La luce che filtra dagli interstizi delle persiane verdi cade come una lama sul viso di Blanche, accovacciata sul pavimento nel suo abito elegante. È appena arrivata a casa della sorella Stella, a New Orleans, dove lei vive con il marito Stanley, rozzo e sensuale, in cerca di rifugio, sperando in una forma di salvezza e dare una svolta alla sua vita dopo aver perso la casa di famiglia pignorata dai creditori ed essere stata licenziata dal suo lavoro di insegnante. E noi spettatori capiamo subito che insieme al suo disperato desiderio di ricominciare, questa donna porta con sé qualcosa da nascondere (prima di tutto a se stessa) e che in un crescendo di tensione emotiva emergerà nel corso della storia. E quella luce, dominata da una palette di verdi tenui e cromie chiare, che rimanda sfumature di delicatezza e speranza, accogliendo Blanche DuBois al suo ingresso, con l’abito chiaro e le scarpe in mano, nel corso delle due ore, però, si trasforma gradualmente, ossidandosi verso tonalità sempre più cupe.
Al Teatro Franco Parenti di Milano è in scena, in prima nazionale e fino al 7 dicembre, Un tram che si chiama Desiderio, nell’adattamento del giovane Luigi Siracusa (classe 1994) che firma regia, scenografie e costumi, nella nuova produzione targata Teatro Franco Parenti, proponendo una lettura di radicale modernità del testo incandescente di Tennessee Williams, vincitore del Premio Pulitzer nel 1947, reso leggendario dal film di Elia Kazan (1951) con Marlon Brando e Vivien Leigh. Le luci sono magistralmente disegnate da Pasquale Mari, fra i piu noti direttori fotografia e light designer, tra teatro e cinema-ha collaborato con registi come Ferzan Özpetek, Marco Bellocchio, Paolo Sorrentino, Mario Martone , Filippo Dini, Valerio Binasco Andrea De Rosa, curando le luci di mostre e installazioni tra cui Breath Ghosts Blind di Maurizio Cattelan (20121) e di Gian Maria Tosatti (NOw/here, 2023). In scena nel ruolo della fragile e tormentata Blanche DuBois, Sara Bertelà, vera protagonista del testo, accanto a lei un bel cast: Stefano Annoni (Stanley Kowalski), Silvia Giulia Mendola (Stella), Pietro Micci (Mitch).
Questa nuova messa in scena, grazie all’audacia del giovane regista, è riuscita a restituire al testo di Williams un’energia disturbante e perfino indispensabile, confermando quanto l’opera continui a dialogare con il nostro presente. La fragilità psicologica di Blanche DuBois che nasconde le sue ferite dietro un’apparenza di eleganza e una serie di menzogne, riflette le nostre vulnerabilità più profonde, e il disperato bisogno di apparire integri, anche quando dentro di noi tutto sembra franare. La prepotenza ruvida di Stanley incarna un maschilismo mai realmente superato; mentre la resa di Stella richiama le tante donne intrappolate in rapporti tossici scambiati per amore. Sullo sfondo, la violenza domestica emerge come un tragicamente contemporaneo, ancora protagonista delle cronache quotidiane.

Lo spazio scenico è ridotto all’essenziale, entro pochi metri quadrati: niente stanze, niente oggetti, nemmeno le bottiglie. Solo le persiane, che diventano pareti e soffitto, creando fenditure visive attraverso cui guardare ed essere guardati. Aprendosi e chiudendosi su stanze nascoste agli occhi degli spettatori, evocano un mondo esterno intrusivo, minaccioso, una realtà pronta a irrompere in qualsiasi istante. Cornice stretta. Claustrofobica. Disfunzionale. Un contenitore nel quale indagare ed essere indagati, nascondersi o rifugiarsi. Dove si scandagliano rapporti, relazioni, istinti, pulsioni profonde. in questo minimalismo, la piece trova la sua forza: I dialoghi risuonano secchi, scarni come una verità che nessuno vorrebbe guardare, come una confessione che non si voleva sentire. Luci e persiane funzionano da cornice simbolica per il conflitto tra intimità domestica, segreti, apparenze e verità.
Trattata come una materia viva, mutevole ed emotiva, calibrata nei tagli e nelle temperature cromatiche, anche con interventi minimi, attraverso l’uso sapiente di ombre, intensità e movimenti luminosi, la luce disegnata da Pasquale Mari diventa parte integrante della narrazione. Attraversa lo spazio, lo modella, lo trasforma e lo ridefinisce, dando vita a un’architettura emotiva unica per ogni scena. Ogni variazione luminosa è calibrata in sintonia con la dinamica dell’azione.Anche nella drammaturgia di Tennessee Williams, la luce rivestiva un ruolo simbolico fondamentale. La protagonista, Blanche DuBois, fugge la luce intensa — in particolare il “nudo bulbo elettrico” — perché rappresenta la verità, la realtà che preferirebbe nascondere. Al contrario, la penombra, serva a creare un’illusione: permette a Blanche di mantenere viva la sua maschera, la sua immagine idealizzata, di proteggere quello che ha di fragile.
La luce che filtra attraverso le persiane, spezzata dai listelli, trasforma la scena in un luogo di verità frammentarie, memorie incrinate e segreti che si insinuano tra battenti e ombre. Non è mai piena né rassicurante: è faticosa, intermittente, inquieta, filtrata e spezzata, creando un effetto di perenne instabilità e tensione. Le luci, sapientemente mobili, penetrano in ogni interstizio scenico come lame o carezze, conferendo a ogni gesto, parola e sguardo una nuova densità e intensità, man mano che emergono episodi del passato e stati d’animo contrastanti.

Si legge nelle note di regia : “Blanche tra tutti, ma non di meno Stanley, Stella e Mitch, sono tutte persone alla deriva, che anelano alla propria salvezza, impossibile forse da raggiungere. Tutti hanno qualcosa per cui soffrono. Tutti i personaggi cercano amore e salvezza nell’altro, tutti sono mossi da quel desiderio ma falliscono perdendosi”. Spazio e luci diventano una metafora tangibile della gabbia in cui ciascuno di loro si sente intrappolato, sul piano fisico ed emotivo. I corpi si urtano, si sfiorano, si evitano, si inseguono; la vicinanza diventa una minaccia Gli abbracci divengono morsi, la violenza è ovattata ma persistente, come un rumore di fondo che cresce nel tempo. La tensione cresce in modo graduale,ogni gesto è un presagio, ogni movimento una confessione, scopriamo così la verità sul marito di Blanche, il giovanissimo Allen Grey morto suicida forse perché gay, il ricorso all’alcool, le sue frequentazioni con sconosciuti in un albergo della città di Auriol e la vera causa del suo licenziamento a scuola per aver fatto sesso con uno studente minorenne.
Sara Bertelà affronta il personaggio con la rinnovata sensibilità odierna, delicatissima e febbricitante, sospesa fra sogno e realtà, dà vita a una Blanche eterea, che sogna e vive in un mondo di illusioni e finzioni per nascondere il suo dolore, per difendere la propria dignità dalla violenza degli stigmi sociali e culturali, finalmente leggera e felice quando Mitch, un amico di Stanley, le offre l’illusione di un amore possibile. Al suo fianco un Stefano Annoni sa prendersi la scena con grande fisicità ed intensità interpretativa. ll suo Stanley emerge come un uomo violento e volgare, capace di alternare aggressioni fisiche e psicologiche a momenti di richieste di perdono e gesti d’affetto verso Stella. Ne evidenzia i movimenti bruschi, il sudore che traspare dalla maglietta, e la sensualità istintiva mentre si spoglia davanti a Blanche o la mette all’angolo con la sua corporalità ingombrante e minacciosa che turba e affascina Blanche al tempo stesso (la tensione erotica fra i due è intrecciata con un reciproco sentimento di disprezzo). Stella interpretata da Silvia Giulia Mendola, tenera e dolorosa verso la sorella, ma incapace di intervenire cerca semplicemente di sopravvivere in un contesto dominato dal maschilismo. Pietro Micci ci regala un riuscitissimo Mitch innamorato di Blanche, gentile e dolce, persino timido, ma quando scopre la verità sul suo passato mostra tutta la devastante crudeltà del suo perbenismo :“non è abbastanza pulita per entrare nella casa di sua madre”.
Blanche non riesce a conquistare un lieto fine. Fragile e indimenticabile, travolge con potenza con quella ultima celeberrima frase che riassume l’intera sua esistenza segnata dal dolore, da fugaci speranze e infine dalla resa. “Ho sempre fatto affidamento sulla gentilezza degli sconosciuti”. Ed è proprio questa grazia a toglierci il fiato spegnendosi nel buio.


