Wired Italia e Tiscali News chiudono perché il giornalismo, da solo, non basta più

La chiusura di Wired Italia e di Tiscali News non è soltanto una notizia di settore, né l’ennesimo episodio malinconico da raccontare come se fossimo davanti a due semplici marchi che abbassano la serranda, perché in realtà qui si vede con grande chiarezza una frattura più profonda: il giornalismo digitale continua ad avere valore pubblico, ma sempre meno valore industriale per i grandi gruppi quando non riesce a trasformare attenzione, reputazione e storia in ricavi abbastanza alti da giustificare investimenti, strutture e personale.

Nel caso di Wired Italia, il punto è stato esplicitato con una franchezza quasi brutale dal CEO di Condé Nast, Roger Lynch (manco a farlo apposta, il 16 aprile, giorno dello sciopero dei giornalisti), che nel suo comunicato interno ha spiegato che alcune attività del gruppo, tra cui proprio l’edizione italiana di Wired, insieme a Self e ad alcune edizioni internazionali di Glamour, rappresentano poco più dell’1% del fatturato complessivo. Ragione per cui l’azienda ha deciso di concentrare le risorse sulle aree considerate più forti, più scalabili e più coerenti con la strategia futura del gruppo.

È una frase che va letta bene, perché dice tutto: non basta essere un brand riconoscibile, non basta avere una funzione culturale, non basta presidiare temi come innovazione, intelligenza artificiale, scienza o trasformazioni sociali, se poi quel presidio non si traduce in un business abbastanza robusto. Condé Nast, del resto, nel memo rivendica una situazione generale positiva, con ricavi in crescita e redditività in aumento, e proprio per questo la decisione appare ancora più significativa, perché non arriva dentro una crisi generalizzata del gruppo, ma dentro una fase in cui il gruppo sceglie di tagliare ciò che considera marginale per investire dove vede più ritorno.

La parte forse più simbolica della vicenda è che Wired non scompare del tutto, perché a restare in piedi è Wired Consulting (attività, questa sì, altamente redditizia), insieme agli eventi live e business-to-business che potranno continuare sotto una regia internazionale, soprattutto britannica. Quello che viene tagliato non è il marchio in quanto tale, ma il costo della redazione locale, mentre sopravvive ciò che può ancora produrre valore attraverso consulenza, eventi, relazioni con i brand e progetti collaterali, cioè esattamente quelle forme ibride di Branded Journalism che oggi molte aziende editoriali giudicano più sostenibili del giornalismo puro, ma che sono inevitabilmente meno libere.

C’è poi il tema dell’audience che si restringe o si frammenta, e qui va fatta una distinzione importante: Roger Lynch parla infatti di un -15% di utenti online nell’ultimo anno, sintomo di come i siti editoriali siano sotto pressione da tempo. Oggi, infatti, la concorrenza non arriva più soltanto dagli altri giornali o dai social, bensì da un ecosistema in cui sempre più utenti cercano risposte rapide attraverso AI, chatbot, riassunti automatici, motori di ricerca conversazionali e strumenti che intercettano il bisogno informativo senza portare davvero il lettore dentro il sito. Questo significa meno navigazione, meno pagine viste, meno tempo trascorso sulle testate e quindi anche meno inventory pubblicitaria, meno occasioni di conversione e meno valore economico del traffico. È uno spostamento enorme: una parte del pubblico non “visita” più l’informazione, la interroga. E quando l’informazione viene consumata come risposta breve, istantanea e disintermediata, il sito perde centralità come luogo di permanenza, ma anche di costruzione culturale.

Il paradosso di Wired Italia è quasi perfetto, perché una testata nata per raccontare il futuro della tecnologia finisce schiacciata anche dal modo in cui la tecnologia sta cambiando il consumo dell’informazione. Nello stesso comunicato Lynch collega la riorganizzazione aziendale al rapido avanzamento dell’intelligenza artificiale e al suo impatto sulla capacità dell’azienda di innovare e sviluppare prodotti più velocemente. In sostanza ammette in modo piuttosto esplicito che l’AI non è solo un argomento editoriale, ma una forza industriale che sta ridisegnando costi, processi, prodotti e priorità.

Se Wired Italia racconta la selezione spietata dei gruppi globali, Tiscali News racconta invece un livello ancora più duro, quello in cui la crisi industriale travolge direttamente la redazione. Il sito, attivo dal 2009, chiuderà dal 30 aprile e il gruppo Tessellis, che controlla Tiscali, ha deciso di fermare il ramo giornalistico nel quadro di una più ampia ristrutturazione legata alla possibile cessione del ramo consumer e a una procedura di composizione negoziata della crisi. La notizia più pesante, qui, è che i 12 giornalisti della redazione restano senza prospettiva, perché il futuro acquirente non prevede continuità per la testata e l’azienda ha gestito le eccedenze con esodi incentivati e altri strumenti, ma l’esito sostanziale è chiarissimo: la redazione viene smantellata.

Il dato più crudele, ma anche più vero, è che Tiscali News non viene chiusa perché non abbia storia, anzi ne ha moltissima, visto che Tiscali è stata una delle icone della prima internet italiana ed europea, ma perché, dentro una fase di dismissione e vendita degli asset, il giornalismo non è considerato abbastanza strategico o profittevole da meritare continuità. Il sito si spegne, i giornalisti escono, il marchio sopravvive solo se utile in altri perimetri, e anche qui torna lo stesso schema visto con Wired: non muore soltanto una testata, viene dichiarato non sostenibile il suo modello economico.

Il filo che unisce queste due chiusure, allora, è molto più contemporaneo di quanto sembri, perché da una parte ci sono grandi gruppi che tagliano i brand locali con ricavi troppo piccoli, dall’altra ci sono aziende in crisi che eliminano i rami ritenuti non essenziali, ma in mezzo c’è soprattutto un cambiamento nel comportamento degli utenti: si naviga meno, si atterra meno sui siti, si cerca più spesso una risposta diretta, magari mediata da AI e bot, e questo erode il modello classico su cui l’editoria digitale ha vissuto per anni. Meno visite significa meno pubblicità, meno ricavi, uguale meno redazioni; meno redazioni significa meno capacità di produrre contenuti originali, e a quel punto la crisi diventa circolare.

È per questo che la chiusura di Wired Italia e Tiscali News vale più della somma delle due storie, perché racconta un web in cui il contenuto continua a servire, ma il contenitore sito web conta sempre meno. Restano i marchi che diventano servizi, eventi, consulenza o prodotti scalabili; saltano le redazioni che non riescono più a sostenersi con il traffico e la pubblicità. 

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Mattia Casanova
Mattia Casanova
Laureato in Economia e Gestione degli Eventi Culturali, il suo percorso lo ha portato a specializzarsi in Content Management e Web Design per il settore Artistico. Ha vissuto a Venezia, Londra e Cagliari.

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