L’uomo che vendette la sua pelle. Il film sul rifugiato siriano diventato opera d’arte.

In tutti i Cinema dal 7 ottobre, il film di Kaouther Ben Hania, candidato all’Oscar come Miglior Film Straniero, racconta il dramma di un rifugiato siriano che per sfuggire alla guerra si affida all’arte contemporanea.

C’è un film che ogni appassionato d’arte dovrebbe vedere. In realtà è una pellicola che consiglierei soprattutto a chi segue e ama e/o detesta il mondo dell’arte contemporanea. “L’uomo che vendette la sua pelle” è il film in questione. E’ stato presentato nella sezione Orizzonti del Festival di Venezia 2020 ed è stato candidato all’Oscar in lizza come miglior film straniero.

Se di primo acchito il titolo può non dire nulla, in realtà dice tutto. Il film è un’originale ménage à trois tra Monica Bellucci, nei panni di una gallerista con il fiuto per gli affari, l’attore belga Koen De Bouw, che impersonifica un artista che crede nella pratica artistica senza limiti e Yahya Mahayni, un giovane siriano in fuga dalla sua nazione in guerra, scappato clandestinamente in Libano e alla disperata ricerca di un visto per raggiungere l’Europa, dove tra le altre cose è scappata anche la sua amata.

Per Sam Alì, il nome del protagonista divenuto clandestino per fuggire al regime siriano, l’unico modo per lasciare la terra dei Cedri, è trasformarsi in una merce, nella fattispecie in un’opera d’arte; il nostro è un mondo dove le merci, al contrario delle persone, girano liberamente, e dove le opere d’arte, preziose e costose, spesso esibite come trofei o nascoste nei porti franchi e usate per riciclare denaro, si muovono senza incontrare barriere.

Lo stratagemma, immaginato dalla gallerista, dall’artista e dal profugo, funziona e il protagonista, con un visto tatuato sulla schiena, può finalmente lasciare il Libano per iniziare una originale avventura in cui sarà accolto nei musei d’Europa, nei vernissage con champagne e nelle case di ricchi collezionisti. Ma l’agognata libertà si trasforma molto in fretta in una serie di obblighi e nuove schiavitù al servizio del sistema dell’arte.

Qui il film diventa una commedia degli equivoci e prende in giro molti tic del sistema dell’arte contemporanea: questo mondo viene raccontato con tutte le sue contraddizioni, manie, idiosincrasie, i suoi lati deboli e la sua forza di anticipare creativamente la realtà. Il film invita a riflettere su quali siano, e se esistano, i confini delle pratiche artistiche. Inoltre affronta anche la questione legata alla mercificazione delle opere d’arte di cui a volte si conosce prima il valore d’asta e poi tutto il resto. Nel film non mancano poi le prese in giro alle figure del mondo dell’arte: dai galleristi snob e altezzosi, agli artisti capricciosi, ai collezionisti, tutti figli del capitale ignorante per citare la definizione del critico Marco Meneguzzo.

La regista Kaouther Ben Hania è riuscita anche nel difficile intento di unire generi diversi e di portare sullo schermo una tematica di attualità come l’immigrazione, di cui spesso l’arte contemporanea si occupa guadagnando spazio sulle pagine dei giornali.

Per chi andrà al cinema è riservato il colpo di scena finale che sorprende e rimanda alla grande questione: l’arte può cambiare il mondo? O almeno può far parte del cambiamento?

Cover Photo Credits: “L’uomo che vendette la sua pelle” – Courtesy Wanted Cinema

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C’è un film che ogni appassionato d’arte dovrebbe vedere. In realtà è una pellicola che consiglierei soprattutto a chi segue e ama e/o detesta il mondo dell’arte contemporanea. “L’uomo che vendette la sua pelle” è il film in questione. E’ stato presentato nella sezione Orizzonti del Festival di Venezia 2020 ed è stato candidato all’Oscar in lizza come miglior film straniero.

Se di primo acchito il titolo può non dire nulla, in realtà dice tutto. Il film è un’originale ménage à trois tra Monica Bellucci, nei panni di una gallerista con il fiuto per gli affari, l’attore belga Koen De Bouw, che impersonifica un artista che crede nella pratica artistica senza limiti e Yahya Mahayni, un giovane siriano in fuga dalla sua nazione in guerra, scappato clandestinamente in Libano e alla disperata ricerca di un visto per raggiungere l’Europa, dove tra le altre cose è scappata anche la sua amata.

Per Sam Alì, il nome del protagonista divenuto clandestino per fuggire al regime siriano, l’unico modo per lasciare la terra dei Cedri, è trasformarsi in una merce, nella fattispecie in un’opera d’arte; il nostro è un mondo dove le merci, al contrario delle persone, girano liberamente, e dove le opere d’arte, preziose e costose, spesso esibite come trofei o nascoste nei porti franchi e usate per riciclare denaro, si muovono senza incontrare barriere.

Lo stratagemma, immaginato dalla gallerista, dall’artista e dal profugo, funziona e il protagonista, con un visto tatuato sulla schiena, può finalmente lasciare il Libano per iniziare una originale avventura in cui sarà accolto nei musei d’Europa, nei vernissage con champagne e nelle case di ricchi collezionisti. Ma l’agognata libertà si trasforma molto in fretta in una serie di obblighi e nuove schiavitù al servizio del sistema dell’arte.

Qui il film diventa una commedia degli equivoci e prende in giro molti tic del sistema dell’arte contemporanea: questo mondo viene raccontato con tutte le sue contraddizioni, manie, idiosincrasie, i suoi lati deboli e la sua forza di anticipare creativamente la realtà. Il film invita a riflettere su quali siano, e se esistano, i confini delle pratiche artistiche. Inoltre affronta anche la questione legata alla mercificazione delle opere d’arte di cui a volte si conosce prima il valore d’asta e poi tutto il resto. Nel film non mancano poi le prese in giro alle figure del mondo dell’arte: dai galleristi snob e altezzosi, agli artisti capricciosi, ai collezionisti, tutti figli del capitale ignorante per citare la definizione del critico Marco Meneguzzo.

La regista Kaouther Ben Hania è riuscita anche nel difficile intento di unire generi diversi e di portare sullo schermo una tematica di attualità come l’immigrazione, di cui spesso l’arte contemporanea si occupa guadagnando spazio sulle pagine dei giornali.

Per chi andrà al cinema è riservato il colpo di scena finale che sorprende e rimanda alla grande questione: l’arte può cambiare il mondo? O almeno può far parte del cambiamento?

Cover Photo Credits: “L’uomo che vendette la sua pelle” – Courtesy Wanted Cinema

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In tutti i Cinema dal 7 ottobre, il film di Kaouther Ben Hania, candidato all’Oscar come Miglior Film Straniero, racconta il dramma di un rifugiato siriano che per sfuggire alla guerra si affida all’arte contemporanea.

C’è un film che ogni appassionato d’arte dovrebbe vedere. In realtà è una pellicola che consiglierei soprattutto a chi segue e ama e/o detesta il mondo dell’arte contemporanea. “L’uomo che vendette la sua pelle” è il film in questione. E’ stato presentato nella sezione Orizzonti del Festival di Venezia 2020 ed è stato candidato all’Oscar in lizza come miglior film straniero.

Se di primo acchito il titolo può non dire nulla, in realtà dice tutto. Il film è un’originale ménage à trois tra Monica Bellucci, nei panni di una gallerista con il fiuto per gli affari, l’attore belga Koen De Bouw, che impersonifica un artista che crede nella pratica artistica senza limiti e Yahya Mahayni, un giovane siriano in fuga dalla sua nazione in guerra, scappato clandestinamente in Libano e alla disperata ricerca di un visto per raggiungere l’Europa, dove tra le altre cose è scappata anche la sua amata.

Per Sam Alì, il nome del protagonista divenuto clandestino per fuggire al regime siriano, l’unico modo per lasciare la terra dei Cedri, è trasformarsi in una merce, nella fattispecie in un’opera d’arte; il nostro è un mondo dove le merci, al contrario delle persone, girano liberamente, e dove le opere d’arte, preziose e costose, spesso esibite come trofei o nascoste nei porti franchi e usate per riciclare denaro, si muovono senza incontrare barriere.

Lo stratagemma, immaginato dalla gallerista, dall’artista e dal profugo, funziona e il protagonista, con un visto tatuato sulla schiena, può finalmente lasciare il Libano per iniziare una originale avventura in cui sarà accolto nei musei d’Europa, nei vernissage con champagne e nelle case di ricchi collezionisti. Ma l’agognata libertà si trasforma molto in fretta in una serie di obblighi e nuove schiavitù al servizio del sistema dell’arte.

Qui il film diventa una commedia degli equivoci e prende in giro molti tic del sistema dell’arte contemporanea: questo mondo viene raccontato con tutte le sue contraddizioni, manie, idiosincrasie, i suoi lati deboli e la sua forza di anticipare creativamente la realtà. Il film invita a riflettere su quali siano, e se esistano, i confini delle pratiche artistiche. Inoltre affronta anche la questione legata alla mercificazione delle opere d’arte di cui a volte si conosce prima il valore d’asta e poi tutto il resto. Nel film non mancano poi le prese in giro alle figure del mondo dell’arte: dai galleristi snob e altezzosi, agli artisti capricciosi, ai collezionisti, tutti figli del capitale ignorante per citare la definizione del critico Marco Meneguzzo.

La regista Kaouther Ben Hania è riuscita anche nel difficile intento di unire generi diversi e di portare sullo schermo una tematica di attualità come l’immigrazione, di cui spesso l’arte contemporanea si occupa guadagnando spazio sulle pagine dei giornali.

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