Al centro dello spazio circolare del Teatro dell’architettura Mendrisio (TAM) dell’Università della Svizzera italiana (USI) domina, imponente, un cavallo. Si tratta di Sleipnir, la monumentale scultura lignea dell’artista Duilio Forte ispirata al mitologico destriero di Odino capace, grazie alle sue otto zampe, di attraversare ogni mondo, da quello acquatico a quello terrestre. Ai suoi piedi, si sviluppa un labirinto di porte dall’ingegnosa struttura, creando uno scenario inaspettato e sorprendente per chi varca la soglia del TAM. Qui dall’8 maggio al 20 dicembre 2026 sono ospitate tre nuove esposizioni promosse dall’Accademia di architettura: l’installazione Sleipnir e il Labirinto di Porte, La costruzione dell’architettura in Ticino, 1939-1996. Materialità e tettonica, Pino Musi. Continuum. La tripartizione delle mostre riflette il nuovo corso del TAM, sotto la direzione di Riccardo Blumer: tre percorsi differenti attraverso cui la Scuola esprime la propria identità di istituzione culturale, fondata sulla compenetrazione tra formazione, ricerca e dialogo interdisciplinare tra le arti. Ciascuna di queste dimensioni, centrali nella missione del Teatro, trova piena espressione nelle scelte curatoriali e nelle modalità di presentazione dei progetti, delineando un percorso espositivo coerente nella sua varietà.
Il primo livello accoglie, nell’atrium, l’installazione Sleipnir e il Labirinto di Porte, a cura di Duilio Forte in collaborazione con Simon Fikstvedt e Barbara Stallone. Le porte, progettate e costruite dalle studentesse e dagli studenti dell’Atelier Forte dell’Accademia, sono qui indagate nella loro natura di soglia tanto architettonica quanto simbolica. Disposte in forma di labirinto, diventano metafora del processo creativo e progettuale, oltre che punto di partenza per una riflessione sul rapporto tra spazio e umanità, tra naturale e antropico. L’installazione restituisce al pubblico l’esito di un’esperienza collettiva e laboratoriale, evidenziando le tensioni generative proprie dello spazio progettuale e del confronto a esso connaturato.

Al primo piano, vengono valorizzati gli esiti non solo progettuali, ma soprattutto di studio, ricerca e divulgazione – azioni fondamentali per la missione dell’Accademia –, evidenziando anche lo stretto legame con il contesto territoriale in cui USI si inserisce. La mostra La costruzione dell’architettura in Ticino, 1939-1996. Materialità e tettonica, a cura di Franz Graf con Britta Buzzi, Carlo Dusi, Alessandro Bonizzoni e Sebastiano Verga, risponde (con entusiasmo, ma anche con rigore scientifico) a una domanda: “È pensabile che l’architettura costruita nel territorio ticinese possa servire come materiale fondamentale per la formazione degli studenti dell’Accademia di architettura e che, allo stesso tempo, le loro analisi costruttive producano un nuovo sguardo conoscitivo su di essa?”. La mostra fa il punto su un lavoro di ricerca in fieri ormai da vent’anni nell’ambito dell’area di Costruzione e Tecnologia dell’Accademia di architettura.
Attraverso l’analisi e il ridisegno di edifici del territorio ticinese, studentesse e studenti hanno progressivamente costruito un catalogo dell’architettura moderna del Cantone, comprendente opere realizzate dagli anni Quaranta fino alla fine del Novecento. Si tratta di edifici disseminati sul territorio, familiari alla vita quotidiana di molti abitanti, oggi in parte dimenticati ma meritevoli di studi approfonditi come quelli condotti dall’Accademia. La mostra presenta così gli esiti dello scambio tra il potenziale pedagogico di un’architettura di grande qualità e la rivelazione e reinterpretazione dei suoi caratteri costruttivi da parte di architetti in formazione.
Con una selezione di cento edifici (scelti tra i centosessanta studiati negli anni), la mostra propone documenti, fotografie, materiali d’archivio e rielaborazioni grafiche che restituiscono una panoramica critica dell’architettura ticinese moderna, con particolare attenzione alle tecniche di costruzione, ai sistemi strutturali, alla materialità, alle specificità costruttive di tali edifici, ma anche ai valori, alle poetiche e alle storie di cui sono espressione. Una ulteriore sezione di approfondimento è dedicata a dodici opere tra le più rappresentative del periodo, accompagnate da altrettante pubblicazioni con testi critici, testimonianze, approfondimenti e contributi di studio. Completano il percorso tre reportage della Radiotelevisione della Svizzera Italiana (RSI) e le fotografie di Roberto Conte realizzate nel 2025, che mostrano come queste architetture siano oggi parte integrante di un patrimonio culturale diffuso, da conservare, studiare e trasmettere.

Proseguendo al secondo piano, l’esposizione Pino Musi. Continuum, a cura di Michael Jakob, presenta una selezione di fotografie in bianco e nero dedicate alla relazione tra forma, materia e percezione dello spazio. Concepita come progetto site-specific, la mostra dialoga con la struttura circolare del TAM, sviluppandosi in sei sezioni tematiche composte da lunghi scrolls fotografici che creano una narrazione continua: l’effetto potrebbe essere quasi quello di trovarsi al centro di uno zootropio, circondati da un libero fluire di immagini in cui l’occhio incontra scorci, scale, finestre e viene spinto oltre. Il percorso invita il visitatore a costruire liberamente connessioni tra i diversi nuclei del lavoro di Musi, dove si incontrano dettagli e scorci anonimi ma al contempo sorprendentemente familiari: dalla rovina all’origine dell’architettura, dal senso dell’abitare alle trasformazioni dello spazio costruito, fino alle tensioni tra superficie, forma e incompiutezza. A interrompere gli scrolls – integrandoli –, tre opere di grande formato dedicate al restauro della Cattedrale di Notre-Dame e una selezione di libri d’artista, che testimonia l’interesse per la pratica del bookmaking come mezzo espressivo autonomo e interdisciplinare.
Le tre esposizioni del Teatro dell’architettura Mendrisio offrono un percorso articolato e complementare attraverso i temi della progettazione, della memoria costruttiva e della percezione dello spazio. Dall’impatto simbolico di Sleipnir e il Labirinto di Porte, alla riflessione critica sull’eredità architettonica ticinese, fino allo sguardo di Continuum, il TAM si conferma come un luogo capace di intrecciare formazione, ricerca e sperimentazione artistica. Un’istituzione viva, aperta al dialogo tra discipline diverse partendo dall’architettura quale esperienza culturale condivisa.




