Migliaia di fili colorati cuciti al pavimento e al soffitto, per ricreare spettri di luce scomposti in colori. Nascono così gli arcobaleni nelle stanze di Gabriel Dawe.

Chiodi, fili colorati e intrecci geometrici: ecco gli ingredienti che Gabriel Dawe utilizza per creare installazioni che appaiono come fasci di luce rifratta. Come arcobaleni nelle stanze che ospitano le sue mostre. Le sue opere sono costituite da migliaia di filamenti di poliestere cucite dal pavimento al soffitto, per ricreare uno spettro di luce scomposto in 15 colori. I colori vivi delle sue installazioni site specific si alterano in base all’angolazione da cui sono osservati, e si dissolvono gli uni negli altri, creando illusioni ottiche dovute ai giochi di percezione e profondità.

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Plexus A1, 2015

Le atmosfere colorate e cangianti di Gabriel Dawe hanno una valenza fortemente evocativa: l’arcobaleno di Dawe non appare dopo la tempesta, ma suscita in chi lo guarda una tempesta di emozioni. Immediata è la rievocazione dell’infanzia e dei sentimenti di stupore e meraviglia che da piccoli ci invadevano non appena spuntava l’arcobaleno in cielo. Nelle sue opere, inoltre, il richiamo al mondo della moda e dell’architettura. La serie intitolata Plexus, infatti, esplora il bisogno umano di riparo e il concetto di vulnerabilità. La moda, così come l’architettura,  hanno la funzione di proteggere e coprire l’individuo: Dawe ripropone queste istanze creando monumentali fasci di luce rarefatta attraverso ago e filo.

Plezus n. 29

Alla base di tutte le creazioni di Gabriel c’è la rielaborazione della tradizione artigianale e cromatica del suo paese d’origine, il Messico. Gabriel Daw, da buon provocatore, ha deciso di sovvertire le regole dell’arte del ricamo, emblema della cultura popolare messicana, spesso associato alla figura di donna. In quest’ottica l’artista diventa protagonista di un’arte che è sempre stata definita minore e prettamente femminile, dimostrando, invece, che la tessitura è una pratica ancora viva e che chiunque può approcciarsi ad essa. È importante sapere che Gabriel Dawe realizza tutte le sue opere manualmente, armandosi di un grosso ago da cucito per connettere le estremità opposte con fili di infinite gradazioni, ripetendo la stessa operazione fino ad ottenere il risultato sperato. Curiosamente, al termine di ogni esposizione, Dawe recupera i fili utilizzati, per poi riutilizzarli dando loro una nuova forma. Un esempio? La serie di opere intitolate Relics, letteralmente “Cimeli”, è stata assemblata mettendo insieme i fili delle serie Plexus.