Trenta artisti, mille esperienze: l’esposizione che non resta mai la stessa. Alla Fondazione Beyeler di Basilea

Attualmente si intitola “Cloud Chronicles”, ma il titolo è destinato a cambiare, come già successo nelle scorse settimane. Infatti, il giorno della sua inaugurazione, la prima collettiva in 25 anni di storia della Beyeler si chiamava “Dance with Daemons” e altri 15 appellativi ancora la attendono fino alla chiusura. 

Una mostra totalmente pensata, elaborata, prodotta e presentata dagli artisti stessi. Nel comitato curatoriale intergenerazionale sono presenti creativi quali Precious Okoyomon, artista britannica classe 1993, Philippe Parreno e Tino Sehgal, che hanno lavorato fianco a fianco a curatori del calibro di Hans Ulrich Obrist, Sam Keller, Mouna Mekouar e Isabela Mora.

Fondation Beyeler, Riehen/Basel, 2024
Philippe Parreno, Membrane, 2023, cybernetic structure with sensorimotor capabilities and generative language processing; courtesy of the artist © Philippe Parreno; Fujiko Nakaya, Untitled, 2024, Potable water, 600 Meefog nozzles, High pressure pump motor system, Courtesy of the artist, © Fujiko Nakaya
Photo: Jannik Hon

Il percorso di visita coinvolge il giardino e tutte le sale della Fondazione, compresi biglietteria e guardaroba, occupati dai lavori di ben 30 creativi impegnati in molte discipline dello scibile umano: dalle arti visive alla filosofia, dalla poesia alla musica. Si ritrovano alcuni dei nomi più celebri dell’intera storia dell’arte suddivisi tra collezione permanente e installazioni pensate apposta per l’occasione: Picasso, George Braque, Van Gogh, Alberto Giacometti, Costantin Brancusi, Josef Albers, Louise Bourgeois, Jeff Koons, Arthur Jafa, Felix Gonzalez-Torres, Rirkrit Tiravanija e la lista è ancora molto lunga.

Fondation Beyeler, Riehen/Basel, 2024
Philippe Parreno, Membrane, 2023, cybernetic structure with sensorimotor capabilities and generative language processing; courtesy of the artist © Philippe Parreno; Fujiko Nakaya, Untitled, 2024, Potable water, 600 Meefog nozzles, High pressure pump motor system, Courtesy of the artist, © Fujiko Nakaya
Photo: Mark Niedermann

I creativi e i loro studi hanno presentato un’opera chiave della propria poetica o ne hanno rivisto alcuni elementi per giungere ad un lavoro site specific, a volte creando a quattro mani con altri professionisti. Come Carsten Höller con il giovane scienziato Adam Haar, specializzato in ricerca sul sonno e sul funzionamento cerebrale durante la fase cosiddetta rem. Nella sala N i due propongono un’installazione che si attiva grazie al pubblico, invitato a riposare per un’ora all’interno di una particolare stanza da letto (“DREAM HOTEL 1: DREAMING OF FLYING WITH FLYING FLY AGARICS”). In questo ambiente speciale si può anche trascorrere la notte, previa prenotazione.

Invece Frida Escobedo ha dato vita alla grande struttura spirali forme in carta pesta, bambù, semi e lana che contiene la scelta di 800 volumi fatta dal filosofo Federico Campagna (“A LIBRARY AS LARGE AS THE WORLD”). 

Si trova nella sala K e richiama i giardini di Pantelleria. 

Non è un caso che l’intera esposizione della Fondazione Beyeler si ponga come obiettivo quello di stimolare la libertà creativa, lo scambio interdisciplinare e la responsabilità collettiva. 

È una sorta di organismo vivente che cambia e si trasforma passando da una performance in onore di Ludwig Van Beethoven di Tino Sehgal, allo spostamento di alcune opere della collezione permanente della Fondazione, esposte nelle sale dalla D alla I, orchestrato sempre dallo stesso Sehgal. Per inciso all’esperienza musicale, intitolata “THE JOY”, si assiste comodamente appoggiati a delle strutture in gomma e legno di Philippe Parreno.

Fondation Beyeler, Riehen/Basel, 2024
Collection on the Move
© Gerhard Richter; Marlene Dumas; 2024, ProLitteris, Zurich
Photo: Mark Niedermann

Proprio negli spazi della permanente si concentra, forse più che in altri, quella sorta di magia che avvolge la mostra: sono oltre 70 i capolavori della storia dell’arte moderna e contemporanea, da Monet a Van Gogh, da Warhol a Giacometti, che dialogano tra loro o con i lavori dei contemporanei Marlene Dumas, Michael Armitage e Pierre Huyghe. Il classico e statico allestimento museale qui diventa dinamico e fluido sia per gli accostamenti che per il cambio regolare di opere, effettuato da addetti dello staff dell’istituzione, dotati di scala e di tutti gli strumenti necessari, con il pubblico che gira tranquillo per le stanze. 

Così un capolavoro di Giacometti sembra osservare un quadro di Bacon, affiancato ad uno di Rudolf Stingel, mentre in un’altra sala, quasi a mimare una pennellata di colore su una tela bianca, una sequenza ondulatoria di cornici appese inizia con un lavoro di Ellsworth Kelly e termina con uno di Piet Mondrian. Nel giardino si incontrano, invece, le opere di Dominique Gonzalez-Foerster, di Fujiko Nakaya, di nuovo di Philippe Parreno e di Precious Okoyomon.  

In particolare quest’ultima ha ricreato un piccolo ecosistema all’interno di una serra, riunendo organismo viventi che hanno tutti un livello di tossicità dal lieve al mortale, sovvertendo così gli ideali di bellezza e fragilità associati ad alcuni fiori e animali.

Fondation Beyeler, Riehen/Basel, 2024
© The Easton Foundation; Pawel Althamer; Succession Alberto Giacometti; Succession Picasso; 2024, ProLitteris, Zurich
Photo: Stefan Bohrer

Una mostra che farà di certo scuola, in parte simile a delle collettive quali “Il Tempo del Postino” (2009, organizzata da Art Basel, Fondation Beyeler, Theatre Basel con il sostegno della LUMA Foundation) e “To the Moon via the Beach” (2012, commissionata e prodotta da LUMA Foundation): un progetto che vuole tracciare molteplici percorsi piuttosto che dare una chiave di lettura univoca e che invita tutti, spettatori ed artisti, a contribuire a livello interpretativo e finanche creativo.

Quindi, foglio di sala alla mano, prendetevi almeno due ore e passatele alla Fondazione Beyeler: ne uscirete davvero arricchiti.

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