Jan Fabre in mostra alla Building Gallery di Milano


Jan Fabre, A Devilish Ashtray, 2020 bronzo al silicio, foglia oro 26,9 x 15,8 x 13,7 cm edizione 1/8 ph. Pat Verbruggen © Angelos bvba

Dal 7 maggio al 4 giugno 2021 il progetto espositivo La forma dell’oro presenta Jan Fabre, l’artista degli autoritratti.

Si tratta di un’iniziativa a cura di Melania Rossi che indaga l’utilizzo dell’oro nella ricerca artistica contemporanea attraverso le opere di dodici artisti invitati a misurarsi con il tema prescelto. Le installazioni sono visibili 24 ore su 24, 7 giorni su 7 dalla vetrina di via Monte di Pietà 23 a Milano.

Jan Fabre ha realizzato innumerevoli autoritratti nel corso della sua carriera, in forma di sculture, disegni, film-performance. Nel solco della tradizione storico artistica, seguendo le orme dei maestri di epoca medioevale, rinascimentale e barocca, l’artista usa se stesso come prima fonte di studio anatomico e psicologico. La rappresentazione dell’uomo, nell’opera di Fabre, aderisce al racconto della condizione dell’artista come metafora della condizione umana, tesa tra finitezza ed eternità. Il suo autoritratto a grandezza naturale dal titolo Je suis une erreur, è una scultura in bronzo che piange e ride al contempo, esprimendo così il paradosso della vita umana lontano  da qualsiasi forma di cinismo esistenziale. L’artista si espone e fa da specchio all’osservatore.

I am a mistake

Because I want what I can’t have (lights a cigarette)

I am faithful

to the pleasure

that is trying to kill me”.

Queste parole sono tratte dal monologo con cui Jan Fabre, nel 2007, metteva in scena il suo manifesto di fede ostinata e contraria, I am a mistake. L’uomo, l’artista, consapevole del proprio destino, loda la sigaretta e l’autodistruzione che ne deriva, affermando apertamente di essere lui stesso un errore, perché non rispetta le regole e pretende l’immortalità.

Nell’iconografia fiamminga della natura morta e della vanitas, la pipa appare a indicare la fugacità della vita, il suo essere destinata al dissolvimento, proprio come il fumo, come il tabacco che brucia e si consuma scandendo il tempo. Anche la vanitas dell’immancabile sigaretta di Fabre, come tutte le vanitas, è memento mori, ma è soprattutto fascino irresistibile di ciò che svanisce per mutare forma continuamente.

Devilish Ashtray, l’opera di Jan Fabre per il ciclo La forma dell’oro, è un autoritratto con corna da diavolo, la bocca spalancata in una linguaccia beffarda, pronta a ricevere il mozzicone della sigaretta. Fabre dichiara uno spirito metamorfico e ribelle che supera limiti, che vuole rendere possibile l’impossibile a ogni costo, che con genio prometeico fa esplodere la guerra in paradiso. In altre parole, l’artista cede la sua anima all’arte e accetta di pagarne il prezzo. Il diavolo, del resto, è l’inventore della metamorfosi, e il daimon, a metà tra umano e divino, è per la filosofia greca l’intermediario tra le due dimensioni.

La foglia oro conferisce all’opera un’aura di spiritualità che si ricollega allo studio dei maestri del passato; il colore usato nei dipinti medievali e rinascimentali per rappresentare il sovra-umano diventa, per l’artista contemporaneo, materiale scultoreo per il suo autoritratto.

Il Fabre-diavolo sovverte le regole, con l’oro celebra l’anarchia tutta umana dell’arte e della vita. “I am a mistake and I love it”, direbbe l’artista.

BUILDINGBOX della Building Gallery dedica la stagione 2021 al progetto La forma dell’oro, un’esposizione in dodici appuntamenti con cadenza mensile, a cura di Melania Rossi. La mostra vuole dare una panoramica sull’utilizzo dell’oro nella ricerca artistica contemporanea, attraverso dodici installazioni di artisti che alludono al “re dei metalli” con modalità e pratiche diverse.

Definito “carne degli dei” dagli antichi egizi, oggetto simbolo della discordia nel mito greco, l’oro diviene nell’interpretazione cristiana sia emblema della manifestazione divina, sia incarnazione della vanità terrena e dei vizi umani. Un fatto è certo: nel corso dei secoli, questo elemento naturale ha conservato un alto valore espressivo tanto nella sfera del sacro, quanto in quella del profano.

Che tipo di fascino esercita l’oro nel mondo odierno? A quali scopi se ne serve l’arte contemporanea?

Tutti lucenti nella loro doratura, le opere e i lavori site-specific degli artisti selezionati da Melania Rossi (in oro vero o falso, oppure in bronzo, ottone, plastica, ceramica, vetro, carta) richiamano inevitabilmente la tradizione storico-artistica, portando al contempo la personale ricerca di ogni autore. Ciascun artista offre infatti un punto di vista diverso sul metallo nobile, osservato con seduzione alchemica o volontà dissacratoria. Alcuni, considerandolo un colore, ne hanno studiato le proprietà pittoriche; altri, considerandolo un materiale plastico, ne hanno indagato le potenzialità scultoree. Altri artisti, invece, hanno operato dei ribaltamenti di senso rispetto ai significati mitici, filosofici e letterari assunti dall’oro lungo le epoche.

La forma dell’oro è dunque una mostra fatta di eccezioni: qui, è tutto oro quel che luccica.

Cover Photo Credits: Building Gallery

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Jan Fabre in mostra alla Building Gallery di Milano


Jan Fabre, A Devilish Ashtray, 2020 bronzo al silicio, foglia oro 26,9 x 15,8 x 13,7 cm edizione 1/8 ph. Pat Verbruggen © Angelos bvba

Dal 7 maggio al 4 giugno 2021 il progetto espositivo La forma dell’oro presenta Jan Fabre, l’artista degli autoritratti.

Si tratta di un’iniziativa a cura di Melania Rossi che indaga l’utilizzo dell’oro nella ricerca artistica contemporanea attraverso le opere di dodici artisti invitati a misurarsi con il tema prescelto. Le installazioni sono visibili 24 ore su 24, 7 giorni su 7 dalla vetrina di via Monte di Pietà 23 a Milano.

Jan Fabre ha realizzato innumerevoli autoritratti nel corso della sua carriera, in forma di sculture, disegni, film-performance. Nel solco della tradizione storico artistica, seguendo le orme dei maestri di epoca medioevale, rinascimentale e barocca, l’artista usa se stesso come prima fonte di studio anatomico e psicologico. La rappresentazione dell’uomo, nell’opera di Fabre, aderisce al racconto della condizione dell’artista come metafora della condizione umana, tesa tra finitezza ed eternità. Il suo autoritratto a grandezza naturale dal titolo Je suis une erreur, è una scultura in bronzo che piange e ride al contempo, esprimendo così il paradosso della vita umana lontano  da qualsiasi forma di cinismo esistenziale. L’artista si espone e fa da specchio all’osservatore.

I am a mistake

Because I want what I can’t have (lights a cigarette)

I am faithful

to the pleasure

that is trying to kill me”.

Queste parole sono tratte dal monologo con cui Jan Fabre, nel 2007, metteva in scena il suo manifesto di fede ostinata e contraria, I am a mistake. L’uomo, l’artista, consapevole del proprio destino, loda la sigaretta e l’autodistruzione che ne deriva, affermando apertamente di essere lui stesso un errore, perché non rispetta le regole e pretende l’immortalità.

Nell’iconografia fiamminga della natura morta e della vanitas, la pipa appare a indicare la fugacità della vita, il suo essere destinata al dissolvimento, proprio come il fumo, come il tabacco che brucia e si consuma scandendo il tempo. Anche la vanitas dell’immancabile sigaretta di Fabre, come tutte le vanitas, è memento mori, ma è soprattutto fascino irresistibile di ciò che svanisce per mutare forma continuamente.

Devilish Ashtray, l’opera di Jan Fabre per il ciclo La forma dell’oro, è un autoritratto con corna da diavolo, la bocca spalancata in una linguaccia beffarda, pronta a ricevere il mozzicone della sigaretta. Fabre dichiara uno spirito metamorfico e ribelle che supera limiti, che vuole rendere possibile l’impossibile a ogni costo, che con genio prometeico fa esplodere la guerra in paradiso. In altre parole, l’artista cede la sua anima all’arte e accetta di pagarne il prezzo. Il diavolo, del resto, è l’inventore della metamorfosi, e il daimon, a metà tra umano e divino, è per la filosofia greca l’intermediario tra le due dimensioni.

La foglia oro conferisce all’opera un’aura di spiritualità che si ricollega allo studio dei maestri del passato; il colore usato nei dipinti medievali e rinascimentali per rappresentare il sovra-umano diventa, per l’artista contemporaneo, materiale scultoreo per il suo autoritratto.

Il Fabre-diavolo sovverte le regole, con l’oro celebra l’anarchia tutta umana dell’arte e della vita. “I am a mistake and I love it”, direbbe l’artista.

BUILDINGBOX della Building Gallery dedica la stagione 2021 al progetto La forma dell’oro, un’esposizione in dodici appuntamenti con cadenza mensile, a cura di Melania Rossi. La mostra vuole dare una panoramica sull’utilizzo dell’oro nella ricerca artistica contemporanea, attraverso dodici installazioni di artisti che alludono al “re dei metalli” con modalità e pratiche diverse.

Definito “carne degli dei” dagli antichi egizi, oggetto simbolo della discordia nel mito greco, l’oro diviene nell’interpretazione cristiana sia emblema della manifestazione divina, sia incarnazione della vanità terrena e dei vizi umani. Un fatto è certo: nel corso dei secoli, questo elemento naturale ha conservato un alto valore espressivo tanto nella sfera del sacro, quanto in quella del profano.

Che tipo di fascino esercita l’oro nel mondo odierno? A quali scopi se ne serve l’arte contemporanea?

Tutti lucenti nella loro doratura, le opere e i lavori site-specific degli artisti selezionati da Melania Rossi (in oro vero o falso, oppure in bronzo, ottone, plastica, ceramica, vetro, carta) richiamano inevitabilmente la tradizione storico-artistica, portando al contempo la personale ricerca di ogni autore. Ciascun artista offre infatti un punto di vista diverso sul metallo nobile, osservato con seduzione alchemica o volontà dissacratoria. Alcuni, considerandolo un colore, ne hanno studiato le proprietà pittoriche; altri, considerandolo un materiale plastico, ne hanno indagato le potenzialità scultoree. Altri artisti, invece, hanno operato dei ribaltamenti di senso rispetto ai significati mitici, filosofici e letterari assunti dall’oro lungo le epoche.

La forma dell’oro è dunque una mostra fatta di eccezioni: qui, è tutto oro quel che luccica.

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Jan Fabre, A Devilish Ashtray, 2020 bronzo al silicio, foglia oro 26,9 x 15,8 x 13,7 cm edizione 1/8 ph. Pat Verbruggen © Angelos bvba

Dal 7 maggio al 4 giugno 2021 il progetto espositivo La forma dell’oro presenta Jan Fabre, l’artista degli autoritratti.

Si tratta di un’iniziativa a cura di Melania Rossi che indaga l’utilizzo dell’oro nella ricerca artistica contemporanea attraverso le opere di dodici artisti invitati a misurarsi con il tema prescelto. Le installazioni sono visibili 24 ore su 24, 7 giorni su 7 dalla vetrina di via Monte di Pietà 23 a Milano.

Jan Fabre ha realizzato innumerevoli autoritratti nel corso della sua carriera, in forma di sculture, disegni, film-performance. Nel solco della tradizione storico artistica, seguendo le orme dei maestri di epoca medioevale, rinascimentale e barocca, l’artista usa se stesso come prima fonte di studio anatomico e psicologico. La rappresentazione dell’uomo, nell’opera di Fabre, aderisce al racconto della condizione dell’artista come metafora della condizione umana, tesa tra finitezza ed eternità. Il suo autoritratto a grandezza naturale dal titolo Je suis une erreur, è una scultura in bronzo che piange e ride al contempo, esprimendo così il paradosso della vita umana lontano  da qualsiasi forma di cinismo esistenziale. L’artista si espone e fa da specchio all’osservatore.

I am a mistake

Because I want what I can’t have (lights a cigarette)

I am faithful

to the pleasure

that is trying to kill me”.

Queste parole sono tratte dal monologo con cui Jan Fabre, nel 2007, metteva in scena il suo manifesto di fede ostinata e contraria, I am a mistake. L’uomo, l’artista, consapevole del proprio destino, loda la sigaretta e l’autodistruzione che ne deriva, affermando apertamente di essere lui stesso un errore, perché non rispetta le regole e pretende l’immortalità.

Nell’iconografia fiamminga della natura morta e della vanitas, la pipa appare a indicare la fugacità della vita, il suo essere destinata al dissolvimento, proprio come il fumo, come il tabacco che brucia e si consuma scandendo il tempo. Anche la vanitas dell’immancabile sigaretta di Fabre, come tutte le vanitas, è memento mori, ma è soprattutto fascino irresistibile di ciò che svanisce per mutare forma continuamente.

Devilish Ashtray, l’opera di Jan Fabre per il ciclo La forma dell’oro, è un autoritratto con corna da diavolo, la bocca spalancata in una linguaccia beffarda, pronta a ricevere il mozzicone della sigaretta. Fabre dichiara uno spirito metamorfico e ribelle che supera limiti, che vuole rendere possibile l’impossibile a ogni costo, che con genio prometeico fa esplodere la guerra in paradiso. In altre parole, l’artista cede la sua anima all’arte e accetta di pagarne il prezzo. Il diavolo, del resto, è l’inventore della metamorfosi, e il daimon, a metà tra umano e divino, è per la filosofia greca l’intermediario tra le due dimensioni.

La foglia oro conferisce all’opera un’aura di spiritualità che si ricollega allo studio dei maestri del passato; il colore usato nei dipinti medievali e rinascimentali per rappresentare il sovra-umano diventa, per l’artista contemporaneo, materiale scultoreo per il suo autoritratto.

Il Fabre-diavolo sovverte le regole, con l’oro celebra l’anarchia tutta umana dell’arte e della vita. “I am a mistake and I love it”, direbbe l’artista.

BUILDINGBOX della Building Gallery dedica la stagione 2021 al progetto La forma dell’oro, un’esposizione in dodici appuntamenti con cadenza mensile, a cura di Melania Rossi. La mostra vuole dare una panoramica sull’utilizzo dell’oro nella ricerca artistica contemporanea, attraverso dodici installazioni di artisti che alludono al “re dei metalli” con modalità e pratiche diverse.

Definito “carne degli dei” dagli antichi egizi, oggetto simbolo della discordia nel mito greco, l’oro diviene nell’interpretazione cristiana sia emblema della manifestazione divina, sia incarnazione della vanità terrena e dei vizi umani. Un fatto è certo: nel corso dei secoli, questo elemento naturale ha conservato un alto valore espressivo tanto nella sfera del sacro, quanto in quella del profano.

Che tipo di fascino esercita l’oro nel mondo odierno? A quali scopi se ne serve l’arte contemporanea?

Tutti lucenti nella loro doratura, le opere e i lavori site-specific degli artisti selezionati da Melania Rossi (in oro vero o falso, oppure in bronzo, ottone, plastica, ceramica, vetro, carta) richiamano inevitabilmente la tradizione storico-artistica, portando al contempo la personale ricerca di ogni autore. Ciascun artista offre infatti un punto di vista diverso sul metallo nobile, osservato con seduzione alchemica o volontà dissacratoria. Alcuni, considerandolo un colore, ne hanno studiato le proprietà pittoriche; altri, considerandolo un materiale plastico, ne hanno indagato le potenzialità scultoree. Altri artisti, invece, hanno operato dei ribaltamenti di senso rispetto ai significati mitici, filosofici e letterari assunti dall’oro lungo le epoche.

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