Ultravioletto: lo studio multidisciplinare che smonta il mito dell’AI

Ci sono artisti che lavorano con la tecnologia. E poi ci sono realtà multidisciplinari che la tecnologia provano a smontarla: a metterne in discussione il linguaggio, l’estetica, le promesse e, soprattutto, le implicazioni culturali. Ultravioletto appartiene senza dubbio a questa seconda categoria.

La prima volta che ho visto dal vivo un loro lavoro è stata a Roma, in occasione di Videocittà, durante Mycelium – Natural Intelligence, una live audio-visual performance che intreccia intelligenza artificiale generativa e intelligenza naturale. Ricordo con chiarezza la forza di quella esperienza: un dispositivo immersivo in cui immagine, suono, presenza e sistemi viventi si fondevano in una forma capace di restituire con intensità ciò che oggi l’arte può ancora essere quando riesce a superare la semplice contemplazione e a farsi, pienamente, esperienza.

Da lì è nato un dialogo che mi ha portata ad approfondire la loro ricerca e a riconoscere, nel loro lavoro, una qualità oggi tutt’altro che scontata: una forte consapevolezza critica dei nuovi strumenti tecnologici. Una consapevolezza che ritrovo anche in progetti come Abstract Urbanism, una serie inedita di mappe generate attraverso un algoritmo genetico che, seguendo regole definite, produce configurazioni urbane ogni volta imprevedibili.

Ultravioletto lavora come una bottega contemporanea: un ecosistema progettuale in cui competenze diverse si contaminano, si sfidano e si traducono in opere che non si limitano a usare la tecnologia, ma la interrogano, la espongono e la rendono materia di riflessione.

Quando nasce Ultravioletto e quale visione vi ha portato a costruire uno studio che lavora proprio sul confine tra arte, tecnologia e sistemi interattivi?

Ultravioletto nasce dieci anni fa, dall’incontro di varie “umanità” in momenti fallimentari delle loro vite. In questo brodo primordiale fatto di musica techno e rave, design e arte, cyberpunk e agricoltura, nasce Ultravioletto, un’entità che noi viviamo come un vero e proprio ecosistema. Da questa posizione non convenzionale, in cui le pratiche underground ci stavano strette e l’impostazione “alta” del collettivo artistico non aderiva davvero ai nostri metodi, è nato un ibrido: un luogo, uno spazio progettuale in cui muoverci senza troppe etichette né confini prestabiliti.

Ultimamente mi trovo spesso a dire: “Transmedia is the new black.” Il vostro studio riunisce artisti, programmatori, designer e ricercatori: come funziona concretamente il processo creativo quando si lavora con un team così interdisciplinare? Quando un’idea diventa davvero un’opera?

Il processo creativo si alimenta attraverso la multidisciplinarietà. Dove risiede la creatività se non nella convergenza di ambiti differenti? Da dove acquisire metodologie e pratiche nuove se non da diversi ambiti progettuali? La divisione netta tra le arti è solo un prodotto di una visione fordista della catena di montaggio, dove l’ottimizzazione riduce l’ignoto, l’atomizzazione dei processi uccide la diversità. Questo metodo post fordista (con le sue evoluzioni iper-dopate contemporanee) viene utilizzato ormai come dato di fatto a tutti i livelli: dalle piccole case di produzione, alle agenzie pubblicitarie, passando per i designers freelance fino ai grandi studi artistici.  Non sto criticando questo metodo tout court, che risulta essere molto efficace nel produrre oggetti molto affascinanti, ma non rispecchia appieno il nostro modo di lavorare. Noi ci muoviamo in un ambito più piccolo, da bottega; il design e l’arte si confondono e la trasformazione e il “fare” sono nostre direttrici. Ogni persona dello studio ha una profonda conoscenza del proprio ambito, siamo grandi nerd dei nostri strumenti informatici e concettuali, ma troviamo territorio comune nella condivisione di conoscenze. Per far ciò dobbiamo, per necessità oggettiva, parlare molto; inventare concetti e metafore per spiegare esigenze e problemi. La trasformazione di concetti chiusi, elitari, crea per definizione idee nuove. Provate ad esempio a spiegare dal punto di vista di un programmatore, la programmazione orientata agli oggetti ad un musicista, oppure l’ineffabile bellezza di un meme ad un ingegnere elettronico di schede embedded. In questi casi si deve costruire un terreno comune dove poter scambiare idee e portare i progetti a compimento. Ad uno sguardo superficiale può sembrare riduttivo, ma essere nello stesso spazio, passare tempo non produttivo insieme, stimola questo scambio. 

La vita di bottega si alimenta attraverso uno scambio radiale, non formale, efficace nella sua non convenzionalità. Per noi è fondamentale avere tempo di qualità da condividere fuori dal tempo di produzione/lavoro. In questi momenti del non fare si lascia spazio alla condivisione e alla trasformazione. Quindi si crea un equilibrio che ( quando funziona) riempie lo spazio e il tempo per finalizzare i progetti e svuota il tutto per rimettere a posto tutti i frammenti creati dalla furia della produzione. Per questo motivo ci muoviamo indifferentemente in ambiti diversi tra progetti di design commerciali e produzioni di ricerca artistica. Che il progetto venga commissionato o proposto internamente viene trasformato attraverso tante fasi iterative per portarlo a termine: ogni fase per sua natura deve scartare il superfluo e acquisire una nuova forma.

Oggi molti artisti lavorano con l’intelligenza artificiale generativa. Personalmente penso che una delle sfide più interessanti sia usarla in modo realmente artistico, e non solo estetico. Qual è, secondo voi, il vero nodo creativo nell’utilizzo dell’AI oggi?

Nell’intelligenza artificiale generativa non c’è nulla di artistico. Sarebbe come trovare il lato artistico di un foglio excel o della tendenza delle nascite dal 1861 ad oggi. Questi strumenti inglobano nella loro essenza, la statistica, un’enorme base di dati raccolti su internet. Questi algoritmi estraggono in maniera spietata i dati condivisi dalle persone ( nella maggior parte dei casi inconsapevolmente ) delle direttrici, dei vettori che creano forme a cui agganciare delle descrizioni testuali. La bellezza delle opere fatte con l’AI sta nella dimensione oceanica dei dati in cui queste società informatiche allenano i propri modelli. Questa bellezza viene quindi dissolta e parcellizzata, alla fine si ritrovano le versioni omeopatiche dei loro originali.

Che succede quando finirà internet? Cosa si produrrà quando le AI inizieranno ad analizzare i loro stessi dati? Avremo (abbiamo) una situazione da mucca pazza, dove le bestie sono alimentate con gli scarti degli stessi animali macellati; una info-sfera allucinante e schizofrenica dove non c’è più distinzione tra il cibo e le feci. L’ecosistema viene infetto dall’alimentazione cannibale e retroattiva. Solo una conoscenza profonda delle AI e dei suoi riverberi sociali, etici, politici, può generare “nuove cose”. Il resto è una paccottiglia. Non sto demonizzando lo strumento di per sé, ma l’utilizzo e l’impatto che sta producendo a mio avviso è fuori controllo.

Ritengo che la distinzione di opere d’arte basate sul loro mezzo di produzione sia riduttivo. Non c’è troppa differenza tra arte-pennello, arte-digitale, o arte-ai. Il vero nodo creativo si gioca allora nello scarto tra buona e cattiva arte, ma anche — e forse soprattutto — nella tensione tra etica ed estetica che attraversa ogni progetto. Penso ai primi dischi hip hop che utilizzavano i samples per produrre i breakbeat, al cut-up di Burroughs, o agli strappi di Rotella. In queste forme artistiche si prendono i dati di altri e si trasformano per darne altri significati. Il processo di trasformazione e di produzione di questi oggetti sono mediati attraverso tecniche consolidate dagli artisti, dove erano, appunto, maestri.

Se utilizziamo una tecnica dove l’artista non ne esercita il controllo, questa ne diviene essenza e motrice plasmando la forma finale. Penso alle grafiche cut and paste di photoshop vomitate sulle nostre strade, alle canzoncine cuore-amore di protools; in questi casi le opere scaturite sono mero ornamento – non è questa l’arte. 

Per noi gli algoritmi di AI sono un salto enorme rispetto al passato in termini di velocità, efficienza, possibilità.La questione fondamentale è utilizzare le AI con cognizione di causa: aprire il cofano luccicante di questa macchina e comprenderne davvero i meccanismi di funzionamento. Noi come Ultravioletto utilizziamo l’AI quotidianamente sia quelle generaliste che più specifiche. Sono uno strumento eccezionale, ma quando si parla di opere d’arte fatte con l’AI, preferiamo allenare i nostri modelli, utilizzare strumenti open source, eseguire gli algoritmi in locale e avere il controllo di quanto più possibile, così facendo abbiamo la percezione ( miraggio?) di essere padroni delle scelte che prendiamo e non essere guidati da UX luccicanti.

4 – Progetti come Urban Oracle trasformano lo spazio pubblico in un luogo di dialogo tra persone, città e algoritmi. Da dove nasce il vostro interesse per lo spazio urbano come piattaforma narrativa e non semplicemente come luogo espositivo?

Anche qui non ci siamo inventati nulla da zero: abbiamo piuttosto distillato le essenze delle nostre passioni e dei nostri interessi, fino a comporre una nuova miscela. Partiamo dai graffiti e dal type design per arrivare all’estetica delle prime interfacce LCD degli anni Sessanta e Settanta, attraversando al tempo stesso la tradizione popolare delle cappelle votive che ancora abitano le nostre città, insieme alle domande che nel frattempo ci siamo posti.

Perchè le AI devono essere generaliste e universali? Ci possono essere delle intelligenze locali? Perché dobbiamo inchinarci al monolite della Singola AI Monoteista e non possiamo ballare nel giardino degli Dei?

Abbiamo creato un graffito senziente, un “pezzo” su una parete di una scuola della periferia di Roma. Ovviamente un’AI di Centocelle non può avere una UI alla moda, ma deve apparire come una tecnologia solida assodata, che è sempre stata lì, i caratteri alfanumerici a lcd, indistruttibili, eterni come la radio sveglia Braun nella stanza di nonna.

Le città nella loro profonda connessione con le vite delle persone sono dei bacini ricchi di dati e storie, le loro stratificazioni, le loro forme sono il risultato di complessissime interazioni tra basso e alto, popolo e potere, ricchezza e povertà. Gli oracoli di quartiere esistono già, bisogna solo dargli un corpo e un carattere.

In Neural Mirror l’IA diventa uno specchio che restituisce allo spettatore una versione aumentata di sé, mostrando dati e informazioni raccolte in tempo reale. Secondo voi l’AI è oggi più uno strumento creativo, uno specchio culturale o un dispositivo critico per riflettere sulla nostra identità?

Abbiamo preso l’opportunità di lavorare su una delle prime opere d’arte con l’AI per cercare di togliere quella patina glam che ricopre queste tecnologie e far emergere alcuni meccanismi di queste infrastrutture. In Neural Mirror la figura nello specchio rimanda allo spettatore l’immagine cruda che il computer ricostruisce. Una nuvola di punti, organizzati e catalogati da cui si estraggono centinaia di dati. Partiamo da dati morfologici di sesso, genere, età, etnia, fino a interpretazioni di emozioni, attenzione, intenzioni… Quindi lo specchio serve come riflesso di un processo di percezione, catalogazione, salvataggio di dati.

Questi dati — il vero tesoro delle AI, nonché l’economia attorno a cui ruotano le grandi aziende tecnologiche — vengono salvati e trascritti su carta, a sottolineare la necessità di considerarli non soltanto come una risorsa da estrarre economicamente, ma come un serbatoio culturale di senso.

Anche qui bisogna separare l’algoritmo dalla tecnologia. Purtroppo le AI stanno plasmando parte della vita umana seguendo le visioni e le mission delle Big Tech che le alimentano.

Quello che vedo è che queste tecnologie promettono una enorme efficienza e produttività a patto di cedere buona parte della propria sfera personale in termini di privacy e sanità mentale; il tutto mantenuto da un sistema economico estrattivo ed estremamente energivoro.

Quindi sì, queste tecnologie sono specchio del tempo, come il motore a vapore, la pastorizzazione degli alimenti, il cannocchiale, il protocollo TCP/IP. Io spero fortemente nell’utilizzo creativo delle IA, il che vuol dire utilizzo critico, smontandone i componenti interni e testandone i limiti fisici e concettuali. Decontestualizzare le intelligenze artificiali per creare nuove opere di senso, vuol dire anche e soprattutto capire quali sono le forze in gioco, le economie, le aspirazioni.

Sono particolarmente affezionata a Mycelium – Blending live AI-generated audiovisual performance with natural intelligence. Oggi assistiamo anche a un forte ritorno della dimensione performativa nell’arte digitale. Come si colloca Mycelium in questa ricerca? E cosa vi interessa esplorare nell’incontro tra intelligenza artificiale, sistemi naturali e performance dal vivo?

Mycelium nasce da una considerazione. Non esiste solo una intelligenza umana, come non esiste solo una intelligenza artificiale. Il concetto stesso di intelligenza è sfumato e, per alcuni aspetti, in costante evoluzione. Guardiamo le AI come una nostra nuova evoluzione, il nostro sistema nervoso che esce dai nostri corpi e va nel cloud.

Pensiamo che oggi sia il concetto stesso di Intelligenza ad essere poco compreso e purtroppo piegato a mere logiche di comunicazione/marketing. Studiando i vari tipi di intelligenze abbiamo scoperto che la più grande rete di comunicazione esiste da molto tempo prima di noi e sicuramente continuerà a prosperare dopo il passaggio dell’uomo sulla terra. La rete micorrizica, composta da un complesso sistema di gangli che connette funghi alle radici e alle piante permette alle piante di interagire, comunicare e scambiarsi risorse, creando una forma di collaborazione essenziale per la vita negli ecosistemi. Quindi in questo caso abbiamo fatto una fantasia, ci siamo sporcati di fango ( letteralmente! ) e abbiamo immaginato un uomo fungo iperconnesso. Mycelium è un nostro percorso di ricerca in questi temi. La cosa affascinante dell’arte digitale che non ha una forma, i bit non hanno dimensione e i pixel prendono la forma del loro contenitore. Mycelium è una performance audio/video in tempo reale, un’installazione, delle sculture stampate in 3d, delle grafiche generative stampate con pen plotter. Abbiamo una passione per gli algoritmi che simulano la propagazione del micelio e dei funghi, hanno una bellezza, un’armonia organica che li rende affascinanti. Vivendo nell’età dell’oro della potenza computazionale possiamo simulare intere colonie che interagiscono, possiamo istruire modelli di AI con le foto di tutti i funghi catturati sin oggi. La conoscenza diventa plastica, la rappresentazione artistica è la restituzione di un processo rizomico.

Guardando al futuro: quale pensate sarà il territorio più interessante da esplorare per uno studio come il vostro? Quali i vostri prossimi progetti?

Ultimamente stiamo studiando la fotogrammetria computazionale e la manipolazione di queste enormi nuvole di punti in tempo reale. Siamo ossessionati dalla manipolazione dei media in tempo reale un po’ per naturale evoluzione tecnologica, un po’ per arrivare a colmare quel gap, a mio parere illusorio, che divide analogico e digitale. Quindi stiamo scansionando la nostra città per capire se fosse possibile realizzare una performance dal vivo che possa remixare l’architettura stessa. E poi a giugno ci sarà la raccolta del grano nel nostro campo, vediamo se riusciremo a fare una buona farina.

CYFEST 17 poster announcing the International Media Art Festival: Natura Naturans—Human Beings, Nature, Landscape; May 8–Aug 31 at CREA Cantieri del Contemporaneo, Venice.

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Rebecca Pedrazzi
Rebecca Pedrazzi
Rebecca Pedrazzi, storica e critica d’arte con focus sull’AI Art, curatrice e autrice del libro "Futuri possibili. Scenari d'Arte e Intelligenza Artificiale”. É giornalista e direttrice di notiziarte.com e sul tema AI & Arte tiene docenze, conferenze e webinar dedicati. Ha collaborato con diverse realtà, quali CINECA per il progetto GRIN S+T+ARTS, VAR Digital Art, il Dipartimento Neuromarketing e Metaverso AINEM, il progetto europeo PERCEIVE, e l’Istituto Europeo di Design, dove attualmente insegna “Fenomenologia delle Arti Contemporanee”. Membro della Gallery Climate Coalition, unisce ricerca e curatela a impegni per la sostenibilità e la riflessione critica sui futuri dell’arte.

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