Negli ultimi anni la pittura è tornata a farsi linguaggio generazionale. Non come revival, ma come riappropriazione. A praticarla, oggi, sono soprattutto i più giovani – nati fra la fine dei Novanta e i primi Duemila – che ne hanno fatto una forma di racconto interiore, di visione fluida, di magia quotidiana. È una pittura attraversata dal corpo e dal pensiero, capace di muoversi con naturalezza fra figurazione e astrazione, confessione e artificio, intimità e sogno. Non c’è più distanza fra il reale e il fantastico, fra la stanza e il mondo: tutto è materia da trasfigurare. In questo orizzonte si colloca Un universo cangiante e dissidente, mostra che riunisce sei artisti internazionali della generazione Z — José Victor de Castro Negreiros, Austin Hayman, Daniel Lannes, Luciano Maia, Zhao Wenliang e Qi Zhang — e che restituisce l’immagine più viva di questa nuova pittura, mobile e ibrida, nutrita di visioni personali e di una sorprendente capacità di costruire mondi. Che questo accada grazie alla collaborazione fra due gallerie, Orma e Ipercubo, è un dato di fatto e dice della vitalità del sistema che le ospita, ma è soprattutto il dispositivo che permette di far convivere nello stesso racconto più provenienze, più scuole, più tempi.

Il punto di avvio è Amelia Rosselli, e non è casuale. Poetessa fra le più radicali e singolari del Novecento italiano, figlia dell’antifascista Carlo Rosselli e della musicista inglese Marion Cave, visse un’esistenza segnata dallo sradicamento linguistico e da una costante oscillazione tra idiomi e culture diverse. Nei suoi testi più intensi – come Serie ospedaliera (1969) e il Diario in tre lingue (1955-56) – trasformò quella frattura in forma, costruendo una lingua poetica instabile, musicale, stratificata, capace di far convivere nella stessa pagina l’italiano, l’inglese e il francese, e di farne il teatro di un’armonia continuamente interrotta. È da questa visione che la mostra prende le mosse: da un modo di intendere il linguaggio – e, per analogia, la pittura – come luogo di attrito e di metamorfosi, dove la pluralità diventa principio vitale.
Un’idea che trova una risonanza naturale nel pensiero di Édouard Glissant, scrittore e filosofo martinicano che, a partire dagli anni ’80, ha elaborato il concetto di Poétique de la Relation: un sistema aperto di scambi e contaminazioni in cui le identità non si definiscono per opposizione ma per intreccio, in una rete di connessioni in continuo mutamento. Per Glissant, la “diversità” non è un ostacolo, ma la condizione stessa della relazione. È su questo terreno che la mostra si colloca: la pittura come lingua relazionale, fatta di passaggi, di risonanze, di continui slittamenti di senso e di luce.

Si vede benissimo in José Victor de Castro Negreiros, brasiliano del 2000 che oggi studia a Venezia: le sue composizioni, nutrite di iconografia cristiana, di echi medievali, di esoterismi sudamericani, non sono mai citazionismi compiaciuti, bensì organismi pittorici attentamente costruiti, dove la linea è viva, gestuale, quasi ingenua, e però sotto c’è una struttura mentale rigorosa, una consapevolezza di come i simboli migrino nel tempo e cambino significato a seconda del contesto. In lui il fantastico non è fuga, è il modo più diretto per dire che l’immagine non è mai data una volta per tutte.

Austin Hayman, californiano, proveniente da quella geografia di luci sospese e interni silenziosi che è la West Coast americana, porta in mostra una pittura figurativa nitida e controllata, che nasce dall’osservazione del quotidiano e lo trasforma in uno spazio di concentrazione. Nei suoi quadri le figure sembrano trattenute in un momento di pausa, come se il tempo avesse smesso di scorrere. La luce costruisce i volumi e li avvolge in un silenzio denso, quasi meditativo. È una pittura che cerca l’essenziale, che evita ogni compiacimento psicologico e affida tutto alla misura del visibile: al modo in cui un volto, una postura o un riflesso possono restituire un pensiero, un sentimento, un’attesa. Che nella stessa stanza dialoghino una pittura magico-simbolica e una figurazione di questa sobrietà dice già molto del taglio curatoriale: la pittura d’immagine è viva proprio perché non si identifica in uno stile, ma si apre come campo di possibilità e di sguardi.

Daniel Lannes, tra i pittori più originali emersi in Brasile negli ultimi anni, rappresenta un punto di contatto fra generazioni: la sua pittura conserva la forza narrativa e sensuale della tradizione sudamericana, ma la spinge verso un linguaggio più ambiguo, mentale, sospeso fra allegoria e desiderio. Le sue figure si muovono in un territorio intermedio, dove la storia, la letteratura e la mitologia diventano materia psichica, e il corpo è al tempo stesso icona e fantasma. C’è nei suoi dipinti un senso di teatralità interiore, un’atmosfera di sogno interrotto, in cui le pose e i gesti si caricano di un significato che non si lascia decifrare fino in fondo. Le sue immagini sembrano provenire da un immaginario collettivo in disfacimento — un luogo in cui Kafka, i nuovi miti e antichi creature mitologiche convivono con la fragilità della vita domestica. È una pittura della metamorfosi, che attraversa le contraddizioni del presente e le trasforma in visioni, dimostrando che la figurazione, oggi, può ancora essere un campo di resistenza e di invenzione

Accanto a loro, Luciano Maia rappresenta una declinazione della pittura che guarda alla dimensione mitica e organica del mondo, dove il colore non descrive ma evoca, e ogni forma sembra nascere da una sedimentazione di storie e simboli. La sua materia pittorica è stratificata, densa, attraversata da una vitalità che si direbbe vegetale: figure che affiorano e si dissolvono, animali e apparizioni che sembrano emergere da un’antica leggenda amazzonica, ma anche da un ricordo personale. Nella sua visione non c’è distinzione netta fra umano, animale e spirituale: tutto appartiene a un medesimo respiro, a una continuità cosmica che trasforma la pittura in un atto di conoscenza. L’universo di Maia — fatto di luci opache, trasparenze, metamorfosi — restituisce la possibilità di una mitologia contemporanea, in cui la tradizione popolare e la ricerca formale si fondono in un linguaggio insieme arcaico e sensuale, capace di rinnovare la nozione stessa di pittura narrativa.

Il capitolo cinese-veneziano, quello di Zhao Wenliang e Qi Zhang, è forse il più emblematico del titolo della mostra: sono artisti giovanissimi, arrivati in Italia per studiare, che hanno assorbito il lessico della pittura europea ma continuano a lavorare con un’idea orientale di paesaggio e di luce. Zhao dice di voler inserire nei suoi dipinti “un tema sottile, non evidente”, qualcosa che non è subito visibile ma che col tempo diventa parte della natura: è una definizione che potrebbe valere per tutta la rassegna, perché qui ogni opera ha una seconda soglia di lettura, un secondo ritmo. Qi Zhang, che ha già esposto a Milano e che gioca su fondi luminosi, su colori vividi attraversati da improvvise rotture, porta in primo piano proprio quella tensione tra ordine e dissonanza che sta nel cuore della poesia della Rosselli e che dà alla mostra il suo respiro: una pittura che vuole essere coerente e al tempo stesso accogliere l’imprevisto, che cerca una linea melodica ma lascia entrare le “basse corde” che suonano anche se “tu non le premi”.

Il risultato, nel complesso, è un racconto coerente della vitalità della pittura di immagine oggi, una pittura che ha smesso di chiedersi ossessivamente se sia legittima o superata e ha cominciato semplicemente a praticarsi nelle sue molte declinazioni – colta, pop, simbolica, intima, narrativa, astratto-figurativa – e che soprattutto ha imparato a convivere con l’astratto, a far entrare nella superficie elementi di dissolvenza, di luce pura, di costruzione cromatica.

La mostra non pretende di definire tendenze né di costruire manifesti, ma osserva ciò che accade e racconta come la pittura, oggi, continui a reinventarsi attraverso differenze e risonanze. Ne emerge l’immagine di una scena nuova, fluida e dinamica, in cui ragazzi e ragazze nati fra la fine degli anni Novanta e i primi Duemila, spesso passati dalle nostre Accademie, sanno far dialogare i propri paesaggi d’origine con l’Europa, trasformando memorie, leggende, relazioni e pratiche quotidiane in linguaggi visivi attuali. Una generazione che non ha bisogno di dichiarazioni di principio per dimostrare la propria vitalità, ma che semplicemente la esercita: nella materia, nella luce, nei corpi che dipinge, e nella naturalezza con cui restituisce alla pittura la sua funzione più antica e più moderna — quella di continuare a pensare per immagini.




