Tra i titoli più visti su Netflix nell’ultimo periodo spicca una serie britannica che ha fatto molto discutere: Unchosen. Sulla carta sembrava avere tutte le caratteristiche per rivelarsi un prodotto di qualità, ma purtroppo si viene smentiti molto presto. La miniserie costruisce un universo claustrofobico e asfittico ambientato nella campagna inglese più remota e silenziosa, dove la cosiddetta Fellowship of the Divine vive separata dal resto del mondo.
Al centro della storia si muove Rosie, interpretata da Molly Windsor, una donna cresciuta dentro una grammatica dell’obbedienza. Rosie vive all’interno di una comunità religiosa isolata, impermeabile al mondo esterno e regolata da una disciplina serrata. In questo microcosmo austero, la tecnologia è assolutamente vietata, il libero pensiero è una minaccia, e gli individui vengono educati a considerare chiunque non appartenga alla congregazione come un essere moralmente inferiore, gli unchosen, i non eletti. I membri della comunità non si percepiscono come prigionieri, anzi, credono di essere custoditi, protetti, degli eletti appunto.

Ogni dettaglio della quotidianità, come gli abiti, il linguaggio, le relazioni, appare regolato da un potere patriarcale onnipresente, incarnato dal signor Phillips, interpretato da Christopher Eccleston, leader assoluto e volto di un’autorità che non ha bisogno di urlare: basta la sua esistenza a disciplinare i corpi. In questo equilibrio apparente si inserisce Sam, interpretato da Fra Fee. La sua comparsa segue un evento apparentemente salvifico, il salvataggio della piccola Grace, figlia di Rosie. Sam diventa, man mano che la serie procede, il catalizzatore che costringe ogni personaggio a confrontarsi con le proprie crepe interiori e con i propri desideri.
Unchosen è una serie che intreccia il thriller con una riflessione più sottile sui meccanismi dell’indottrinamento e del controllo: un’indagine morale sul modo in cui la fede può trasformarsi in una sofisticata architettura della paura. La serie mostra una setta religiosa come il luogo di coercizione esplicita ed esplora le forme più intime e psicologicamente sofisticate della manipolazione. Rosie è prigioniera di un sistema simbolico costruito fin dall’infanzia, nel quale il senso di colpa diventa il pane quotidiano. Anche il rapporto con suo marito, Adam, interpretato da Asa Butterfield, contribuisce a questa tensione soffocante. Il loro matrimonio è la rappresentazione di una struttura sociale che legittima l’abuso attraverso l’autorità religiosa e regole oppressive che premiano il dominio maschile e soffocano qualsiasi forma di autonomia femminile.

Ciò che rende Unchosen particolarmente inquietante è la sua prossimità al reale. Pur muovendosi nel territorio della finzione, la serie trae ispirazione da comunità religiose realmente esistenti, tra cui la Plymouth Brethren Christian Church, nota per il proprio rigido isolamento sociale e per l’estrema regolamentazione della vita privata dei fedeli. Questo elemento conferisce alla narrazione una densità e una credibilità ulteriore. Unchosen però ha dei limiti strutturali piuttosto evidenti. La serie, con il procedere delle puntate, diventa sempre più ridondante e prevedibile. La storia parte con lodevoli premesse, la repressione, il controllo, la paura come forma di dominazione assoluta, e in pochi episodi dilapida gran parte del proprio potenziale, trasformando ciò che inizialmente appariva inquietante in qualcosa di banalizzante, quasi caricaturale. Si continua a guardarla più per inerzia, o per capire quale direzione prenderà la vicenda, che per un reale coinvolgimento emotivo.
Negli ultimi anni sono uscite diverse opere che hanno affrontato temi simili, da The Handmaid’s Tale a Unorthodox, riuscendo però a costruire un equilibrio più solido tra denuncia sociale, introspezione psicologica e tensione narrativa. Unchosen sembra fermarsi in superficie, i personaggi sono schiacciati da dialoghi didascalici e da conflitti che si ripetono con poche variazioni, e anche la messa in scena, inizialmente efficace nel creare un senso di costante sorveglianza, perde progressivamente incisività. Il risultato è una serie che vuole interrogare lo spettatore sui meccanismi dell’obbedienza e del fanatismo, e che raramente riesce a scavare oltre i cliché del genere. Rimane comunque interessante osservare come tenti di inserirsi in una tradizione contemporanea di racconti sulle comunità chiuse e sulle derive autoritarie, intercettando paure molto attuali. Peccato che queste intuizioni rimangano spesso soltanto abbozzate, senza trovare una scrittura abbastanza coraggiosa o complessa da sostenerle fino in fondo.




