Daniela Comani, ribaltamenti di senso (e sesso)

Ho scoperto Daniela Comani nel 2022 sui muri de La Galleria Nazionale, quando presentò la serie “YOU ARE MINE”, ovvero, pagine di quotidiani che riportavano notizie urlate da cronaca nera ma con un ribaltamento di gender, spostando l’asse del carnefice sul fronte spiazzante del femminile. A quel punto ho recuperato il lavoro del 2021 dal titolo ORLANDO’S LIBRARY, ovvero, una libreria dal design essenziale dove la miglior letteratura veniva ribaltata sul principio del gender, anche qui spostando l’asse dei titoli sulla potenza direzionale del femminile. Tabloid in un caso, copertine nell’altro per un effetto mimetico che riscrive la Storia con le armi della cultura novecentesca; una tempesta da fermi per ridefinire, nel lampo dell’opera unica, giornali e libri che hanno diffuso informazioni e sapere ma anche mistificazioni e tensione strumentale. 

L’artista gioca con la dimestichezza del nostro sguardo davanti alla grafica di una prima pagina o di una copertina: siamo tarati per captare l’environment a cui appartiene la carta stampata, e spesso orientati nella direzione visiva che la cultura dominante ci ha imposto. Ora, però, accade un glitch irreparabile, ben mascherato nell’apparenza del primo sguardo, poi rivelatorio del ribaltamento che apre la memoria al dubbio, ad un sisma informativo che genera giuste revisioni (nella mia idea di convivenza evoluta credo solo nelle revisioni sensate, evitando le follie di chi vorrebbe abbattere statue e memorie di epoche scomode). 

A seguire, dal testo del curatore Giangavino Pazzola, l’idea che compone la nuova mostra, appena inaugurata presso Studio G7: “InSupporto memoria / Memory Device (2023), serie che dà anche il titolo alla mostra, Comani organizza una sorta di archivio composto da 44 still-life di altrettanti apparecchi e dispositivi tecnologici utilizzati nel corso degli anni dall’artista stessa. Macchine fotografiche, registratori, telefoni cellulari, pellicole, nastri audio, floppy disk, CD, memory e sim card compongono un campionario visivo della storia dei media. A livello estetico, questi apparecchi e dispositivi immortalati su fondi neutri mostrano delle risonanze con lavori di artisti concettuali come Christopher Williams (1956) e Steven Pippin (1960). Comani, tuttavia, non critica la fotografia come sistema visivo o processo meccanico della società capitalista, ma crea delle immagini oggettive e nostalgiche per dichiarare l’impossibilità di un’archeologia tecnologica, e per raccontare un aspetto personale del proprio vissuto.”

Daniela Comani è un caso raro in cui la militanza sul gender trova esiti di solido impatto iconografico, captando la sublimazione del reale diffuso in una matrice di irrealtà (post)popolare, come se Francesco Vezzoli rifacesse il proprio Festival di Sanremo ma con una logica opposta al diktat da share. Gli argomenti della Comani sono un tema antagonista che certifica un complesso movimento filosofico e militante, fatto di molte argomentazioni, tante verità ma anche di errori e mistificazioni che non aiutano a sedimentare un pensiero sociale. Ci sono troppi artisti che affrontano l’argomento delle culture liquide e del valore femminile con azioni non sublimate, senza il filtro estetico di un processo che asciughi il messaggio dentro strutture visive persistenti, universali, archetipiche. La nostra artista è, invece, un caso speciale di maturazione analitica che vibra per qualità installativa ed esecutiva, per l’astrazione che i suoi oggetti ricreano, per la detonazione che apre l’opera a molteplici letture, ognuna plausibile in questa dimensione democratica del pensiero visivo. 

L’arte può diventare “politica” solamente se accetta il suo destino iconografico, la sua capacità simbolica di costruire messaggi rilevanti con gli strumenti linguistici che l’umanità ha raffinato nel tempo, soggiogando la tecnica al valore strumentale del messaggio, plasmando le estetiche sullo spirito del presente. I device tecnologici della nuova mostra, così rigorosi nel loro status fotografico, appartengono al percorso di acquisizione con cui l’artista ha finora agito, dimostrando quanto si possa diventare universali nel racconto delle proprie ragioni. Eccoli, oggetti sospesi nel bianco dell’immagine, galleggianti in un tempo metafisico che aggiunge aura cristallina al vero, piccoli guardiani silenti che irradiano memoria nel loro splendore diretto, senza filtri cosmetici. Belli da sentire e profondi da vedere. 

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Gianluca Marziani
Gianluca Marziani
Gianluca Marziani (Milano, 1970) vive tra Roma e Ibiza. Dagli anni Novanta è ideatore e curatore di mostre d’arte contemporanea. Dopo aver diretto per dieci anni Palazzo Collicola Arti Visive a Spoleto, ha appena fondato, assieme a Stefano Antonelli, SAM Street Art Museum, il primo museo italiano dedicato alle culture ed espressioni urbane. Con Antonelli si occupa di Banksy in maniera scientifica e strutturata: un libro (Giunti, Rizzoli Publishing) uscito in oltre 25 nazioni, circa 30 mostre realizzate e una quindicina di cataloghi monografici, oltre ad un’uscita del libro in tre volumi con il Corriere della Sera e un calendario, sempre col Corriere, in uscita per il 2024. Ha fondato, sempre con Antonelli, la scuola RNARoma New Art Academy e la collana editoriale Matsutake Books Lab. Ha collaborato con il Festival dei Due Mondi per nove edizioni e con la Biennale di Venezia Arte nel 2011. Ha diretto la Fondazione Rocco Guglielmo. Ha curato il Premio Terna e il Premio Celeste. Ha scritto numerosi saggi, monografie e cataloghi tematici. Ha insegnato allo IED di Roma e in molteplici seminari accademici. Ha collaborato con “La Stampa”, “Specchio”, “Panorama”, “Style”, “Numéro”, “L’Espresso”, oltre ad aver scritto per Flash Art e molte altre riviste d’arte. Tiene una rubrica su Dagospia dal titolo “Un Marziani a Roma”. Per i tipi di Red Star Press è in uscita il suo libro “L’arte raccontata ai bambini”.

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