Gina Pane e la nascita della performance italiana | Artuu Magazine

Il nome di Gina Pane è probabilmente quello più accostato alla performance art e alla body art, con una ricerca artistica legata al corpo: progetto d’arte, materia con cui lavorare, espressione.

L’artista italo-francese Gina Pane nasce a Biarritz, in Francia. Dopo aver vissuto a Torino, si trasferisce a Parigi per studiare all’Académie des Beaux Arts.

Inizialmente si dedica alla scultura e alla pittura, producendo opere geometriche, in linea con le tendenze prevalentemente portate avanti da artisti uomini del tempo.

In seguito, si avvicina all’Arte Povera, concentrandosi sul rapporto uomo-natura. Il suo corpo, che da ora in poi sarà centrale nell’opera di Gina Pane, è messo in relazione attivamente con gli elementi naturali, esprimendo una comunione e una reciprocità assoluta. 

Del 1968 è Pierres déplacées (Pietre spostate), in cui l’artista compie il gesto semplice e quasi infantile di spostare delle pietre dall’ombra al sole, per trasmettere loro luce ed energia naturale. 

All’anno successivo risale Enfocement d’un rayon de soleil (Sotterramento di un raggio di sole): Gina Pane cerca, in modo fallimentare, di coprire un raggio di sole con della terra, sotterrandolo per conservarlo. Nello stesso anno realizza Situazione ideale terra artista cielo, in cui lei si trova in piedi, perfettamente in linea con l’orizzonte tra il cielo e la terra, vestita con gli stessi colori del paesaggio a cui intende fondersi.

Ma lo sviluppo che le riserverà un posto speciale nella storia dell’arte risale agli anni Settanta, quando afferma: «Ho capito che era precisamente lui, il mio corpo, l’elemento centrale della mia idea artistica»: Il suo corpo diventa autore, materia e soggetto artistico. 

Il critico d’arte Françoise Pluchard, molto vicino al lavoro di Gina Pane, utilizza per primo l’espressione art corporel (termine francese per definire la body art) prendendola come riferimento.

In effetti, già negli anni Sessanta in America e nel resto d’Europa, le pratiche performative nell’arte contemporanea assumevano forme e definizioni specifiche: indicavano azioni uniche e irripetibili, che mettevano al centro il corpo, inteso collettivamente, e il superamento dei suoi limiti, nel caso specifico della body art.

Ma come si posiziona l’Italia in questo contesto?  Potremmo affermare che è con Gina Pane che la performance art nasce in territorio italiano. La “madre” della performance art italiana, infatti, dopo la pittura, la scultura e l’Arte Povera, muta il suo campo d’azione, che diventa il palcoscenico, di fronte a un pubblico allibito. 

Nel 1972, a Los Angeles, l’artista mette in scena Il bianco non esiste, in cui si ferisce il viso con una lametta. Lo scopo è quello di liberarsi dagli standard estetici e dagli stereotipi che da sempre vincolano le donne. 

Il fatto che Gina Pane, in quanto artista donna in un determinato periodo storico, in cui si parla soprattutto di “padri” in ambito artistico, o mostri sacri al maschile, metta al centro dell’attenzione il suo corpo, è significativo e non trascurabile. Quindi, la ferita che l’artista provoca al suo viso non riguarda solo se stessa a livello personale, ma il corpo collettivo, quello di tutte le donne.

Nel 1973, a Parigi, presso il Centre Pompidou, realizza  Azione Sentimentale, in cui è forte la connotazione religiosa (che successivamente verrà amplificata nel suo percorso). L’artista è vestita di bianco, tiene tra le mani un bouquet di rose rosse, stacca le spine dai gambi delle rose e inizia a ferirsi le braccia, lasciando che il sangue scorra. Viene messo in scena un martirio, attraverso l’automutilazione.

Gina Pane, Azione sentimentale, 1973

Ma cosa rappresenta l’elemento costante della ferita associata al corpo nelle performance d’arte di Gina Pane? 

Dalle parole dell’artista riportate in Lettera a uno(a) sconosciuto(a) del 1974: “Se apro il mio corpo affinché voi possiate guardarci il vostro sangue, è per amore vostro: l’altro. Ecco perché tengo alla Vostra presenza durante le mie azioni”.

La ferita, quindi, corrisponde a un’apertura verso l’altro, un’estensione del corpo come materia collettiva, che diventa di tutti. È amore verso il prossimo.

Significativa è Azione Autoritratto, del 1973: una sequenza di azioni. L’artista si trova su un letto di metallo, dando le spalle al pubblico; con un rasoio si taglia il labbro, per poi fare gargarismi con del latte. I colori e gli elementi coinvolti nella performance sono rilevanti e appartengono alla sfera femminile dell’esistenza: l bianco del latte e il rosso del sangue, mescolati fra di loro.

Gina Pane, Azione autoritratto, 1973

Un altro elemento fondamentale nel percorso di Gina Pane è il ruolo ricoperto dalla fotografia associata all’azione. La fotografa Françoise Masson, ha documentato tutte le performance dell’artista. Le fotografie erano ideate appositamente per le varie azioni, pensate nei minimi dettagli, come le luci o le inquadrature. Gina Pane poi le selezionava e le esponeva, rendendole parte integrante del lavoro finale, su dei pannelli che lei chiamava constat d’action (dichiarazione dell’azione).

Il ruolo associato a questi pannelli fotografici era quello di documentare, testimoniare l’avvenuta azione. In questo modo, Gina Pane metteva in risalto uno dei “problemi” costitutivi della performance art: il suo rapporto con la rappresentazione. Essendo l’azione performativa unica e irripetibile, come può essere esposta, o durare nel tempo, se non tramite una documentazione (video o fotografie) e quindi una rappresentazione? E quindi qual è il lavoro finale?

L’artista risolve questo dilemma attraverso la cura dei dettagli della rappresentazione, che non è più solo funzionale, ma ha un valore estetico e concettuale tale da renderla parte attiva e autonoma dell’opera.

Le documentazioni, intese come tracce, oggetti e strumenti coinvolti nelle sue azioni, sono raccolti e inclusi da Gina Pane, a partire dagli anni Ottanta, nelle Partizioni. Le installazioni, spesso a parete, invitano lo sguardo dello spettatore a ricomporre il percorso dell’artista, identificandosi in quegli oggetti.

Gina Pane, Partitions Opere Multimedia 1984-1985. Performance a cura di Lea Vergine, PAC, Milano 1985

Ma in questo decennio, l’elemento centrale che viene approfondito è quello religioso e sacro, applicato al contemporaneo. I soggetti delle opere sono spesso i santi e i martiri, che hanno impiegato la propria vita a favore dell’umanità.

Gina Pane fa riferimento a varie fonti del passato, tra cui Paolo Uccello, dal quale riprende il titolo dell’opera San Giorgio e il drago (1984-1985): attraverso il colore e la geometria, il dipinto dell’artista toscano viene scomposto e il soggetto, ovvero l’uccisione, sintetizzato, al fine di rappresentare il superamento del bene sul male. Allo stesso modo, si ispira ad altri lavori, ad esempio di Hans Memling o di Filippino Lippi, cercando sempre di interpretarli in maniera attuale attraverso una sintesi linguistica.

Gina Pane, Le Martyre de Saint Sébastien d’après une posture d’une peinture de Memling – Partition pour un corps, 1984

Quest’ultima fase del percorso dell’artista aiuta a comprenderne l’attitudine e gli obiettivi. L’interesse verso il soggetto religioso mette l’artista in una condizione particolare. In maniera quasi blasfema, Gina Pane si pone come una figura religiosa, una martire che provoca dolore al suo corpo, per farsi carico di un dolore collettivo, mettendo in scena un’arte sacra.

Cover Photo Credits: Gina Pane, Azione sentimentale

- Artuu crede in -

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Gina Pane e la nascita della performance italiana | Artuu Magazine

Il nome di Gina Pane è probabilmente quello più accostato alla performance art e alla body art, con una ricerca artistica legata al corpo: progetto d’arte, materia con cui lavorare, espressione.

L’artista italo-francese Gina Pane nasce a Biarritz, in Francia. Dopo aver vissuto a Torino, si trasferisce a Parigi per studiare all’Académie des Beaux Arts.

Inizialmente si dedica alla scultura e alla pittura, producendo opere geometriche, in linea con le tendenze prevalentemente portate avanti da artisti uomini del tempo.

In seguito, si avvicina all’Arte Povera, concentrandosi sul rapporto uomo-natura. Il suo corpo, che da ora in poi sarà centrale nell’opera di Gina Pane, è messo in relazione attivamente con gli elementi naturali, esprimendo una comunione e una reciprocità assoluta. 

Del 1968 è Pierres déplacées (Pietre spostate), in cui l’artista compie il gesto semplice e quasi infantile di spostare delle pietre dall’ombra al sole, per trasmettere loro luce ed energia naturale. 

All’anno successivo risale Enfocement d’un rayon de soleil (Sotterramento di un raggio di sole): Gina Pane cerca, in modo fallimentare, di coprire un raggio di sole con della terra, sotterrandolo per conservarlo. Nello stesso anno realizza Situazione ideale terra artista cielo, in cui lei si trova in piedi, perfettamente in linea con l’orizzonte tra il cielo e la terra, vestita con gli stessi colori del paesaggio a cui intende fondersi.

Ma lo sviluppo che le riserverà un posto speciale nella storia dell’arte risale agli anni Settanta, quando afferma: «Ho capito che era precisamente lui, il mio corpo, l’elemento centrale della mia idea artistica»: Il suo corpo diventa autore, materia e soggetto artistico. 

Il critico d’arte Françoise Pluchard, molto vicino al lavoro di Gina Pane, utilizza per primo l’espressione art corporel (termine francese per definire la body art) prendendola come riferimento.

In effetti, già negli anni Sessanta in America e nel resto d’Europa, le pratiche performative nell’arte contemporanea assumevano forme e definizioni specifiche: indicavano azioni uniche e irripetibili, che mettevano al centro il corpo, inteso collettivamente, e il superamento dei suoi limiti, nel caso specifico della body art.

Ma come si posiziona l’Italia in questo contesto?  Potremmo affermare che è con Gina Pane che la performance art nasce in territorio italiano. La “madre” della performance art italiana, infatti, dopo la pittura, la scultura e l’Arte Povera, muta il suo campo d’azione, che diventa il palcoscenico, di fronte a un pubblico allibito. 

Nel 1972, a Los Angeles, l’artista mette in scena Il bianco non esiste, in cui si ferisce il viso con una lametta. Lo scopo è quello di liberarsi dagli standard estetici e dagli stereotipi che da sempre vincolano le donne. 

Il fatto che Gina Pane, in quanto artista donna in un determinato periodo storico, in cui si parla soprattutto di “padri” in ambito artistico, o mostri sacri al maschile, metta al centro dell’attenzione il suo corpo, è significativo e non trascurabile. Quindi, la ferita che l’artista provoca al suo viso non riguarda solo se stessa a livello personale, ma il corpo collettivo, quello di tutte le donne.

Nel 1973, a Parigi, presso il Centre Pompidou, realizza  Azione Sentimentale, in cui è forte la connotazione religiosa (che successivamente verrà amplificata nel suo percorso). L’artista è vestita di bianco, tiene tra le mani un bouquet di rose rosse, stacca le spine dai gambi delle rose e inizia a ferirsi le braccia, lasciando che il sangue scorra. Viene messo in scena un martirio, attraverso l’automutilazione.

Gina Pane, Azione sentimentale, 1973

Ma cosa rappresenta l’elemento costante della ferita associata al corpo nelle performance d’arte di Gina Pane? 

Dalle parole dell’artista riportate in Lettera a uno(a) sconosciuto(a) del 1974: “Se apro il mio corpo affinché voi possiate guardarci il vostro sangue, è per amore vostro: l’altro. Ecco perché tengo alla Vostra presenza durante le mie azioni”.

La ferita, quindi, corrisponde a un’apertura verso l’altro, un’estensione del corpo come materia collettiva, che diventa di tutti. È amore verso il prossimo.

Significativa è Azione Autoritratto, del 1973: una sequenza di azioni. L’artista si trova su un letto di metallo, dando le spalle al pubblico; con un rasoio si taglia il labbro, per poi fare gargarismi con del latte. I colori e gli elementi coinvolti nella performance sono rilevanti e appartengono alla sfera femminile dell’esistenza: l bianco del latte e il rosso del sangue, mescolati fra di loro.

Gina Pane, Azione autoritratto, 1973

Un altro elemento fondamentale nel percorso di Gina Pane è il ruolo ricoperto dalla fotografia associata all’azione. La fotografa Françoise Masson, ha documentato tutte le performance dell’artista. Le fotografie erano ideate appositamente per le varie azioni, pensate nei minimi dettagli, come le luci o le inquadrature. Gina Pane poi le selezionava e le esponeva, rendendole parte integrante del lavoro finale, su dei pannelli che lei chiamava constat d’action (dichiarazione dell’azione).

Il ruolo associato a questi pannelli fotografici era quello di documentare, testimoniare l’avvenuta azione. In questo modo, Gina Pane metteva in risalto uno dei “problemi” costitutivi della performance art: il suo rapporto con la rappresentazione. Essendo l’azione performativa unica e irripetibile, come può essere esposta, o durare nel tempo, se non tramite una documentazione (video o fotografie) e quindi una rappresentazione? E quindi qual è il lavoro finale?

L’artista risolve questo dilemma attraverso la cura dei dettagli della rappresentazione, che non è più solo funzionale, ma ha un valore estetico e concettuale tale da renderla parte attiva e autonoma dell’opera.

Le documentazioni, intese come tracce, oggetti e strumenti coinvolti nelle sue azioni, sono raccolti e inclusi da Gina Pane, a partire dagli anni Ottanta, nelle Partizioni. Le installazioni, spesso a parete, invitano lo sguardo dello spettatore a ricomporre il percorso dell’artista, identificandosi in quegli oggetti.

Gina Pane, Partitions Opere Multimedia 1984-1985. Performance a cura di Lea Vergine, PAC, Milano 1985

Ma in questo decennio, l’elemento centrale che viene approfondito è quello religioso e sacro, applicato al contemporaneo. I soggetti delle opere sono spesso i santi e i martiri, che hanno impiegato la propria vita a favore dell’umanità.

Gina Pane fa riferimento a varie fonti del passato, tra cui Paolo Uccello, dal quale riprende il titolo dell’opera San Giorgio e il drago (1984-1985): attraverso il colore e la geometria, il dipinto dell’artista toscano viene scomposto e il soggetto, ovvero l’uccisione, sintetizzato, al fine di rappresentare il superamento del bene sul male. Allo stesso modo, si ispira ad altri lavori, ad esempio di Hans Memling o di Filippino Lippi, cercando sempre di interpretarli in maniera attuale attraverso una sintesi linguistica.

Gina Pane, Le Martyre de Saint Sébastien d’après une posture d’une peinture de Memling – Partition pour un corps, 1984

Quest’ultima fase del percorso dell’artista aiuta a comprenderne l’attitudine e gli obiettivi. L’interesse verso il soggetto religioso mette l’artista in una condizione particolare. In maniera quasi blasfema, Gina Pane si pone come una figura religiosa, una martire che provoca dolore al suo corpo, per farsi carico di un dolore collettivo, mettendo in scena un’arte sacra.

Cover Photo Credits: Gina Pane, Azione sentimentale

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Gina Pane e la nascita della performance italiana | Artuu Magazine

Il nome di Gina Pane è probabilmente quello più accostato alla performance art e alla body art, con una ricerca artistica legata al corpo: progetto d’arte, materia con cui lavorare, espressione.

L’artista italo-francese Gina Pane nasce a Biarritz, in Francia. Dopo aver vissuto a Torino, si trasferisce a Parigi per studiare all’Académie des Beaux Arts.

Inizialmente si dedica alla scultura e alla pittura, producendo opere geometriche, in linea con le tendenze prevalentemente portate avanti da artisti uomini del tempo.

In seguito, si avvicina all’Arte Povera, concentrandosi sul rapporto uomo-natura. Il suo corpo, che da ora in poi sarà centrale nell’opera di Gina Pane, è messo in relazione attivamente con gli elementi naturali, esprimendo una comunione e una reciprocità assoluta. 

Del 1968 è Pierres déplacées (Pietre spostate), in cui l’artista compie il gesto semplice e quasi infantile di spostare delle pietre dall’ombra al sole, per trasmettere loro luce ed energia naturale. 

All’anno successivo risale Enfocement d’un rayon de soleil (Sotterramento di un raggio di sole): Gina Pane cerca, in modo fallimentare, di coprire un raggio di sole con della terra, sotterrandolo per conservarlo. Nello stesso anno realizza Situazione ideale terra artista cielo, in cui lei si trova in piedi, perfettamente in linea con l’orizzonte tra il cielo e la terra, vestita con gli stessi colori del paesaggio a cui intende fondersi.

Ma lo sviluppo che le riserverà un posto speciale nella storia dell’arte risale agli anni Settanta, quando afferma: «Ho capito che era precisamente lui, il mio corpo, l’elemento centrale della mia idea artistica»: Il suo corpo diventa autore, materia e soggetto artistico. 

Il critico d’arte Françoise Pluchard, molto vicino al lavoro di Gina Pane, utilizza per primo l’espressione art corporel (termine francese per definire la body art) prendendola come riferimento.

In effetti, già negli anni Sessanta in America e nel resto d’Europa, le pratiche performative nell’arte contemporanea assumevano forme e definizioni specifiche: indicavano azioni uniche e irripetibili, che mettevano al centro il corpo, inteso collettivamente, e il superamento dei suoi limiti, nel caso specifico della body art.

Ma come si posiziona l’Italia in questo contesto?  Potremmo affermare che è con Gina Pane che la performance art nasce in territorio italiano. La “madre” della performance art italiana, infatti, dopo la pittura, la scultura e l’Arte Povera, muta il suo campo d’azione, che diventa il palcoscenico, di fronte a un pubblico allibito. 

Nel 1972, a Los Angeles, l’artista mette in scena Il bianco non esiste, in cui si ferisce il viso con una lametta. Lo scopo è quello di liberarsi dagli standard estetici e dagli stereotipi che da sempre vincolano le donne. 

Il fatto che Gina Pane, in quanto artista donna in un determinato periodo storico, in cui si parla soprattutto di “padri” in ambito artistico, o mostri sacri al maschile, metta al centro dell’attenzione il suo corpo, è significativo e non trascurabile. Quindi, la ferita che l’artista provoca al suo viso non riguarda solo se stessa a livello personale, ma il corpo collettivo, quello di tutte le donne.

Nel 1973, a Parigi, presso il Centre Pompidou, realizza  Azione Sentimentale, in cui è forte la connotazione religiosa (che successivamente verrà amplificata nel suo percorso). L’artista è vestita di bianco, tiene tra le mani un bouquet di rose rosse, stacca le spine dai gambi delle rose e inizia a ferirsi le braccia, lasciando che il sangue scorra. Viene messo in scena un martirio, attraverso l’automutilazione.

Gina Pane, Azione sentimentale, 1973

Ma cosa rappresenta l’elemento costante della ferita associata al corpo nelle performance d’arte di Gina Pane? 

Dalle parole dell’artista riportate in Lettera a uno(a) sconosciuto(a) del 1974: “Se apro il mio corpo affinché voi possiate guardarci il vostro sangue, è per amore vostro: l’altro. Ecco perché tengo alla Vostra presenza durante le mie azioni”.

La ferita, quindi, corrisponde a un’apertura verso l’altro, un’estensione del corpo come materia collettiva, che diventa di tutti. È amore verso il prossimo.

Significativa è Azione Autoritratto, del 1973: una sequenza di azioni. L’artista si trova su un letto di metallo, dando le spalle al pubblico; con un rasoio si taglia il labbro, per poi fare gargarismi con del latte. I colori e gli elementi coinvolti nella performance sono rilevanti e appartengono alla sfera femminile dell’esistenza: l bianco del latte e il rosso del sangue, mescolati fra di loro.

Gina Pane, Azione autoritratto, 1973

Un altro elemento fondamentale nel percorso di Gina Pane è il ruolo ricoperto dalla fotografia associata all’azione. La fotografa Françoise Masson, ha documentato tutte le performance dell’artista. Le fotografie erano ideate appositamente per le varie azioni, pensate nei minimi dettagli, come le luci o le inquadrature. Gina Pane poi le selezionava e le esponeva, rendendole parte integrante del lavoro finale, su dei pannelli che lei chiamava constat d’action (dichiarazione dell’azione).

Il ruolo associato a questi pannelli fotografici era quello di documentare, testimoniare l’avvenuta azione. In questo modo, Gina Pane metteva in risalto uno dei “problemi” costitutivi della performance art: il suo rapporto con la rappresentazione. Essendo l’azione performativa unica e irripetibile, come può essere esposta, o durare nel tempo, se non tramite una documentazione (video o fotografie) e quindi una rappresentazione? E quindi qual è il lavoro finale?

L’artista risolve questo dilemma attraverso la cura dei dettagli della rappresentazione, che non è più solo funzionale, ma ha un valore estetico e concettuale tale da renderla parte attiva e autonoma dell’opera.

Le documentazioni, intese come tracce, oggetti e strumenti coinvolti nelle sue azioni, sono raccolti e inclusi da Gina Pane, a partire dagli anni Ottanta, nelle Partizioni. Le installazioni, spesso a parete, invitano lo sguardo dello spettatore a ricomporre il percorso dell’artista, identificandosi in quegli oggetti.

Gina Pane, Partitions Opere Multimedia 1984-1985. Performance a cura di Lea Vergine, PAC, Milano 1985

Ma in questo decennio, l’elemento centrale che viene approfondito è quello religioso e sacro, applicato al contemporaneo. I soggetti delle opere sono spesso i santi e i martiri, che hanno impiegato la propria vita a favore dell’umanità.

Gina Pane fa riferimento a varie fonti del passato, tra cui Paolo Uccello, dal quale riprende il titolo dell’opera San Giorgio e il drago (1984-1985): attraverso il colore e la geometria, il dipinto dell’artista toscano viene scomposto e il soggetto, ovvero l’uccisione, sintetizzato, al fine di rappresentare il superamento del bene sul male. Allo stesso modo, si ispira ad altri lavori, ad esempio di Hans Memling o di Filippino Lippi, cercando sempre di interpretarli in maniera attuale attraverso una sintesi linguistica.

Gina Pane, Le Martyre de Saint Sébastien d’après une posture d’une peinture de Memling – Partition pour un corps, 1984

Quest’ultima fase del percorso dell’artista aiuta a comprenderne l’attitudine e gli obiettivi. L’interesse verso il soggetto religioso mette l’artista in una condizione particolare. In maniera quasi blasfema, Gina Pane si pone come una figura religiosa, una martire che provoca dolore al suo corpo, per farsi carico di un dolore collettivo, mettendo in scena un’arte sacra.

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