Le modelle più hot che hanno sedotto gli artisti. Quando la passerella era Montmartre

Vi ho visti, a Milano in questi giorni, aggirarvi come cani da tartufo tra le vie del centro alla ricerca delle modelline in libera uscita: chilometri di gambe, musetti da bambine e borsoni sulle spalle che pesano più di loro. Se pensate che le modelle siano nate con la Milano da bere, siete fuori strada. Voi non avete idea di che cosa fosse Montmartre ai tempi d’oro, quando le ragazze più belle – e disperate, va detto – di Francia correvano a Parigi e si mettevano in mostra nei bar frequentati dagli artisti per trovare un ingaggio, fare qualche soldo con la loro bellezza. E diventare eterne.

Édouard Manet, Olympia, 1863.

Victorine Meurent, in realtà, Manet non l’ha cercato affatto: le è praticamente caduto addosso mentre, poco più che bambina, già posava per il collega Thomas Couture. Edouard, l’artista più cool di Parigi, aveva fatto tanto d’occhi e forse, anche, aveva riconosciuto nella rossa dal viso sexy e irregolare l’adolescente di quelle cartoline molto molto audaci che gli erano capitate in mano qualche tempo prima, firmate da un fotografo dalla fama equivoca, tale Félix-Jacques Moulin, che l’aveva immortalata in pose inequivocabili con l’amica Nise. Manet non ci pensa due volte: se la porta in studio e la rende immortale. Prima in un giardino parigino, nuda e strafottente seduta accanto a due uomini eleganti (Colazione sull’erba), e poi nei panni della prostituta Olympia, sdraiata con la mano ben piantata sul sesso mentre una cameriera che le porta l’omaggio floreale di un cliente.

Gustave Courbet, Il sonno, 1866.

E che dire di Constance Quéniaux, che l’amante Khalil Bey, facoltoso diplomatico turco appassionato di arte erotica, porta nello studio di Gustave Courbet per farsi fare un dipinto su misura? Il risultato di quell’incontro è uno dei pezzi d’arte più erotici di sempre, Il sonno, dove la bella mora Constance sta tutta nuda su un letto a strusciarsi contro la rossa Johanna Hiffernan (che al momento divide le sue grazie tra Courbet e il collega James Abbott McNeill Whistler). Da quelle sedute di posa, per di più, l’artista tira fuori anche un cadeau per il generoso committente: il primo piano del sesso di Constance, destinato a diventare uno dei dipinti più fotografati del pianeta.

Giovanni Boldini, La toilette, c. 1880.

Qualche anno più tardi, Giovanni Boldini si trova a Parigi: ha lasciato la Firenze un po’ grigia dei macchiaioli e sta scoprendo, deliziato, una città piena di tentazioni. Gabrielle non è una modella: è la moglie del nobile Constantin de Rasty, quello che lo sta introducendo nella cerchia che conta, ma è bella e si diverte a posare per il giovane artista timido. Certo, le piacciono i ritratti leccati, in punta di pennello, dove tutte le donne splendono e le stoffe degli abiti sembrano fluttuare in una danza, ma con lei Giovannino può spingersi anche un po’ più in là. Così in là da ritrarla in piedi, di tre quarti, con la sottoveste che le cade giù dalle spalle mostrando un seno e che si arrampica in vita denudandola completamente, mentre lei, sorridente, si asciuga il polposo fondoschiena (La toeletta).

Angelo Garino, Tea, la modella dell’artista, 1920.

Purtroppo si sa pochissimo di Tea, la modella transgender di Angelo Garino, ma il suo ritratto resta uno dei più conturbanti di tutta l’arte italiana: languidamente adagiata in un boudoir sontuoso, tra sete, tendaggi damascati e cuscini di velluto, lei troneggia vestita solo dei lunghi capelli rossi e di un paio di calze chiare tenute da giarrettiere, con i seni pieni in bella vista e il pube coperto dalle piume di struzzo che tiene in mano. Si dice che sia nata a Reggio Calabria, che sia scappata nella più tollerante Trieste e che sia poi sopravvissuta vendendo il proprio corpo fino a che Garino se la portò a Torino per ritrarla, nel 1920, come una dea pagana.

Man Ray, Le Violon d’Ingres, 1924.

E viveva faticosamente anche Kiki de Montparnasse – come racconta lei stessa nella golosa autobiografia con prefazione di Ernest Hemingway – quando ancora si chiamava Alice Prin e mostrava il seno per le strade in cambio di un tozzo di pane. Poi però Parigi la scopre: quel corpo levigato, perfetto, che pare fatto di marmo, diventa il più ricercato tra gli artisti. Tsuguharu Foujita la ritrae come una Venere antica, Kees Van Dongen come una maschera sensuale con la sigaretta che le pende dalle labbra, Moïse Kisling come un’icona. E poi arriva Man Ray: se ne innamora, si barrica in casa con lei, le avvolge il caschetto corvino in un drappo che la fa somigliare a un’odalisca di Ingres e trasforma la sua schiena nel violino più sexy del mondo (Le violon d’Ingres).

Renato Guttuso, Melancholia Nova (1980).

Poi arriveranno le dee del secondo Novecento: da Marta Marzotto, svestita da Renato Guttuso, a Ilona Staller, portata alla Biennale nei suoi abiti di scena dal marito Jeff Koons in foto e sculture in bilico tra fiaba Disney e pornografia.

A chiudere il cerchio sarà Kate Moss. La splendente neocinquantenne è passata dalle passerelle – su cui è salita a quattordici anni – a diventare opera d’arte. Grazie a Marc Quinn, che ne ha fatto una sirena contorsionista, una sorta di dea Kalì del terzo millennio.

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