Francia, Gran Bretagna e Polonia scelgono il video. Storie di ecologia, colonialismo e guerra tra suggestioni oniriche e dura realtà

Il Padiglione della Francia è un sogno immersivo. Una musica ritmata e suadente guida il visitatore attraverso installazioni di stoffa sfilacciata, fluttuante al minimo movimento, ostacoli che si è costretti ad aggirare con movimenti quasi natatori, immediatamente trascinati in quella stessa sensazione subacquea che comunicano i sei video proiettati in loop sulle pareti. Un attimo e quelle sculture lievi, appese per lo più al soffitto, fili di lana che si allungano come tentacoli, resti consumati di reti da pesca colorate come la fauna tropicale, viticci pronti ad avvilupparti che sembrano sgorgare da resti di relitti consumati dal mare, diventano nell’immaginazione una foresta di coralli, terribile e seducente come il canto delle sirene.

Installazione di Julien Creuzet.

Il passo stesso con cui ci si muove tra le sale, in pochi minuti si adatta alla musica di sottofondo, ed è con un movimento liquido che si accede ai video, sempre seminascosti dall’ondeggiare delle installazioni. Video invasi di blu, danze sottomarine di corpi che sono forse umani, forse ibridi tra l’umano e l’animale ma forse anche vagamente divini: dèi scesi da un olimpo onirico che mettono in scena per noi misteriosi riti antichi.

Julien Creuzet.

Julien Creuzet – caraibico di origine, nato a Parigi nel 1986, un viso alla Basquiat sovrastato da una massa di dreadlock imponente come una corona – ci racconta per libere associazioni e per emozioni una storia di bellezza e di natura che mette le radici nella sua infanzia, quando con il padre si immergeva alla ricerca del raro e bellissimo ragno rosso delle Antille (il matoutou falaise), un animale pacifico, addomesticabile e stupendo nei suoi colori ipnotici, che per essere visto costringeva i “cacciatori” ad aguzzare lo sguardo tra pesci guizzanti e anemoni spalancate. Quando però noi ci risvegliamo dal sogno dei suoi video e spingiamo l’attenzione al dettaglio, cogliamo sulla superficie di quel mare perfetto frammenti, rifiuti, residui di plastica, a ricordarci che l’idillio è stato violato.

John Akomfrah.

Se Creuzet sceglie la strada del piacere per farci arrivare gradualmente e senza traumi alla consapevolezza, più diretto è il messaggio di John Akomfrah, nato in Ghana nel 1957 e arrivato in Gran Bretagna a 5 anni. L’artista è per la terza volta in Biennale – dopo essere stato invitato nel 2015 e aver firmato nel 2019 il Padiglione del Ghana – e oggi è il Padiglione della Gran Bretagna a ospitare il suo lavoro pulito, ineccepibile e molto efficace. Ancora video – Akomfrah è regista e sceneggiatore – ma questa volta all’insegna di un documentarismo ad alto tasso estetico. Video a perdita d’occhio, qui: tantissimi video che si sovrappongono, si incrociano, dialogano, si rincorrono, si specchiano uno nell’altro, giocano di sponda. Sono divisi in Canti, come nella Divina Commedia, e se al piano inferiore del Padiglione si trovano narrazioni sostanzialmente dedicate alla natura (scorrere di ruscelli, scrosciare di pioggia), una volta salite le scale le storie vanno concentrandosi sul tema del colonialismo, delle sue storture e dei suoi lasciti. L’acqua domina, sempre, nelle immagini e nella traccia sonora che accompagna lo spettatore sala dopo sala – tutte allestite con comodi divani dove seguire con calma l’opera – e lentamente, mentre lo sguardo vaga tra un video e l’altro, ipnotizzato e catturato dai rimandi, sedotto da immagini pacate, sobrie e di grande intensità, il racconto si dipana e il pensiero comincia a ricostruire le vicende: storie di coloni, di uomini bianchi che detengono il potere e di donne nere che devono ubbidire, di navi che solcano mari e di altre incagliate in attesa, di bananiere e di case eleganti, di corpi e di oggetti, con momenti stranianti e lirici, come quando improvvisamente, abbandonati sul fondo di una barca, lo spettatore riconosce una serie di ritratti di Hans Holbein il Giovane, ritrattista alla corte di Enrico VIII.

Video installazione di John Akomfrah.

Poi si varca la soglia del Padiglione della Polonia, e quei video che fino ad ora ci avevano blanditi, accarezzati, e poi incuriositi con le storie da decriptare, cominciano a fare male. Open Group (collettivo ucraino formato dai poco più che trentenni Yuriy Biley, Paulo Kovach e Anton Varga) ci sbatte in faccia la realtà della guerra attraverso le immagini di rifugiati dall’Ucraina che raccontano dalla loro viva voce i suoni del terrore.

Collettivo Open Group.

Inquadratura fissa, la più assoluta normalità (una signora di mezz’età, un vecchio, una ragazza: senza trucco e senza inganno), due parole per presentarsi e poi quel suono riprodotto con la bocca, l’ossessione di qualcosa che si è udito e che è entrato dentro fino a diventare parte di te: può essere la scarica di un fucile da assalto come la sirena di un allarme, il colpo di un mortaio o il fruscio di un missile balistico. La faccia si contrae, la bocca si prepara e poi si libera il suono, ripetitivo, ossessivo, mentre le lettere in sovraimpressione ne ricostruiscono la grafia e si colorano grottescamente come in un karaoke dell’orrore. Tre, quattro, cinque volte. E poi il protagonista dice: “Ripetete dopo di me”, come fosse l’insegnante di inglese alle elementari. Nella stanza buia – dove due video simili, uno del 2022 e uno del 2024, si fronteggiano, accendendosi a volte a sorpresa con l’effetto di far sussultare i visitatori – tavoli forniti di microfoni invitano il pubblico a farlo, a “ripetere dopo di loro”, e in quel silenzio ovattato, rotto solo dai suoni della guerra, improvvisamente qualcuno, accanto a te, lo fa davvero. Strappandoti un brivido.

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