Una scala unisce due edifici di fronte al torrente Muson dei Sassi. Siamo alle porte della città medievale murata di Castelfranco Veneto, nella dimora settecentesca di Palazzo Soranzo Novello che, con il palazzo a fianco dall’interno modernista con gli arredi della vecchia banca in legno, granito e vetro, diventerà il futuro Museo Civico cittadino. Nell’attesa, si apre alla contemporaneità ospitando la mostra PORTOFRANCO curata da Rossella Farinotti. Un’occasione per riprendere le redini di un luogo che racconta una storia lunga di passaggi di proprietà, interventi architettonici, ferite mai rimarginate e opportunità mancate. Un progetto promosso e prodotto da NOT Titled YET con la collaborazione del Comune di Castelfranco Veneto e il contributo della Camera di Commercio di Treviso-Belluno che fino al 14 febbraio 2026 abiterà quegli spazi.
23 gli artisti invitati con opere create appositamente per gli spazi, oppure ricontestualizzate, un programma di talk, performance, laboratori, progetti speciali e una residenza, già avvenuta, che ha dato esito al nuovo lavoro di SC_NC (Stefano Comensoli, Milano, 1990, Nicolò Colciago, Garbagnate Milanese, 1988). Una scultura “viva” composta da un nucleo di chiavi provenienti da edifici, molte dei quali oggetto delle esplorazioni degli artisti, da cui scaturiscono i loro progetti, depositari di storie e di “anime”, come riporta una delle etichette ritrovate. Memorie dei luoghi restituite nelle tracce di un passato che riaffiora anche nelle installazioni con le cassettiere della banca, con i timbri e gli oggetti lasciati a sedimentare nei ricordi, e nell’opera pittorica realizzata con il pavimento del caveau in linoleum.

La mostra è l’occasione per vedere un progetto del 1977 esposto l’ultima volta al Castello di Portofino, proposto dall’Archivio Vincenzo Agnetti (1926-1981) per il Palazzo Soranzo Novello, e di coinvolgere il Museo Casa Giorgione con un lavoro site specific di Alice Ronchi (Ponte dell’Olio, 1989). Agnetti aveva creato delle stanze tematiche, tra cui la “stanza del delitto”, allestita oggi nell’area modernista del palazzo con un progetto pittorico, uno grafico e una tela strappata, insieme a un video della performance Macchiavelli 30 e a delle buste sul tavolo dell’ufficio con il testo Corpo del reato. Ronchi, invece, concepisce delle sculture totemiche in acciaio specchiato che richiamano le tematiche astrologiche del Fregio di Giorgione, nel sole e nella luna allestite in due ambienti dell’edificio.
Daniele Costa (Castelfranco Veneto, 1992) è presente con il video Tenuto Immerso, prodotto in occasione della prima riapertura del palazzo nel 2023, visibile attraverso il bancomat esterno e interno, che mostra le stratificazioni di quei luoghi attraverso le immagini degli spazi lasciati vuoti, tra luci, suoni e parole. Un racconto nostalgico che attraversa anche le immagini fotografiche di Marta Ravasi (Merate, 1987), che diventano memorie collocate negli ambienti di lavoro con poetici soggetti di nature morte. I passaggi di luce e ombre bloccati nelle immagini di Guido Guidi (Cesena, 1941), della Tomba Brion di Carlo Scarpa, riecheggiano negli spazi modernisti in un dialogo concettuale tra le ferite della storia del palazzo e quelle della funzione del memoriale. Le immagini di Alberto Zanetti (Cernusco sul Naviglio, 1977) indagano il tema del doppio, riportando la parte mancante della fotografia nelle due aree dei palazzi.

Il fluire dell’acqua del fiume Brenta restituisce i corpi scultorei di Fabio Roncato (Rimini, 1982) sulla riva. Nell’incontro tra l’acqua fredda e la cera calda si plasmano oggetti che sembrano prelievi di natura, come le conchiglie negli armadi di legno, o il video del movimento del mare, mostrato come un cerchio infinito. Silvia Mariotti (Fano, 1980) crea un’ambientazione autunnale, con immagini fotografiche di dettagli vegetali, foglie recuperate che riempiono il pavimento, in cui gli armadi di metallo della banca diventano espositori di creature in ceramica, con la presenza di luci al neon.
Raoul Schultz (1931-1971) usa i caratteri tipici delle calli veneziane, insieme ai collage in cui strappa i giorni per ricollocarli sulla superficie della tela. Il tempo è bloccato nella delicata pittura di interni di Adam Gordon (Minneapolis, 1986), allestita con le tende degli uffici originali e nella figura allungata, posta lungo le scale. Una delle poche presenze (non) umane del luogo, come il portadocumenti della banca che si fa scultura raffigurando un manager in giacca e cravatta per Rachele Calisti (Amandola, 1997), insieme all’installazione in plexiglass e vetro con l’immagine di un cane all’interno di una stanza barocca. Ironica la pittura di Agnese Guido (Copertino, 1982) nelle surreali banconote umanizzate, e nell’opera di grande formato di Thomas Braida (Gorizia, 1982), con paesaggi apparentemente classicisti che fanno da sfondo agli sportelli della banca, e che rivelano, a un’attenta osservazione, mucche che bevono cocktail. I molossi di Marco Bongiorni (Garbagnate Milanese, 1981), al piano nobile, anticipano il cane di Calisti. Un dialogo tra specie animali e umane per Bongiorni che si fanno rappresentazione delle dinamiche di potere, guardando dalla grande tela che campeggia nella grande sala, o sopra il divano.

Gatti dipinti (di Braida) e scultorei abitano gli ambienti, come quello in marmo nero del Belgio in castigo contro la parete di Maurizio Cattelan (Padova, 1960) nella sala del Settecento, mentre i due mini-ascensori realizzati appositamente dall’artista per l’area modernista si attivano e si aprono alternati. Nella scala della botola che conduce alla soffitta, il “Tamburino” del 2003, qui riprodotto in formato più piccolo, rintocca richiamando lo spettatore. Anche Rose è una presenza effettiva, la scultura iperrealista di Duane Hanson (1925-1996) sulla quale lo spettatore si imbatte nel percorso nell’area modernista, mentre legge una rivista affiancata a un cumulo di oggetti. Tra scarpette e parti anatomiche di ceramica, quadri di capelli umani, un video in cui scorre una formazione barocca e una figura antropomorfa che ricorda una Medusa posta davanti alle finestre che danno sul torrente, Zoe Williams (Salisbury, 1983) raffigura l’universo femminile che ha abitato il palazzo. Una femminilità che avvolge i lavori di Goldschmied & Chiari (Sara Goldschmied, Arzignano, 1975 e Eleonora Chiari, Roma, 1971), dai disegni agli iconici paesaggi specchianti in cui bloccano i fumi colorati, esito delle loro performance, e nei sensuali vasi colorati e fragili della serie Magnifica, prodotti dagli artigiani di Murano. La più giovane, Agata Ferrari Bravo (Padova, 2001), nella stanza guardaroba crea un’installazione con disegni e sculture che sembrano uscire da un mondo fantastico. Sono i dittici incisi di Silvia Negrini (Sondrio, 1982) che scorrono lungo tutto il percorso con formalismi e motivi che richiamano le decorazioni degli ambienti.
Se Francesca Mirabile (Bergamo, 1997) recupera tracce, come la valigetta abbandonata insieme a immagini vintage e composizioni di carta, Flavio Favelli (Firenze, 1967) porta le proprie all’interno del palazzo, assemblando mobili provenienti dai suoi traslochi, che si inseriscono in maniera quasi perfetta in due stanze del Settecento, mentre nell’area più moderna crea una scatola di immagini vintage provenienti da riviste erotiche. Assembla materiali, tessuti e indumenti cuciti a mano Anna Galtarossa (Verona, 1975) nell’installazione totemica che attiva anche quella che ricopre la facciata del cortile interno.

Le presenze ingombranti di Sacha Kanah (Milano, 1981) si collocano come intrusi all’interno di un ufficio dell’ex banca. Corpi provenienti dall’industria cui è stata sottratta l’aria, pronti a cambiare la propria forma se solo le valvole si allentassero. Organismi compressi in uno stato imprevedibile, come imprevedibile è l’esito delle esperienze possibili con l’agenzia di viaggi Thyself Agency, un progetto itinerante di Luca De Leva e Emma Rose Hodne, disponibile nel corso di alcuni fine settimana durante il periodo della mostra, che propone una serie di esercizi, dallo scambio vita, alla settimana di 9 giorni, agli occhiali per guardarsi dall’esterno. Tra ironia e improvvisazione si muove l’azione performativa di VENERDISABATO, all’anagrafe Luca Guarino (Torino, 2000) e Sara Lomboni (Bergamo, 2000), che raccontano attraverso indovinelli e walkie talkie, le opere in mostra. Se il duo procede per indovinelli, il ronzio di una zanzara con un sottofondo musicale blues accoglie il pubblico in un angolo privato del palazzo, il bagno, con le pareti affrescate. Si tratta dell’intervento pensato da Vedovamazzei (Stella Scala e Simeone Crispino), che dialoga con una natura morta veneziana dipinta da Thomas Braida.
Il viaggio a palazzo diventa occasione per un incontro tra linguaggi, architetture e narrazioni, che si fanno portatori di storie e di incontri tra gloriose bellezze, fragilità e cadute, tra percorsi interni e estensioni esterne nel luogo in cui Giorgione lascia le sue tracce. Uno spazio che, tra scoperte e dialoghi inattesi, si pone come nuovo crocevia tra il passato e il presente, tutto da costruire.


