “Specchio”, “Panorama”, “Style”, “Numéro”, “L’Espresso”, oltre ad aver scritto per Flash Art e molte altre riviste d’arte. Tiene una rubrica su Dagospia dal titolo “Un Marziani a Roma”. Per i tipi di Red Star Press è in uscita il suo libro “L’arte raccontata ai bambini”.

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