Venezia 83 diventa un caso politico: Gaza, Russia e libertà artistica dividono il Lido

La Mostra del Cinema di Venezia torna al Lido dal 2 al 12 settembre, ma l’83ª edizione nasce già attraversata da tensioni che superano ampiamente lo schermo. Gaza, la guerra in Ucraina, i rapporti fra cultura e potere e il confine sempre più fragile fra libertà artistica e responsabilità politica accompagnano l’apertura di un festival chiamato a difendere la propria autonomia mentre intorno aumentano appelli, contestazioni e pressioni istituzionali.

Il film inaugurale sarà Ink di Danny Boyle, dedicato all’ascesa di Rupert Murdoch e alla trasformazione dell’informazione in potere politico. Una scelta che sembra anticipare il tono dell’intera edizione: il cinema torna a interrogare i meccanismi attraverso i quali opinione pubblica, propaganda e autorità costruiscono la realtà. Anche i documentari dedicati a Elon Musk, alle operazioni dell’ICE negli Stati Uniti e ai conflitti contemporanei confermano una selezione più politica, mentre la presenza dei grandi studios hollywoodiani appare ridotta rispetto agli anni precedenti.

Il nodo più immediato riguarda Gaza. Il collettivo Venice4Palestine ha rivolto un nuovo appello alla Biennale, alla Mostra e ai lavoratori del cinema chiedendo azioni concrete: l’esposizione della bandiera palestinese al Lido, maggiore trasparenza sulle collaborazioni istituzionali e la sospensione dei rapporti con organizzazioni direttamente collegate al governo israeliano. Fra i firmatari figurano Annie Ernaux, Roger Waters, Matteo Garrone, Marco Bellocchio, Abel Ferrara, Valeria Golino, Alba e Alice Rohrwacher, Nan Goldin e numerose associazioni internazionali.

Il documento sostiene che il boicottaggio richiesto non debba colpire le persone in base alla loro identità o nazionalità, ma le strutture considerate complici delle politiche israeliane. È una distinzione decisiva, perché sposta la questione dal terreno della censura individuale a quello delle responsabilità e delle relazioni istituzionali. Alla Biennale viene chiesto di scegliere se presentarsi come semplice contenitore oppure come soggetto culturale capace di assumere una posizione.

La guerra entra anche direttamente nella programmazione. In concorso sarà presentato NAZA, documentario diretto da Yuval Abraham e Rachel Szor e prodotto anche dal Guardian, dedicato ai bombardamenti israeliani su Gaza e alle procedure militari utilizzate per stimare in anticipo il numero di vittime civili. È l’unico documentario ammesso alla competizione principale e promette di trasformare il tappeto rosso in uno spazio di confronto politico difficilmente controllabile.

Sul fronte ucraino, la polemica ruota invece intorno a DAU di Ilya Khrzhanovsky. Il film, lungo oltre tre ore e ispirato alla vicenda del fisico sovietico Lev Landau, attraversa quattro decenni di storia dell’Unione Sovietica raccontando scienza, sorveglianza, privilegio e costruzione della bomba atomica. I ministeri ucraini degli Esteri e della Cultura hanno contestato la sua presenza in concorso, collegando il progetto a reti d’influenza e capitali russi.

Il regista ha respinto le accuse, definendo DAU un’opera contro il totalitarismo e ricordando che il film è una coproduzione europea realizzata fuori dalle strutture statali russe. Anche il direttore Alberto Barbera ha difeso la selezione, sostenendo che un festival debba giudicare le opere e non trasformarsi in un tribunale chiamato a stabilire l’ammissibilità politica degli autori. Il caso rende però evidente quanto sia diventato difficile separare la provenienza dei finanziamenti, l’identità dei produttori e il contenuto artistico di un film.

Sullo sfondo rimane lo scontro fra la Biennale e l’Unione europea. Bruxelles ha revocato un finanziamento da due milioni di euro dopo la riapertura del Padiglione russo alla Biennale Arte 2026, la prima partecipazione ufficiale dall’invasione dell’Ucraina. La Commissione ha sostenuto che gli eventi finanziati con risorse europee debbano rispettare valori democratici incompatibili con le politiche dell’attuale governo russo.

La Fondazione Biennale ha annunciato che contesterà la decisione, sottolineando che il contributo era destinato anche a progetti del settore Cinema estranei alla presenza russa nell’Esposizione d’Arte. Il presidente Pietrangelo Buttafuoco ha difeso la Biennale come spazio di coesistenza internazionale, ricordando che l’istituzione non può escludere unilateralmente Paesi riconosciuti dalla Repubblica italiana e proprietari di padiglioni permanenti ai Giardini.

Dietro la controversia economica si apre quindi una questione più ampia: chi stabilisce i limiti della libertà culturale quando entrano in gioco finanziamenti pubblici, guerre e responsabilità internazionali? Per l’Unione europea, sostenere economicamente un’istituzione comporta la condivisione di alcuni valori. Per la Biennale, subordinare la partecipazione artistica alle decisioni politiche rischia invece di trasformare la cultura in uno strumento di esclusione diplomatica.

Venezia 83 si apre dentro questa contraddizione. Da una parte rivendica il cinema come territorio autonomo, capace di accogliere opere provenienti da mondi in conflitto; dall’altra viene invitata a riconoscere che programmare, finanziare e offrire visibilità sono già atti politici. Fra Gaza, DAU e il braccio di ferro con Bruxelles, il Leone d’oro sembra quasi passare in secondo piano. La vera domanda dell’edizione sarà se un grande festival possa ancora dichiararsi neutrale quando il mondo gli chiede continuamente di scegliere.

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