La fragilità nella natura umana. La figura di Otto Dix e la guerra

Realista, crudo e profondamente ironico, Otto Dix nasce a Untermhaus, in Germania, nel 1891.

Di origini proletarie, venne spesso ritenuto un uomo dalla forte valenza politica e dai grandi ideali, seppure l’artista stesso si dichiarò lontano da ogni ideologia.

In quanto membro della Nuova Oggettività tedesca, l’oggetto di interesse artistico era rappresentato dalla cosa in sé, riprodotta in maniera naturalistica e privata dal coinvolgimento emotivo dell’artista.

I temi affrontati nella sua produzione ruotano intorno alla relazione tra eros e morte, comprendenti argomenti quali procreazione, sofferenza, guerra, prostituzione, religione e grande città moderna.

Dix era un osservatore attento del suo tempo e attraverso la pittura ne registrava i cambiamenti, le crisi, i personaggi e le mode. Il critico Carl Einstein nel 1923 ne parlò a proposito: “Grosz, Dix e Schlichter distruggono il reale con una pregnante oggettività, mettono quest’epoca a nudo e la costringono all’autoironia”.

Se infatti osserviamo le espressioni dei volti e i corpi all’interno dei dipinti, noteremo una forte carica espressiva, ingigantita e talvolta caricaturale. Nei lineamenti bizzarri, traspare l’inadeguatezza di una società in crisi, come quella tedesca dell’epoca.

Otto Dix, Ritratto della giornalista Sylvia Von Harden, 1926

La Guerra

L’artista scelse di partire in guerra come volontario nel 1914: “Sono talmente realista che devo vedere tutto con i miei occhi per confermare che è così”. 

Non si ritenne mai un pacifista. Si limitò a rappresentare la brutalità della guerra decontestualizzandola dall’epoca storica e mostrandola nell’accezione generale.                                                                                                

I lavori realizzati durante il conflitto mostrano l’azione e il divincolarsi dei corpi nella lotta attraverso linee, forme e colori. Le opere del dopoguerra, invece, mostrano gli effetti e le conseguenze della guerra e sono ricche di dettagli minuziosissimi, come nel Trittico della guerra del 1929/1932.

L’opera mostra tutto l’orrore prodottosi sul campo di battaglia. La scelta della pala d’altare contrasta con le usuali raffigurazioni religiose ed è inoltre attribuibile alla necessità di Dix di spaziare tra archi temporali diversi. Tutto è reso con un realismo disturbante, in particolar modo nella sezione centrale, dove le immagini dei corpi dei soldati sono dissolte in un ammasso informe di organi e interiora umane. Le sagome sono così poco identificabili da ricondurre quasi ad una composizione astratta, che è in realtà organizzata in ogni dettaglio.

Otto Dix, I sette vizi capitali (particolare), 1933

La guerra aveva evidenziato la fragilità della vita e della dignità umana. 

Otto Dix e i suoi compagni avevano dunque scrutato nell’esistenza dell’uomo e nel contesto socio-culturale di riferimento, annotandone i risultati fallimentari.

Cover Photo Credits: Otto Dix, Metropolis, 1927-28 – Image courtesy of Mbengisu / CC BY-SA via Wikimedia Commons

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Realista, crudo e profondamente ironico, Otto Dix nasce a Untermhaus, in Germania, nel 1891.

Di origini proletarie, venne spesso ritenuto un uomo dalla forte valenza politica e dai grandi ideali, seppure l’artista stesso si dichiarò lontano da ogni ideologia.

In quanto membro della Nuova Oggettività tedesca, l’oggetto di interesse artistico era rappresentato dalla cosa in sé, riprodotta in maniera naturalistica e privata dal coinvolgimento emotivo dell’artista.

I temi affrontati nella sua produzione ruotano intorno alla relazione tra eros e morte, comprendenti argomenti quali procreazione, sofferenza, guerra, prostituzione, religione e grande città moderna.

Dix era un osservatore attento del suo tempo e attraverso la pittura ne registrava i cambiamenti, le crisi, i personaggi e le mode. Il critico Carl Einstein nel 1923 ne parlò a proposito: “Grosz, Dix e Schlichter distruggono il reale con una pregnante oggettività, mettono quest’epoca a nudo e la costringono all’autoironia”.

Se infatti osserviamo le espressioni dei volti e i corpi all’interno dei dipinti, noteremo una forte carica espressiva, ingigantita e talvolta caricaturale. Nei lineamenti bizzarri, traspare l’inadeguatezza di una società in crisi, come quella tedesca dell’epoca.

Otto Dix, Ritratto della giornalista Sylvia Von Harden, 1926

La Guerra

L’artista scelse di partire in guerra come volontario nel 1914: “Sono talmente realista che devo vedere tutto con i miei occhi per confermare che è così”. 

Non si ritenne mai un pacifista. Si limitò a rappresentare la brutalità della guerra decontestualizzandola dall’epoca storica e mostrandola nell’accezione generale.                                                                                                

I lavori realizzati durante il conflitto mostrano l’azione e il divincolarsi dei corpi nella lotta attraverso linee, forme e colori. Le opere del dopoguerra, invece, mostrano gli effetti e le conseguenze della guerra e sono ricche di dettagli minuziosissimi, come nel Trittico della guerra del 1929/1932.

L’opera mostra tutto l’orrore prodottosi sul campo di battaglia. La scelta della pala d’altare contrasta con le usuali raffigurazioni religiose ed è inoltre attribuibile alla necessità di Dix di spaziare tra archi temporali diversi. Tutto è reso con un realismo disturbante, in particolar modo nella sezione centrale, dove le immagini dei corpi dei soldati sono dissolte in un ammasso informe di organi e interiora umane. Le sagome sono così poco identificabili da ricondurre quasi ad una composizione astratta, che è in realtà organizzata in ogni dettaglio.

Otto Dix, I sette vizi capitali (particolare), 1933

La guerra aveva evidenziato la fragilità della vita e della dignità umana. 

Otto Dix e i suoi compagni avevano dunque scrutato nell’esistenza dell’uomo e nel contesto socio-culturale di riferimento, annotandone i risultati fallimentari.

Cover Photo Credits: Otto Dix, Metropolis, 1927-28 – Image courtesy of Mbengisu / CC BY-SA via Wikimedia Commons

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Realista, crudo e profondamente ironico, Otto Dix nasce a Untermhaus, in Germania, nel 1891.

Di origini proletarie, venne spesso ritenuto un uomo dalla forte valenza politica e dai grandi ideali, seppure l’artista stesso si dichiarò lontano da ogni ideologia.

In quanto membro della Nuova Oggettività tedesca, l’oggetto di interesse artistico era rappresentato dalla cosa in sé, riprodotta in maniera naturalistica e privata dal coinvolgimento emotivo dell’artista.

I temi affrontati nella sua produzione ruotano intorno alla relazione tra eros e morte, comprendenti argomenti quali procreazione, sofferenza, guerra, prostituzione, religione e grande città moderna.

Dix era un osservatore attento del suo tempo e attraverso la pittura ne registrava i cambiamenti, le crisi, i personaggi e le mode. Il critico Carl Einstein nel 1923 ne parlò a proposito: “Grosz, Dix e Schlichter distruggono il reale con una pregnante oggettività, mettono quest’epoca a nudo e la costringono all’autoironia”.

Se infatti osserviamo le espressioni dei volti e i corpi all’interno dei dipinti, noteremo una forte carica espressiva, ingigantita e talvolta caricaturale. Nei lineamenti bizzarri, traspare l’inadeguatezza di una società in crisi, come quella tedesca dell’epoca.

Otto Dix, Ritratto della giornalista Sylvia Von Harden, 1926

La Guerra

L’artista scelse di partire in guerra come volontario nel 1914: “Sono talmente realista che devo vedere tutto con i miei occhi per confermare che è così”. 

Non si ritenne mai un pacifista. Si limitò a rappresentare la brutalità della guerra decontestualizzandola dall’epoca storica e mostrandola nell’accezione generale.                                                                                                

I lavori realizzati durante il conflitto mostrano l’azione e il divincolarsi dei corpi nella lotta attraverso linee, forme e colori. Le opere del dopoguerra, invece, mostrano gli effetti e le conseguenze della guerra e sono ricche di dettagli minuziosissimi, come nel Trittico della guerra del 1929/1932.

L’opera mostra tutto l’orrore prodottosi sul campo di battaglia. La scelta della pala d’altare contrasta con le usuali raffigurazioni religiose ed è inoltre attribuibile alla necessità di Dix di spaziare tra archi temporali diversi. Tutto è reso con un realismo disturbante, in particolar modo nella sezione centrale, dove le immagini dei corpi dei soldati sono dissolte in un ammasso informe di organi e interiora umane. Le sagome sono così poco identificabili da ricondurre quasi ad una composizione astratta, che è in realtà organizzata in ogni dettaglio.

Otto Dix, I sette vizi capitali (particolare), 1933

La guerra aveva evidenziato la fragilità della vita e della dignità umana. 

Otto Dix e i suoi compagni avevano dunque scrutato nell’esistenza dell’uomo e nel contesto socio-culturale di riferimento, annotandone i risultati fallimentari.

Cover Photo Credits: Otto Dix, Metropolis, 1927-28 – Image courtesy of Mbengisu / CC BY-SA via Wikimedia Commons

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