Frida Kahlo – L’arte di mettersi in scena

Anche per il 2019 Frida Kahlo si sta rivelando la celebrity dell’arte, tanto che Mondadori Electa ha deciso di pubblicare Frida Kahlo – L’arte di mettersi in scena che racconta come l’artista messicana sia diventata un’icona della storia dell’arte.

Se avesse un profilo Instagram Frida Kahlo sarebbe l’artista con più followers in assoluto. Sarà difficile essere smentiti, anche per il 2019 l’artista più “social” sarà proprio Frida. Su Instagram si possono trovare ben 3.2 milioni di citazioni per l’artista messicana, mentre per Picasso e Van Gogh siamo a 2 milioni. Banksy è arrivato a sommarne già a 1,6 milioni, superando il “povero” Andy Warhol che raggiunge 1.4 milioni di hashtag mentre Leonardo si difende bene con 500 mila richiami. La Khalo continua a suscitare interesse e il fenomeno non dà segnali di crisi. Ormai troviamo l’immagine di Frida ovunque: sulle tazze, le t-shirt, i portachiavi, i poster, i calzini, i libri. A tal proposito, abbiamo a disposizione una bibliografia ampissima a partire dal 1983 quando veniva pubblicato il libro di Hayden Herrera “Frida: a biography of Frida Kahlo” , tradotto e pubblicato in Italia nel 1991, da cui poi nel 2002 verrà tratto il film con  Salma Hayek  diretto da Julie Taymor.  Anche alle aste Frida non si smentisce: nel maggio 1990, stando alle cronache dell’epoca, uno dei suoi autoritratti fu battuto da Sotheby’s per 1,5 milioni di dollari e fu il dipinto più pagato per un artista latinoamericano.
Frida Kahlo L’arte di mettersi in scena
Se all’inizio della sua attività i suoi dipinti venivano comprati dalla cerchia di amici, oggi Frida Kahlo ha collezionisti del calibro di Madonna che ha confessato di aver trovato in Frida Kahlo, un modello da seguire quando era all’inizio della sua carriera.  In Italia Frida è una celebrità che attira visitatori nei musei ogni volta si organizzi una mostra. Come dimenticare il successo della mostra milanese al MUDEC curata da Diego Sileo? A Roma, da SET Spazio Eventi Tirso, è stata appena inaugurata “Frida Kahlo: il caos dentro” che sarà presentata anche a Milano prossimamente.Stessa storia in libreria: la Frida-mania continua a non dare tregua ai grandi e ai piccoli lettori (pensate che esiste un filone molto interessante di libri che raccontano Frida Kahlo ai bambini e alle bambine) Un libro, appena pubblicato da Mondadori Electa, dal  titolo “Frida Kahlo – L’arte di mettersi in scena” con fotografie di altissima qualità e interessanti mini-saggi, aiuta a svelare come la Kahlo sia riuscita a trasformare il suo essere diversa in essere speciale, e forse proprio questo spiega perché sia così popolare. La pubblicazione nasce da una mostra-evento tenutasi, circa un anno fa, al Victoria & Albert Museum di Londra. Prima di morire, nel 1957, Diego Rivera presso la Bank of Mexico creò un fondo di proprietà del popolo messicano cedendo tutti i suoi beni e quelli appartenuti a Frida Kahlo. Nel 2004 tutto quello che era stato messo sottochiave è stato aperto ed è emerso un tesoro che, studiato e catalogato, è stato presentato al pubblico e per la prima volta mostrato fuori dal Messico. Oltre alle 6.500 fotografie, ai 22 documenti e ad alcuni importanti disegni come “L’apparenza inganna”, sono stati ritrovati 300 tra indumenti e oggetti personali (vestiti, tessuti, accessori e gioielli) che hanno aiutato a rileggere la vita e la produzione artistica di Frida Kahlo.
Frida Kahlo
Vita e arte erano inscindibili per l’artista che ha costruito il proprio personaggio come se fosse un’opera d’arte, le cui opere provengono, nel senso che traggono origine, dal suo essere donna e messicana nel post-rivoluzione, dalla sua sofferenza, dal suo corpo, dalle sue convinzioni politiche e in definitiva da tutto quello che chiamiamo vita.  Dunque, ciò che rende Frida Kahlo un’icona così rilevante è l’aver costruito la propria identità intorno all’origine culturale, alla sua disabilità, alle convinzioni politiche e all’arte. Nulla, infatti, per l’artista era lasciato al caso e ogni cosa aveva un significato: indossare una collana azteca, precolombiana quindi, e dipingerla mostrava l’appartenenza indigena e di critica del colonialismo europeo. Vestire per poi dipingere il rebozo, lo scialle che veniva regalato come un anello di fidanzamento dall’uomo alla propria donna, o il vestito Tehuana era un atto d’amore per la tradizione. Circe Henestrosa, la co-curatrice della mostra, scrive  “Kahlo era in grado di percepire le proprietà semiotiche dell’abbigliamento e la facilità con cui poteva essere compreso dagli altri. Usava l’abito tradizionale per rafforzare la sua identità, riaffermando al tempo stesso le sue convinzioni politiche”. La studiosa Oriana Baddeley, in uno dei capitoli che accompagnano il libro avverte che “nel caso di Kahlo  esiste il costante pericolo che la donna non l’artista diventi il centro dell’attenzione del pubblico” con il rischio appunto di esaltarne la personalità dimenticandone le opere. Non deve sembrare strano che proprio un libro e una mostra, che si concentrano su quanto di più superfluo si possa immaginare, in realtà svelano l’anima più politica e la profonda stratificazione sui significati delle sue opere d’arte. Con questo libro, e le relative ricerche legate all’archivio, si rafforza l’idea che il mito di Frida non è qualcosa nato a tavolino, per moda o per un uso commerciale. Parafrasando un articolo di firmato da Hayden Herrera sul New York Times di 30 anni fa possiamo continuare a scrivere che siamo davanti ad un’artista che continua a parlare anche ai nostri giorni, come ha fatto ininterrottamente, senza dimenticare “che è stata Kahlo a creare per prima Frida”. Leggere il libro, per credere.

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