Quel rubacuori di Vincent

Quanti di quelli che in questi giorni a Milano affollano il Mudec (la mostra Vincent Van Gogh, pittore colto, è in programma fino al 24 gennaio) o che stanno prenotando la Van Gogh Immersive Experience allo Scalo Farini di Milano, sanno che Van Gogh era anche, tra le altre cose, un inguaribile romantico?

“Chi non ha imparato a dire ‘lei e nessun’altra’ sa che cos’è l’amore?”. Ebbene sì: pare che questa citazione sia sua (e a guardare bene, in effetti, è piuttosto contorta e tocca leggerla un paio di volte per capire esattamente che cosa significhi…). Prendiamo la storia dell’orecchio: tra le varie ipotesi pare che l’artista se lo sia mozzato per farne dono a Rachele, conosciuta in uno dei bordelli di Arles che lui e il collega Gauguin frequentavano abitualmente (e di cui Vincent, naturalmente, si era innamorato). Diciamolo, che cosa può conquistare una ragazza meglio di una cartilagine sanguinolenta?

Del resto, i precedenti parlano chiaro. Il primo amore di Vincent è Eugenie Loyer, figlia della donna presso la quale l’artista diciannovenne abita a Londra, quando ancora artista non è e lavora per la Maison Goupil. Bionda, delicata e micidiale, Eugenie è la classica gatta morta, che prima lo cucina a fuoco lento e poi, davanti alla sua passione e alla sua domanda di matrimonio, millanta un altro fidanzato e gli gira le spalle. Lui – manco a dirlo – impazzisce e diventa uno stalker. 

Poi è la volta della cuginetta Kee, accolta in casa dalla madre di Van Gogh perché rimasta precocemente vedova con un bimbetto di quattro anni. Quando lui le dichiara il suo amore, la reazione della ragazza è quella di scappare terrorizzata. Dopo averla inseguita a casa dei suoi (oggi Vincent sarebbe un soggetto attenzionato) ed esserne stato di nuovo rifiutato, lui, per tutta risposta, afferra una lampada ad olio e se la rovescia sulla mano, ustionandosi.

Ma il capolavoro è l’incontro con Sien, al secolo Clasina Maria Hoornik. Oramai Vincent ha quasi trent’anni e deve aver capito che gatte morte e cugine riottose non fanno per lui. Così cambia genere. Decisamente. Clasina è seduta su una panchina, con lo sguardo inebetito, apparentemente incurante del vento gelido di gennaio che soffia su l’Aia e della bimbetta seduta accanto a lei che piagnucola, rabbrividendo in un vestitino troppo leggero per la stagione. Indossa un abito un po’ troppo appariscente, Clasina, per poterla immaginare una signora che ha portato la figlia al parco: pieno di pizzi e gale che tuttavia non riescono a nascondere l’avanzata gravidanza. Già, Clasina è una prostituta disperatamente sola, senza un tetto, impossibilitata a trovare clienti a causa dell’imminente nuova maternità e per giunta – quello Vincent lo vedrà solo quando si sarà avvicinato, ma non ci farà caso – con la pelle devastata dal vaiolo. Lui se ne innamora follemente, se la porta a casa, la ribattezza Sien e ne fa la sua musa. Si ringalluzzisce all’idea di diventare padre (!) e comunica a mamma e papà di volersi sposare.

La famiglia ovviamente esce di testa. Il caso però gira a favore di Van Gogh senior quando la fidanzatina del figlio – che forse, a ben vedere, ha ripreso la professione – attacca a Vincent la gonorrea. L’artista è dunque costretto a una degenza in ospedale che mamma e papà, con un colpo di genio, prolungano con un internamento psichiatrico. Il resto è storia. 

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