È ormai noto che alla Porta di Milano dell’aeroporto di Malpensa la consueta condizione del transito aeroportuale si misuri con un’esperienza estetica anomala: quella di uno spazio espositivo inaspettato, che offre ai viaggiatori la possibilità di essere catapultati in una dimensione altra, quasi surreale. Immersa nell’architettura aeroportuale che organizza flussi, attese e attraversamenti, vi è una Soglia Magica dove la città si contrae in infrastruttura e si proietta verso l’esterno; qui trovano spazio, di volta in volta, progetti e mostre di diversa natura con tematiche sempre legate al tema della città e del viaggio.
È in questo conteso che Fabio Giampietro (Milano, 1974) interviene con precisione quasi chirurgica attraverso Uprise, opera site specific presentata nell’ambito del programma Nice to Meet You promosso da SEA Aeroporti Milano, con il coordinamento di Chiara Alberghina e curato da MEET Digital Culture Center sotto la direzione di Maria Grazia Mattei.

Giampietro porta a Malpensa una ricerca ventennale sulla città come organismo instabile, attraversato da tensioni verticali e derive prospettiche. Milano, soggetto ricorrente della sua pittura, viene qui sottoposta a un processo di trasfigurazione: non più topografia riconoscibile ma materia in sollevamento, corpo urbano che si sfalda e si ricompone in un moto ascensionale continuo. L’effetto non è spettacolare in senso tradizionale, ma perturbante: l’architettura perde peso, si liquefa, si fa ambiente mentale, una proiezione che sembra emergere direttamente dalla memoria visiva di chi la attraversa.
La specificità di Uprise risiede nella sua natura ibrida. Le grandi tele, realizzate attraverso la nota tecnica sottrattiva dell’artista — un togliere colore più che un aggiungerlo — mantengono una fisicità densa, quasi scultorea. Parallelamente, la loro traduzione digitale le proietta in uno spazio tridimensionale fluido, dove la superficie pittorica si espande e si dissolve nel flusso dell’immagine in movimento. Non si tratta di una semplice trasposizione, ma di un vero mutamento strutturale e metafisico: la pittura diventa ambiente, esperienza immersiva. Il videowall di dodici metri amplifica questa tensione, trasformandosi in una sorta di finestra instabile su una città altra. Di fronte, le cinque tele monumentali instaurano un dialogo speculare che evita qualsiasi gerarchia tra analogico e digitale. Piuttosto, suggeriscono una continuità di stati, come se la visione si articolasse in diverse fasi di condensazione e rarefazione.

La componente sonora, sviluppata da Human Touch insieme ad Alessandro Branca, accompagna questo processo con una progressiva sottrazione di elementi riconoscibili. L’incipit urbano, quasi mimetico rispetto al contesto aeroportuale, si dissolve lentamente in una dimensione più astratta e meditativa, contribuendo a quella sensazione di sospensione che pervade l’intera installazione.
Uprise si configura dunque come una riflessione sulla condizione contemporanea dello sguardo: costantemente sollecitato, raramente coinvolto. Giampietro sembra invece voler restituire complessità all’esperienza visiva, chiedendo allo spettatore — anche a quello distratto e frettoloso dell’aeroporto — un atto di attenzione, se non addirittura di abbandono. Non è secondario che tutto ciò avvenga in un luogo come Malpensa. L’aeroporto, infrastruttura della mobilità globale, diventa qui spazio sospeso in cui la città non è più destinazione ma immagine instabile, memoria in trasformazione.

L’intervento di Giampietro dunque ridefinisce lo spazio, introducendo una vertigine sottile, una discontinuità percettiva che costringe a riconsiderare il rapporto tra corpo, immagine e ambiente.



