Quando Pablo Picasso completò Les Demoiselles d’Avignon nel 1907, l’opera fu accolta con sconcerto anche dai suoi amici più vicini. Le cinque figure femminili, nude e rigidamente posate, dai volti angolari e deformati, sembravano rompere in modo definitivo con la tradizione pittorica europea, aprendo le porte a un linguaggio nuovo e radicale che avrebbe presto preso il nome di Cubismo. Per oltre un secolo, il quadro è stato letto come il frutto della fascinazione di Picasso per l’arte africana, in particolare per le maschere tribali che egli avrebbe visto al Musée du Trocadéro di Parigi: un incontro che avrebbe rivoluzionato la sua idea di rappresentazione, portandolo a semplificare le forme e a spezzare la prospettiva tradizionale.
Tuttavia, il rapporto di Picasso con l’arte africana non è mai stato del tutto lineare, né privo di ambiguità. Se da un lato egli stesso riconobbe che la visita al museo etnografico parigino lo aveva colpito in profondità, dall’altro dichiarò in più occasioni di non conoscere affatto quella che chiamava “arte nera”, e addirittura chiese che il celebre catalogo Zervos non associasse Les Demoiselles d’Avignon all’arte africana, negando ogni influenza diretta. Queste contraddizioni hanno alimentato per decenni un dibattito che oggi si arricchisce di una nuova voce, capace forse di capovolgere le certezze storiche finora accettate.
Recentemente e come riportato dal Times, lo studioso francese Alain Moreau ha proposto un’interpretazione inedita e provocatoria: secondo lui, le figure femminili del quadro non sarebbero affatto ispirate all’arte africana, ma piuttosto agli affreschi medievali delle chiese romaniche della Catalogna, che Picasso avrebbe potuto visitare durante un soggiorno a Gósol nell’estate del 1906. In quei piccoli edifici religiosi dei Pirenei, come Sant Martí de Fenollar o La Vella de Sant Cristòfol, si trovano immagini sacre di forte intensità, caratterizzate da geometrie essenziali, volti fissi e frontalità ieratica, che avrebbero colpito l’immaginario dell’artista catalano ben più delle maschere esotiche di cui si è tanto parlato.

A rafforzare questa ipotesi arriva un elemento sorprendente: le maschere africane che si crede abbiano ispirato Les Demoiselles non erano ancora in Europa al momento della realizzazione del dipinto. Alcuni modelli specifici, come quello che si pensava Picasso avesse visto, entrarono nei musei francesi solo a partire dal 1935, cioè quasi trent’anni dopo il completamento dell’opera. Se questa datazione è corretta, allora l’intero impianto interpretativo tradizionale potrebbe essere frutto di un equivoco storiografico durato oltre un secolo.
La rilettura proposta da Moreau ha anche un’importante implicazione culturale e critica: per troppo tempo l’arte africana è stata vista come una fonte “primitiva” e indistinta da cui l’avanguardia europea ha potuto attingere senza troppa attenzione ai contesti culturali originari, in una dinamica spesso definita oggi come appropriazione estetica. Rivalutare invece le radici mediterranee, romaniche e locali di un’opera come Les Demoiselles d’Avignon significa anche restituire profondità e complessità a un processo creativo che non nasce da un semplice sguardo verso l’esotico, ma si alimenta di viaggi, incontri, memoria e cultura visiva europea.
Naturalmente, non tutti gli studiosi concordano con questa visione. Alcuni continuano a sostenere che Picasso potesse aver avuto accesso a riproduzioni fotografiche di maschere africane, o che l’influenza non vada cercata in un oggetto preciso, ma in un clima più ampio di attrazione per il “primitivo”. Altri ancora vedono nell’opera una sintesi di molteplici ispirazioni: dall’arte iberica preromana all’antico Egitto, fino all’arte oceanica. E proprio in questa stratificazione, forse, risiede la forza duratura del dipinto.
Che si tratti di maschere africane o di affreschi pirenaici, Les Demoiselles d’Avignon continua a essere un’opera viva, attraversata da domande irrisolte, capace di generare nuove letture a ogni generazione. In fondo, è proprio questo il segno dell’arte che lascia il segno: non offrire risposte definitive, ma continuare a interrogarci.




Sono convinto che sia difficile risalire al momento catartico che Picasso sfogò sulla tela nelle Demoiselle d’Avignon…ricordi di un bordello,arte romana,arte africana,profonda conoscenza dei grandi maestri del passato tutto in un lavoro ancora oggi “fresco”.
Sembra dipinto oggi ed ispira me e molti artisti in tutto il mondo…Io sono un grande estimatore di Picasso e lessi che durante un furto a casa sua,nel suo studio,dei ladri non si curarono per niente di rubare il dipinto che stava arrotolato li senza difese…mi piacerebbe chiedere, impossibile,cosa ne penserebbero questi a saperne il valore.Un capolavoro incredibile anche pensando all anno di esecuzione.Grazie per l’articolo,é sempre interessante conoscere altri modi di “criticare” un dipinto.