Le Madonne di Paladino, un modello per l’arte sacra contemporanea?

A Palazzo Boncompagni di Bologna e fino al 2 giugno c’è una bellissima mostra di Mimmo Paladino che, oltre a opere ben note, dai cavalli all’elmo, presenta una novità: sei Madonne di medio formato nello stile Paladino… più o meno.

Mimmo Paladino.

Non è la prima volta che l’artista affronta il sacro. Tanto per dirne una, i messali che si usano in tutte le chiese sono illustrati con suoi disegni. Ma qui è diverso, non è una commissione di un ente cattolico, ma una sua libera scelta tematica inserita in una mostra tra vari altri temi. Ovvero, un tema sacro per il quale si reclama lo stesso diritto e la stessa considerazione estetica che per tutti gli altri. Di questi tempi, un atto di coraggio.

Il nuovo messale utilizzato nelle chiese dal 2020 con i disegni di Mimmo Paladino.

La guida – chissà perché si visita solo con gruppi guidati – domanda alla gente se per loro sono Madonne oppure maternità. Risposta unanime: maternità! Come a dire, come ti viene in mente che un artista di questa importanza si metta a dipingere Madonne? Invece è proprio così, parola dello stesso Mimmo Paladino: che, sul numero di dicembre della rivista “Arte cristiana“, ha dichiarato di aver iniziato a dipingere queste Madonne quando è iniziata la guerra a Gaza, “come una specie di preghera“.

Bisogna dire che sono molto coinvolgenti. Mezzo busto, totale frontalità, bidimensionalità, il Bambino davanti, diciamo “in grembo”, disegno rigido che ricorda il romanico, campiture di colore piatto e uniforme. Di tutta la mostra costituiscono la sala che smuove di più il cuore del visitatore. Non necessariamente nel senso della fede.

Ora, per me l’importanza sta nel fatto stesso. Bazzicando da una vita l’arte sacra contemporanea, sono arrivato a definire due possibili derive che realmente si danno. Prima, il committente (preti) è attaccato a una non meglio definita tradizione per cui tutto ciò che gli sembra “moderno” (altro termine poco chiaro) non va bene; ed ecco le tante opere oleografiche o semplicemente stupide che si vedono in tante chiese.

Seconda, il committente (preti) si rivolge a un artista di grido e lo lascia fare. Ora, povero artista, intimidito, magari non credente e nemmeno istruito in cose di religione, si trova a sollevare un macigno impossibile. Lo diceva anni fa Maurizio Cecchetti comparandolo col mito di Sisifo. Allora si grida allo scandalo dicendo, e spesso è vero, che quell’opera non è adatta né alla liturgia né alla devozione. Eppure forse è una notevole opera. Solo che gli artisti del Rinascimento, per esempio, oltre a essere personalmente competenti, avevano fior di teologi come consulenti.

Michelangelo, in uno dei primi disegni per il Giudizio della Sistina (che conserviamo) fece una Madonna, al posto dov’è adesso ma inginocchiata in atteggiamento supplicante per la salvezza di tutti. Gli fecero notare che quello non sarà più il momento della misericordia ma della sola giustizia. E venne fuori quella Madonna rannicchiata in se stessa, quasi terrorizzata da quel che sta succedendo.

A dire il vero, ci sarebbe una terza via: rifare, con qualche sfumatura contemporanea, le cose classiche. E su questo non ho un’opinione. La Chiesa non uscirà mai da questa aporia finché non si deciderà a chiamare artisti validi e a guidarli. Da un altro punto di vista vuol dire spendere soldi, ma sono soldi molto ben spesi.

Io non so come sono nate queste Madonne di Paladino ma restano un modello, magari un seme che può germogliare in altri artisti.

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Michele Dolz
Michele Dolz
È nato a Castellón (Spagna) nel 1954 e si è trasferito in Italia nel 1976. Vive e lavora a Milano. È docente di Storia dell’Arte e autore di numerosi libri e articoli. Allievo del pittore spagnolo Salvador Pérez, ha sviluppato una pittura meditativa e al tempo stesso di grande espressività. Ma non disdegna la fotografia, benché la utilizzi sempre come parte di altre opere. Hanno scritto di lui: Chiara Canali, Elena Pontiggia, Eneas Capalbo, Giorgio Seveso, Roberto Borghi, Maurizio Cecchetti, Andrea Beolchi, Davide Coltro, Sebastiano Grasso, Joan Feliu e altri.

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