Teorizzato negli anni Sessanta dall’attore teatrale sordo Bernard Bragg, e sviluppatasi all’interno della cultura sorda internazionale, il Visual Vernacular è una tecnica narrativa che trasforma la Lingua dei segni (LIS) in un’interpretazione dall’altissimo valore comunicativo e artistico e che negli ultimi anni ha trovato applicazioni sempre più interessanti anche nel settore culturale e museale.
Se la parola “Visual” richiama immediatamente la dimensione della vista, “Vernacular”, invece, deriva dal termine “vernacolo” e indica una lingua utilizzata all’interno di una determinata area geografica o comunità, assimilabile per certi aspetti al concetto di dialetto. L’unione di questi due concetti dà origine a una forma espressiva unica, che utilizza il potenziale comunicativo della Lingua dei segni per creare narrazioni visive poetiche, che cercano di sfruttare le potenzialità del corpo, degli attori e dello spazio.
Da qualche anno ormai questa forma artistica sta prendendo piede in musei e gallerie affiancandosi alle visite tradizionali programmate in LIS, allo scopo di illustrare, ma soprattutto suggerire ed evocare possibili nuove interpretazioni delle opere d’arte stesse, dalle forti implicazioni performative: attraverso movimenti ed espressioni studiate, si va infatti oltre la mera traduzione segnica dell’immagine scelta rendendola piuttosto un racconto dinamico ed evocativo complesso.
Espressioni facciali marcate, la tecnica dello zoom, l’uso della tridimensionalità, la gestione dello spazio, la capacità di segnare in parallelo più elementi della scena, le metafore visive, il fermo immagine, il ritmo, la pantomima e l’immedesimazione nell’oggetto o nel personaggio rappresentato, diventano elementi essenziali da combinare liberamente per trasmettere emozioni e stati d’animo e simulare avvicinamenti e allontanamenti tipici di un linguaggio quasi cinematografico, permettendo ai performer di creare narrazioni estremamente coinvolgenti ed efficaci, che utilizzano la Lis in chiave poetica.
Attraverso il corpo, il volto e i movimenti delle mani, la persona segnante può trasformarsi in personaggi diversi, rappresentare ambienti, oggetti, situazioni, cambi di scena e persino fenomeni naturali. Il risultato è una forma di comunicazione che non si limita a descrivere la realtà, ma la rende avvincente e accattivante per tutti i fruitori, attraverso velocità, cambi di prospettiva, inquadrature, dettagli e momenti salienti riprodotti attraverso movimenti studiati di grande efficacia mimica.

Ogni opera “prende vita” attraverso le infinite possibilità narrative della gestualità che riescono a dare l’idea anche delle inquadrature, simulando primi piani, campi lunghi, panoramiche e cambi di angolazione. Il ritmo della narrazione viene modulato attraverso accelerazioni e rallentamenti che contribuiscono a creare tensione, suspense o emozione. Tutto questo avviene grazie anche alle cosiddette Componenti Non Manuali, ovvero l’insieme di espressioni facciali, movimenti del capo, postura e gestualità corporea che arricchiscono il significato dei segni e amplificano la forza comunicativa del racconto scenico.
Nell’ambito della realtà museale romana già da sei anni la Galleria Borghese, nella persona di Stefania Vannini, referente per l’accessibilità, ha ideato la proposta Storie del Cardinale Scipione calendarizzando tra le sue iniziative didattiche un incontro al mese in cui vengono ‘portate in scena’ attraverso la collaborazione di professionisti sordi, opere di artisti illustri presenti in collezione, rappresentandole come ‘capolavori dal vivo’, secondo un itinerario di volta in volta co-progettato con la guida segnante Violante Nonno.
Una sfida che ha riscosso grande interesse sia all’interno della Comunità Sorda sia tra gli appassionati d’arte, dimostrando come grazie a una narrazione costruita attraverso il linguaggio visivo, si acquisiscano nuove sfumature interpretative, rendendo la cultura e l’accessibilità occasione di arricchimento della fruizione stessa.
A rendere l’esperienza ancora più coinvolgente il contributo di Lorenzo Laudo e Chiara Lucia Conte, che attraverso il Visual Vernacular, conducono i visitatori alla scoperta del simbolismo presente in alcune delle opere trasformando il racconto in una vera esperienza immersiva, capace di superare la barriera della parola e di restituire tutta la forza evocativa dell’arte, offrendo una modalità di fruizione innovativa e inclusiva.
L’Ente Nazionale Sordi sostiene con convinzione questo modello culturale, riconoscendone il valore sia sul piano dell’accessibilità sia su quello della partecipazione attiva. Il coinvolgimento diretto di professionisti sordi nella progettazione e nella realizzazione delle attività rappresenta infatti un elemento fondamentale per garantire percorsi realmente inclusivi e arricchenti per tutta la comunità.
L’esperienza della Galleria Borghese dimostra come il Visual Vernacular possa diventare uno straordinario strumento di mediazione culturale, in cui il museo diventa uno spazio da vivere e sperimentare attraverso linguaggi differenti.
Non si tratta soltanto di una tecnica artistica, ma di una modalità di raccontare il mondo che valorizza la ricchezza della cultura sorda e promuove una concezione dell’accessibilità basata sulla partecipazione, sul dialogo e sul riconoscimento delle differenze come risorsa. In un’epoca in cui l’inclusione rappresenta una sfida sempre più importante, il Visual Vernacular si conferma una forma d’arte capace di abbattere barriere, creare connessioni e restituire nuova vita e nuovi sguardi alle storie, alle opere e alle persone che le raccontano e le ascoltano.


