Proteste al museo. Il caso di Strike MoMA a New York

10 settimane di azioni di protesta e manifestazioni contro il MoMA di New York per ripensare il futuro dell’istituzione

Dal 9 aprile all’11 giugno 2021, Strike MoMA ha colpito l’istituzione newyorkese con azioni, proteste e manifestazioni, per costruire il futuro Post-MoMA.

New York, West 53rd street, aprile 2021. All’entrata del museo americano, simbolo dell’arte moderna e contemporanea di tutto il mondo, appare uno striscione che recita, bianco su nero: STRIKE MoMA

Il 23 marzo 2021, la IIAAF (International Imagination of Anti-National Anti-Imperialist Feelings) ha annunciato lo Strike contro il MoMA, della durata di dieci settimane, iniziato il 9 aprile e terminato, o quasi, l’11 giugno

Il progetto è stato portato avanti da dodici gruppi e organizzazioni di artisti e attivisti, tra cui MoMA Divest, Forensic Architecture, Decolonize This Place, Comité Boricua en la Diaspora e Take Back the Bronx. Sono stati coinvolti anche impiegati del MoMA stesso.

I TERMINI DELLA LOTTA

L’annuncio è stato fatto tramite un manifesto, redatto da IIAAF, che parla chiaro.

Il documento, articolato per punti, mette a fuoco il caso contro il MoMA, i suoi obiettivi e le sue ragioni. 

Il motivo scatenante è il passato coloniale americano, di cui la città di New York è il simbolo.

Schierandosi dalla parte del Land Back, i militanti dichiarano apertamente che il prestigioso skyline di Manhattan è il risultato dello sfruttamento della forza lavoro di “generazioni di migranti e rifugiati da tutto il mondo, violentemente colpiti dalla modernità coloniale e capitalista.”

E L’ARTE?

Il MoMA, affermano, fa da monumento a questo tipo di modernità:

“Stolen land, stolen people, stolen labor, stolen wealth, stolen worlds, stolen horizons.” 

La successione di quelli che gli attivisti definiscono miliardari predatori (dai Rockefeller fino a Leon Black) alla guida del museo, ha messo l’arte a servizio della costruzione di un Impero. Denunciano, infatti, relazioni economiche ben documentate con personaggi, apertamente suprematisti, di fama mondiale.

STRIKE IS A VERB

Non è la prima volta che il MoMA si trova sotto accusa. Verso la fine degli anni Sessanta, gruppi di artisti attivisti lottavano per le stesse cause. 

All’interno del museo, i Guerrilla Art Action Group (GAAG) richiedevano le dimissioni di Rockefeller; gli Art Workers’ Coalition (AWC) protestavano contro la partecipazione americana alla Guerra del Vietnam richiedendo la rimozione della Guernica di Pablo Picasso.

Anche nel 2021, la parola d’ordine è azione. Le attività, aperte a tutti, portate avanti da Strike MoMA, sono state varie e di diverso tipo: performance, conversazioni, workshop, azioni dirette sul museo, incontri virtuali o dal vivo. 

Tutte le modalità hanno avuto in comune il rifiuto verso ciò che non funziona e la volontà di costruire qualcosa di nuovo, seguendo regole interne, pensate da e per la collettività. 

Il MoMA è una realtà tossica, afferma il gruppo, ma è possibile cambiarla e ripensarla su nuove basi per la seconda e determinante fase del progetto: il Post-MoMA future

Inclusività, potere decisionale ai lavoratori, alle comunità e agli artisti; questi gli obiettivi da portare avanti attivamente, come una collettività che non conosce gerarchie.

Cover Photo Credits: MoMA

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Dal 9 aprile all’11 giugno 2021, Strike MoMA ha colpito l’istituzione newyorkese con azioni, proteste e manifestazioni, per costruire il futuro Post-MoMA.

New York, West 53rd street, aprile 2021. All’entrata del museo americano, simbolo dell’arte moderna e contemporanea di tutto il mondo, appare uno striscione che recita, bianco su nero: STRIKE MoMA

Il 23 marzo 2021, la IIAAF (International Imagination of Anti-National Anti-Imperialist Feelings) ha annunciato lo Strike contro il MoMA, della durata di dieci settimane, iniziato il 9 aprile e terminato, o quasi, l’11 giugno

Il progetto è stato portato avanti da dodici gruppi e organizzazioni di artisti e attivisti, tra cui MoMA Divest, Forensic Architecture, Decolonize This Place, Comité Boricua en la Diaspora e Take Back the Bronx. Sono stati coinvolti anche impiegati del MoMA stesso.

I TERMINI DELLA LOTTA

L’annuncio è stato fatto tramite un manifesto, redatto da IIAAF, che parla chiaro.

Il documento, articolato per punti, mette a fuoco il caso contro il MoMA, i suoi obiettivi e le sue ragioni. 

Il motivo scatenante è il passato coloniale americano, di cui la città di New York è il simbolo.

Schierandosi dalla parte del Land Back, i militanti dichiarano apertamente che il prestigioso skyline di Manhattan è il risultato dello sfruttamento della forza lavoro di “generazioni di migranti e rifugiati da tutto il mondo, violentemente colpiti dalla modernità coloniale e capitalista.”

E L’ARTE?

Il MoMA, affermano, fa da monumento a questo tipo di modernità:

“Stolen land, stolen people, stolen labor, stolen wealth, stolen worlds, stolen horizons.” 

La successione di quelli che gli attivisti definiscono miliardari predatori (dai Rockefeller fino a Leon Black) alla guida del museo, ha messo l’arte a servizio della costruzione di un Impero. Denunciano, infatti, relazioni economiche ben documentate con personaggi, apertamente suprematisti, di fama mondiale.

STRIKE IS A VERB

Non è la prima volta che il MoMA si trova sotto accusa. Verso la fine degli anni Sessanta, gruppi di artisti attivisti lottavano per le stesse cause. 

All’interno del museo, i Guerrilla Art Action Group (GAAG) richiedevano le dimissioni di Rockefeller; gli Art Workers’ Coalition (AWC) protestavano contro la partecipazione americana alla Guerra del Vietnam richiedendo la rimozione della Guernica di Pablo Picasso.

Anche nel 2021, la parola d’ordine è azione. Le attività, aperte a tutti, portate avanti da Strike MoMA, sono state varie e di diverso tipo: performance, conversazioni, workshop, azioni dirette sul museo, incontri virtuali o dal vivo. 

Tutte le modalità hanno avuto in comune il rifiuto verso ciò che non funziona e la volontà di costruire qualcosa di nuovo, seguendo regole interne, pensate da e per la collettività. 

Il MoMA è una realtà tossica, afferma il gruppo, ma è possibile cambiarla e ripensarla su nuove basi per la seconda e determinante fase del progetto: il Post-MoMA future

Inclusività, potere decisionale ai lavoratori, alle comunità e agli artisti; questi gli obiettivi da portare avanti attivamente, come una collettività che non conosce gerarchie.

Cover Photo Credits: MoMA

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New York, West 53rd street, aprile 2021. All’entrata del museo americano, simbolo dell’arte moderna e contemporanea di tutto il mondo, appare uno striscione che recita, bianco su nero: STRIKE MoMA

Il 23 marzo 2021, la IIAAF (International Imagination of Anti-National Anti-Imperialist Feelings) ha annunciato lo Strike contro il MoMA, della durata di dieci settimane, iniziato il 9 aprile e terminato, o quasi, l’11 giugno

Il progetto è stato portato avanti da dodici gruppi e organizzazioni di artisti e attivisti, tra cui MoMA Divest, Forensic Architecture, Decolonize This Place, Comité Boricua en la Diaspora e Take Back the Bronx. Sono stati coinvolti anche impiegati del MoMA stesso.

I TERMINI DELLA LOTTA

L’annuncio è stato fatto tramite un manifesto, redatto da IIAAF, che parla chiaro.

Il documento, articolato per punti, mette a fuoco il caso contro il MoMA, i suoi obiettivi e le sue ragioni. 

Il motivo scatenante è il passato coloniale americano, di cui la città di New York è il simbolo.

Schierandosi dalla parte del Land Back, i militanti dichiarano apertamente che il prestigioso skyline di Manhattan è il risultato dello sfruttamento della forza lavoro di “generazioni di migranti e rifugiati da tutto il mondo, violentemente colpiti dalla modernità coloniale e capitalista.”

E L’ARTE?

Il MoMA, affermano, fa da monumento a questo tipo di modernità:

“Stolen land, stolen people, stolen labor, stolen wealth, stolen worlds, stolen horizons.” 

La successione di quelli che gli attivisti definiscono miliardari predatori (dai Rockefeller fino a Leon Black) alla guida del museo, ha messo l’arte a servizio della costruzione di un Impero. Denunciano, infatti, relazioni economiche ben documentate con personaggi, apertamente suprematisti, di fama mondiale.

STRIKE IS A VERB

Non è la prima volta che il MoMA si trova sotto accusa. Verso la fine degli anni Sessanta, gruppi di artisti attivisti lottavano per le stesse cause. 

All’interno del museo, i Guerrilla Art Action Group (GAAG) richiedevano le dimissioni di Rockefeller; gli Art Workers’ Coalition (AWC) protestavano contro la partecipazione americana alla Guerra del Vietnam richiedendo la rimozione della Guernica di Pablo Picasso.

Anche nel 2021, la parola d’ordine è azione. Le attività, aperte a tutti, portate avanti da Strike MoMA, sono state varie e di diverso tipo: performance, conversazioni, workshop, azioni dirette sul museo, incontri virtuali o dal vivo. 

Tutte le modalità hanno avuto in comune il rifiuto verso ciò che non funziona e la volontà di costruire qualcosa di nuovo, seguendo regole interne, pensate da e per la collettività. 

Il MoMA è una realtà tossica, afferma il gruppo, ma è possibile cambiarla e ripensarla su nuove basi per la seconda e determinante fase del progetto: il Post-MoMA future

Inclusività, potere decisionale ai lavoratori, alle comunità e agli artisti; questi gli obiettivi da portare avanti attivamente, come una collettività che non conosce gerarchie.

Cover Photo Credits: MoMA

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