La cultura islamica esplorata dall’artista iraniana Shirin Neshat

Shirin Neshat è una delle artiste contemporanee più rappresentative per l’esplorazione della complessità delle condizioni sociali all’interno del mondo islamico.

Classe 1957 Shirin Neshat è forse la più celebre fotografa e videoartista iraniana. Premiata alla Biennale di Venezia del 1999, la Neshat si è imposta a livello internazionale come una delle artiste contemporanee più rappresentative nell’esplorare la complessità delle condizioni sociali all’interno della cultura islamica, rivolgendo uno sguardo particolare al ruolo che qui la donna ricopre. Proprio la condizione della donna islamica, il suo rapporto con il mondo maschile e più in generale il rapporto della cultura islamica con quella occidentale sono così diventati i nodi centrali della sua ricerca artistica.

Shirin Neshat via www.artecracy.eu

Shirin si trasferisce per motivi di studio negli Stati Uniti nel 1974, dove rimane in esilio quando scoppia la rivoluzione islamica in Iran. Negli States prosegue i suoi studi artistici all’Università di Berkeley e poi si sposta a New York. La possibilità di ritornare nel 1990 in patria e la constatazione della sua radicale trasformazione ne hanno profondamente influenzato la ricerca indirizzandola, prima attraverso la fotografia, poi con video e cortometraggi, verso la comprensione delle complesse forze intellettuali e religiose sottese ai problemi connessi all’identità femminile e al rapporto tra i generi nella realtà islamica contemporanea.

Senza rinnegare la sua duplice appartenenza al mondo occidentale e a quello orientale, Shirin Neshat ha impostato un discorso figurativo altamente poetico, capace di scuotere lo spettatore con immagini e muti racconti: espressione di problematiche che, seppur connesse con l’islamismo, ne oltrepassano i confini. I suoi primi lavori (Women of Allah199397) sono fotografie in bianco e nero di donne velate, primi piani di parti del corpo femminile (volti, mani, piedi), sulle quali l’artista sovrascrive versi di poetesse iraniane contemporanee, come F. Farrukhzād, che mettono in discussione le qualità stereotipe associate alle donne musulmane.

Nella successiva trilogia di installazioni video sono raccontate storie, affidate quasi esclusivamente alla coreografia delle immagini e alla musica. Ad esempio, in Turbulent (1998) il racconto trae ispirazione dalla legge iraniana che proibisce alla donna di cantare in pubblico; mentre Rapture (1999) tratta il tema della separazione dei generi.

Shirin Neshat, Rapture,1999. Two-channel video/audio installation, 16mm film transferred to video via www.theboard.org

Altre sue opere significative sono: Soliloquy (1999), che racconta la storia di una donna musulmana in costante compromesso tra Oriente e Occidente, tra esigenze della tradizione e del mondo di oggi; e Pulse (2001), in bianco e nero, dove una donna ascolta la musica emessa da una radio accordando la sua voce al canto della voce maschile.

Dopo numerosi cortometraggi, Shirin Neshat si è pienamente affermata come regista con Zanan-e-bedun-e mardan (Women without men, 2009), un’analisi dei destini convergenti di quattro donne sullo sfondo della rivoluzione islamica, cui è stato assegnato il Leone d’argento alla 66° Mostra del cinema di Venezia. Celebre è anche la pellicola Looking for Oum Kulthum (2017), che rappresenta una raffinatissima ricerca sulla leggendaria cantante egiziana.

Shirin Neshat ha esposto le sue opere in numerose personali in giro per il mondo, come il Museo d’arte moderna di Lubiana, 1997; la Tate Gallery di Londra, 1998; il Kunsthalle di Vienna, 2000; lo Stedelijk Museum di Amsterdam,2006; la  Gladstone Gallery, New York, 2008;  e nelle più significative rassegne come le biennali di Johannesburg, İstanbul, Venezia, Lione e Valencia.

In questo video di TED Talks, l’artista di origine iraniana esplora il paradosso di essere un’ artista in esilio: una voce per il suo popolo, ma incapace di tornare a casa. Shirin racconta come il suo lavoro esplora la rivoluzione pre e post-islamica dell’Iran, tracciando il cambiamento politico e sociale attraverso potenti immagini femminili.

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Shirin Neshat è una delle artiste contemporanee più rappresentative per l’esplorazione della complessità delle condizioni sociali all’interno del mondo islamico.

Classe 1957 Shirin Neshat è forse la più celebre fotografa e videoartista iraniana. Premiata alla Biennale di Venezia del 1999, la Neshat si è imposta a livello internazionale come una delle artiste contemporanee più rappresentative nell’esplorare la complessità delle condizioni sociali all’interno della cultura islamica, rivolgendo uno sguardo particolare al ruolo che qui la donna ricopre. Proprio la condizione della donna islamica, il suo rapporto con il mondo maschile e più in generale il rapporto della cultura islamica con quella occidentale sono così diventati i nodi centrali della sua ricerca artistica.

Shirin Neshat via www.artecracy.eu

Shirin si trasferisce per motivi di studio negli Stati Uniti nel 1974, dove rimane in esilio quando scoppia la rivoluzione islamica in Iran. Negli States prosegue i suoi studi artistici all’Università di Berkeley e poi si sposta a New York. La possibilità di ritornare nel 1990 in patria e la constatazione della sua radicale trasformazione ne hanno profondamente influenzato la ricerca indirizzandola, prima attraverso la fotografia, poi con video e cortometraggi, verso la comprensione delle complesse forze intellettuali e religiose sottese ai problemi connessi all’identità femminile e al rapporto tra i generi nella realtà islamica contemporanea.

Senza rinnegare la sua duplice appartenenza al mondo occidentale e a quello orientale, Shirin Neshat ha impostato un discorso figurativo altamente poetico, capace di scuotere lo spettatore con immagini e muti racconti: espressione di problematiche che, seppur connesse con l’islamismo, ne oltrepassano i confini. I suoi primi lavori (Women of Allah199397) sono fotografie in bianco e nero di donne velate, primi piani di parti del corpo femminile (volti, mani, piedi), sulle quali l’artista sovrascrive versi di poetesse iraniane contemporanee, come F. Farrukhzād, che mettono in discussione le qualità stereotipe associate alle donne musulmane.

Nella successiva trilogia di installazioni video sono raccontate storie, affidate quasi esclusivamente alla coreografia delle immagini e alla musica. Ad esempio, in Turbulent (1998) il racconto trae ispirazione dalla legge iraniana che proibisce alla donna di cantare in pubblico; mentre Rapture (1999) tratta il tema della separazione dei generi.

Shirin Neshat, Rapture,1999. Two-channel video/audio installation, 16mm film transferred to video via www.theboard.org

Altre sue opere significative sono: Soliloquy (1999), che racconta la storia di una donna musulmana in costante compromesso tra Oriente e Occidente, tra esigenze della tradizione e del mondo di oggi; e Pulse (2001), in bianco e nero, dove una donna ascolta la musica emessa da una radio accordando la sua voce al canto della voce maschile.

Dopo numerosi cortometraggi, Shirin Neshat si è pienamente affermata come regista con Zanan-e-bedun-e mardan (Women without men, 2009), un’analisi dei destini convergenti di quattro donne sullo sfondo della rivoluzione islamica, cui è stato assegnato il Leone d’argento alla 66° Mostra del cinema di Venezia. Celebre è anche la pellicola Looking for Oum Kulthum (2017), che rappresenta una raffinatissima ricerca sulla leggendaria cantante egiziana.

Shirin Neshat ha esposto le sue opere in numerose personali in giro per il mondo, come il Museo d’arte moderna di Lubiana, 1997; la Tate Gallery di Londra, 1998; il Kunsthalle di Vienna, 2000; lo Stedelijk Museum di Amsterdam,2006; la  Gladstone Gallery, New York, 2008;  e nelle più significative rassegne come le biennali di Johannesburg, İstanbul, Venezia, Lione e Valencia.

In questo video di TED Talks, l’artista di origine iraniana esplora il paradosso di essere un’ artista in esilio: una voce per il suo popolo, ma incapace di tornare a casa. Shirin racconta come il suo lavoro esplora la rivoluzione pre e post-islamica dell’Iran, tracciando il cambiamento politico e sociale attraverso potenti immagini femminili.

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Shirin Neshat è una delle artiste contemporanee più rappresentative per l’esplorazione della complessità delle condizioni sociali all’interno del mondo islamico.

Classe 1957 Shirin Neshat è forse la più celebre fotografa e videoartista iraniana. Premiata alla Biennale di Venezia del 1999, la Neshat si è imposta a livello internazionale come una delle artiste contemporanee più rappresentative nell’esplorare la complessità delle condizioni sociali all’interno della cultura islamica, rivolgendo uno sguardo particolare al ruolo che qui la donna ricopre. Proprio la condizione della donna islamica, il suo rapporto con il mondo maschile e più in generale il rapporto della cultura islamica con quella occidentale sono così diventati i nodi centrali della sua ricerca artistica.

Shirin Neshat via www.artecracy.eu

Shirin si trasferisce per motivi di studio negli Stati Uniti nel 1974, dove rimane in esilio quando scoppia la rivoluzione islamica in Iran. Negli States prosegue i suoi studi artistici all’Università di Berkeley e poi si sposta a New York. La possibilità di ritornare nel 1990 in patria e la constatazione della sua radicale trasformazione ne hanno profondamente influenzato la ricerca indirizzandola, prima attraverso la fotografia, poi con video e cortometraggi, verso la comprensione delle complesse forze intellettuali e religiose sottese ai problemi connessi all’identità femminile e al rapporto tra i generi nella realtà islamica contemporanea.

Senza rinnegare la sua duplice appartenenza al mondo occidentale e a quello orientale, Shirin Neshat ha impostato un discorso figurativo altamente poetico, capace di scuotere lo spettatore con immagini e muti racconti: espressione di problematiche che, seppur connesse con l’islamismo, ne oltrepassano i confini. I suoi primi lavori (Women of Allah199397) sono fotografie in bianco e nero di donne velate, primi piani di parti del corpo femminile (volti, mani, piedi), sulle quali l’artista sovrascrive versi di poetesse iraniane contemporanee, come F. Farrukhzād, che mettono in discussione le qualità stereotipe associate alle donne musulmane.

Nella successiva trilogia di installazioni video sono raccontate storie, affidate quasi esclusivamente alla coreografia delle immagini e alla musica. Ad esempio, in Turbulent (1998) il racconto trae ispirazione dalla legge iraniana che proibisce alla donna di cantare in pubblico; mentre Rapture (1999) tratta il tema della separazione dei generi.

Shirin Neshat, Rapture,1999. Two-channel video/audio installation, 16mm film transferred to video via www.theboard.org

Altre sue opere significative sono: Soliloquy (1999), che racconta la storia di una donna musulmana in costante compromesso tra Oriente e Occidente, tra esigenze della tradizione e del mondo di oggi; e Pulse (2001), in bianco e nero, dove una donna ascolta la musica emessa da una radio accordando la sua voce al canto della voce maschile.

Dopo numerosi cortometraggi, Shirin Neshat si è pienamente affermata come regista con Zanan-e-bedun-e mardan (Women without men, 2009), un’analisi dei destini convergenti di quattro donne sullo sfondo della rivoluzione islamica, cui è stato assegnato il Leone d’argento alla 66° Mostra del cinema di Venezia. Celebre è anche la pellicola Looking for Oum Kulthum (2017), che rappresenta una raffinatissima ricerca sulla leggendaria cantante egiziana.

Shirin Neshat ha esposto le sue opere in numerose personali in giro per il mondo, come il Museo d’arte moderna di Lubiana, 1997; la Tate Gallery di Londra, 1998; il Kunsthalle di Vienna, 2000; lo Stedelijk Museum di Amsterdam,2006; la  Gladstone Gallery, New York, 2008;  e nelle più significative rassegne come le biennali di Johannesburg, İstanbul, Venezia, Lione e Valencia.

In questo video di TED Talks, l’artista di origine iraniana esplora il paradosso di essere un’ artista in esilio: una voce per il suo popolo, ma incapace di tornare a casa. Shirin racconta come il suo lavoro esplora la rivoluzione pre e post-islamica dell’Iran, tracciando il cambiamento politico e sociale attraverso potenti immagini femminili.

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