Wake Up Dead Man: Knives Out. Benoit Blanc in un’America periferica e claustrofobica, tra devozione e segreti

Rian Johnson apre Wake Up Dead Man: Knives Out togliendo allo spettatore ciò che si aspetta. Benoit Blanc arriva tardi, l’indagine procede per deviazioni, e il film sembra più interessato a ciò che precede il crimine che a ciò che porta alla sua risoluzione. Dopo aver sventrato con elegante perfidia l’ipocrisia della borghesia progressista e il narcisismo predatorio, Benoit Blanc si ritrova qui immerso in un’America periferica e claustrofobica, dove la fede diventa la grammatica del potere e la religione una forma di sorveglianza.

Questa volta Blanc si trova a dover far luce sulla misteriosa scomparsa del monsignor Wicks (Josh Brolin). A finire subito sotto accusa è Jud Duplenticy (Josh O’Connor), il suo giovane collaboratore, arrivato da poco all’interno della comunità e subito visto con sospetto dai fedeli, guidati dall’inflessibile Martha Delacroix (Glenn Close). Accanto a lei figurano anche il dottor Nat Sharp (Jeremy Renner), Lee Ross (Andrew Scott), Vera Draven (Kerry Washington) e Simone Vivane (Cailee Spaeny). La morte del monsignor Jefferson Wicks, santone carismatico, pastore e al tempo stesso abile architetto di consensi, è il detonatore di un racconto che odora di incenso e paura.

Johnson usa la struttura del mystery come un contenitore poroso, lasciando filtrare dentro il racconto le ansie di un’America che ha smarrito il rapporto con la complessità. La comunità religiosa al centro del film è un organismo ideologico, un sistema chiuso che produce senso, consenso e colpa secondo logiche interne impermeabili al dubbio. Il delitto del monsignor Jefferson Wicks irrompe in questo equilibrio: è l’atto che rende visibile una violenza già presente, normalizzata, ritualizzata. In questo contesto, il personaggio di Jud Duplenticy diventa il vero baricentro emotivo e tematico del film. Johnson affida a Josh O’Connor un ruolo che lavora per contraddizione: una fede sincera, quasi ingenua, che si scontra con l’uso strumentale del sacro operato da chi detiene il potere. Duplenticy è una figura liminale, esposta, vulnerabile, il punto in cui il sistema rivela le proprie crepe.

Johnson abbandona le geometrie eleganti dei capitoli precedenti per una regia più cupa, meno ornamentale, che guarda apertamente al gotico e a una tradizione letteraria del giallo in cui l’enigma è un pretesto metafisico. Tutto in Wake Up Dead Man è sigillato, sorvegliato, protetto da una retorica che respinge l’alterità come una minaccia. L’ingresso tardivo di Benoit Blanc assume così un valore simbolico. Il detective è una figura quasi anacronistica, chiamata a operare in un contesto che ha già deciso chi è colpevole e perché. Daniel Craig modula il personaggio su registri più sommessi, rinunciando a parte dell’istrionismo che lo aveva reso iconico. Blanc osserva, ascolta, comprende ma sembra anche intuire i limiti del proprio metodo, come se la ragione fosse necessaria ma non più sufficiente. È qui che il film esplicita, senza troppo pudore ma con notevole lucidità, i suoi rimandi al presente politico e culturale: fanatismo religioso, populismo identitario, paura dello straniero. Johnson non costruisce allegorie sofisticate, preferisce lavorare per accumulo, lasciando che siano i comportamenti dei personaggi a parlare.

La durata dilatata appesantisce alcuni snodi e la coralità, cifra fondante del franchise, qui risulta disomogenea, ma sono crepe che finiscono per riflettere il tema centrale: l’impossibilità di un ordine perfetto. Wake Up Dead Man: Knives Out non è il capitolo più brillante né il più equilibrato della saga, ma è forse il più inquieto. Non chiede tanto allo spettatore di indovinare chi o come, quanto di interrogarsi sul perché: perché crediamo, perché obbediamo, perché scegliamo di delegare la nostra coscienza a un’autorità che promette salvezza.

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Lucia Tedesco
Lucia Tedesco
Giornalista, appassionata di cinema e tecnologia. Nel 2018 ho fondato un sito, Lost in Cinema

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