Umanesimo Artificiale: l’installazione esposta al MAXXI trasforma il DNA in note musicali

Re:Humanism | Re:define the boundaries, 2021, exhibition view. Photo by Sebastiano Luciano; courtesy Re:Humanism.

Il collettivo di artisti Umanesimo Artificiale rientra tra i finalisti del prestigioso premio Re:Humanism 2: una ricerca contemporanea dove l’Intelligenza Artificiale incontra la biologia e il sound design.

Anche il collettivo Umanesimo Artificiale rientra a far parte dei nomi selezionati dalla giuria di Re:Humanism Art prize. Il risultato è Re:define the Boundaries: collettiva pulsante nello Spazio Corner del MAXXI.

A guidare il team è l’art director Filippo Rosati (fondatore di Umanesimo Artificiale),  insieme al quale, per ABCD1, collaborano il compositore e sound artist Moisés Horta Valenzuela e il ricercatore Fabio Rovai.

Un’indagine che mette le proprie radici ben più in là di adesso.

Infatti, come testimonia Rosati, “questo primo output rappresenta il risultato di all’incirca quattro anni di lavoro”; facciamo un passo indietro per capirne le origini.

Più di 10 anni fa mi è stata diagnosticata l’adrenoleucodistrofia: una malattia genetica rara che colpisce il sistema nervoso. Sostanzialmente, questa patologia degenerativaè causata da mutazioni nel gene ABCD1”.

Ecco allora che Umanesimo Artificiale nasce nel 2018: già al tempo, Filippo, insieme a un team di programmatori fanesi, stava lavorando alla creazione di uno strumento non artistico, che fosse in grado di diagnosticare malattie rare attraverso l’ IA.

L’opera selezionata dunque, testimonia un tentativo concreto di come questa Intelligenza Artificiale potesse influenzare anche il processo creativo. “Tutto ciò, è potuto emergere grazie all’incontro e lo scambio con altri ricercatori. Il collettivo infatti, ha da subito indagato il tema consultando i preziosi database del Professor Stephan Kemp.

Per analogia, il frutto di questi studi, è stato poi post prodotto in ABCD1:installazione esposta al MAXXI, in cui gli artisti sono riusciti a trasformare il DNA in note musicali.

L’opera consiste in una traduzione visivo-sonora delle stesse catene di proteine, dove il lato sinistro testimonia il gene sano, mentre quello destro attesta il gene mutato.

L’intervento di Valenzuela, accorcia le distanze in merito alla fase di sonificazione:

“Nella soundtrack dovevamo riuscire a trasporre la laboriosità di questi processi. Codificando uno script Python, sono riuscito a tradurre la sequenza del DNA in una monofonica MIDI. A questo punto, ogni lettera corrispondeva a una specifica nota. Poiché tale composizione risultava troppo semplice, istruendo una GAN con i miei suoni, siamo riusciti a ottenere un risultato che soddisfacesse le aspettative iniziali”.

La sonorità finale è stata poi impostata considerando la bilateralità stereo, in modo  da evocare un’alternanza straniante. La cifra sonora, richiama sicuramente la techno industrial.

Rovai conclude:“Il primo output di un progetto in continua evoluzione. Tutt’ora, si stanno già delineando i presupposti per un’estensione più scientifica”.

In attesa di ulteriori sviluppi, non resta che rimanere sintonizzati sui canali ufficiali e il gruppo Discord.

Cover Photo Credits: Numero Cromatico, Epitaphs for the Human Artist, 2021, exhibition view. Photo by Sebastiano Luciano; courtesy Re:Humanism.

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Il collettivo di artisti Umanesimo Artificiale rientra tra i finalisti del prestigioso premio Re:Humanism 2: una ricerca contemporanea dove l’Intelligenza Artificiale incontra la biologia e il sound design.

Anche il collettivo Umanesimo Artificiale rientra a far parte dei nomi selezionati dalla giuria di Re:Humanism Art prize. Il risultato è Re:define the Boundaries: collettiva pulsante nello Spazio Corner del MAXXI.

A guidare il team è l’art director Filippo Rosati (fondatore di Umanesimo Artificiale),  insieme al quale, per ABCD1, collaborano il compositore e sound artist Moisés Horta Valenzuela e il ricercatore Fabio Rovai.

Un’indagine che mette le proprie radici ben più in là di adesso.

Infatti, come testimonia Rosati, “questo primo output rappresenta il risultato di all’incirca quattro anni di lavoro”; facciamo un passo indietro per capirne le origini.

Più di 10 anni fa mi è stata diagnosticata l’adrenoleucodistrofia: una malattia genetica rara che colpisce il sistema nervoso. Sostanzialmente, questa patologia degenerativaè causata da mutazioni nel gene ABCD1”.

Ecco allora che Umanesimo Artificiale nasce nel 2018: già al tempo, Filippo, insieme a un team di programmatori fanesi, stava lavorando alla creazione di uno strumento non artistico, che fosse in grado di diagnosticare malattie rare attraverso l’ IA.

L’opera selezionata dunque, testimonia un tentativo concreto di come questa Intelligenza Artificiale potesse influenzare anche il processo creativo. “Tutto ciò, è potuto emergere grazie all’incontro e lo scambio con altri ricercatori. Il collettivo infatti, ha da subito indagato il tema consultando i preziosi database del Professor Stephan Kemp.

Per analogia, il frutto di questi studi, è stato poi post prodotto in ABCD1:installazione esposta al MAXXI, in cui gli artisti sono riusciti a trasformare il DNA in note musicali.

L’opera consiste in una traduzione visivo-sonora delle stesse catene di proteine, dove il lato sinistro testimonia il gene sano, mentre quello destro attesta il gene mutato.

L’intervento di Valenzuela, accorcia le distanze in merito alla fase di sonificazione:

“Nella soundtrack dovevamo riuscire a trasporre la laboriosità di questi processi. Codificando uno script Python, sono riuscito a tradurre la sequenza del DNA in una monofonica MIDI. A questo punto, ogni lettera corrispondeva a una specifica nota. Poiché tale composizione risultava troppo semplice, istruendo una GAN con i miei suoni, siamo riusciti a ottenere un risultato che soddisfacesse le aspettative iniziali”.

La sonorità finale è stata poi impostata considerando la bilateralità stereo, in modo  da evocare un’alternanza straniante. La cifra sonora, richiama sicuramente la techno industrial.

Rovai conclude:“Il primo output di un progetto in continua evoluzione. Tutt’ora, si stanno già delineando i presupposti per un’estensione più scientifica”.

In attesa di ulteriori sviluppi, non resta che rimanere sintonizzati sui canali ufficiali e il gruppo Discord.

Cover Photo Credits: Numero Cromatico, Epitaphs for the Human Artist, 2021, exhibition view. Photo by Sebastiano Luciano; courtesy Re:Humanism.

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Il collettivo di artisti Umanesimo Artificiale rientra tra i finalisti del prestigioso premio Re:Humanism 2: una ricerca contemporanea dove l’Intelligenza Artificiale incontra la biologia e il sound design.

Anche il collettivo Umanesimo Artificiale rientra a far parte dei nomi selezionati dalla giuria di Re:Humanism Art prize. Il risultato è Re:define the Boundaries: collettiva pulsante nello Spazio Corner del MAXXI.

A guidare il team è l’art director Filippo Rosati (fondatore di Umanesimo Artificiale),  insieme al quale, per ABCD1, collaborano il compositore e sound artist Moisés Horta Valenzuela e il ricercatore Fabio Rovai.

Un’indagine che mette le proprie radici ben più in là di adesso.

Infatti, come testimonia Rosati, “questo primo output rappresenta il risultato di all’incirca quattro anni di lavoro”; facciamo un passo indietro per capirne le origini.

Più di 10 anni fa mi è stata diagnosticata l’adrenoleucodistrofia: una malattia genetica rara che colpisce il sistema nervoso. Sostanzialmente, questa patologia degenerativaè causata da mutazioni nel gene ABCD1”.

Ecco allora che Umanesimo Artificiale nasce nel 2018: già al tempo, Filippo, insieme a un team di programmatori fanesi, stava lavorando alla creazione di uno strumento non artistico, che fosse in grado di diagnosticare malattie rare attraverso l’ IA.

L’opera selezionata dunque, testimonia un tentativo concreto di come questa Intelligenza Artificiale potesse influenzare anche il processo creativo. “Tutto ciò, è potuto emergere grazie all’incontro e lo scambio con altri ricercatori. Il collettivo infatti, ha da subito indagato il tema consultando i preziosi database del Professor Stephan Kemp.

Per analogia, il frutto di questi studi, è stato poi post prodotto in ABCD1:installazione esposta al MAXXI, in cui gli artisti sono riusciti a trasformare il DNA in note musicali.

L’opera consiste in una traduzione visivo-sonora delle stesse catene di proteine, dove il lato sinistro testimonia il gene sano, mentre quello destro attesta il gene mutato.

L’intervento di Valenzuela, accorcia le distanze in merito alla fase di sonificazione:

“Nella soundtrack dovevamo riuscire a trasporre la laboriosità di questi processi. Codificando uno script Python, sono riuscito a tradurre la sequenza del DNA in una monofonica MIDI. A questo punto, ogni lettera corrispondeva a una specifica nota. Poiché tale composizione risultava troppo semplice, istruendo una GAN con i miei suoni, siamo riusciti a ottenere un risultato che soddisfacesse le aspettative iniziali”.

La sonorità finale è stata poi impostata considerando la bilateralità stereo, in modo  da evocare un’alternanza straniante. La cifra sonora, richiama sicuramente la techno industrial.

Rovai conclude:“Il primo output di un progetto in continua evoluzione. Tutt’ora, si stanno già delineando i presupposti per un’estensione più scientifica”.

In attesa di ulteriori sviluppi, non resta che rimanere sintonizzati sui canali ufficiali e il gruppo Discord.

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