Alla Repetto Gallery di Lugano, Alessandro Piangiamore presenta La polvere ci mostra che la luce esiste, una mostra che si inscrive con coerenza nella linea della galleria, fondata nel 1967 da Carlo Repetto e attiva prima ad Acqui Terme, a Milano, a Londra e, dal 2022, a Lugano. Nato a Enna nel 1976, Piangiamore arriva all’arte attraverso una traiettoria non accademica: una formazione inizialmente distante, un interesse per l’archeologia e un avvicinamento progressivo. È una scelta che nasce da un’esigenza più che da una formazione tecnica, e che si riflette ancora oggi in un approccio libero da rigidità disciplinari. La mancanza di un’impostazione accademica viene compensata con una costante disponibilità all’esplorazione: video, fotografia, scultura, installazione.
La mostra si sviluppa a partire da un nucleo installativo concepito per lo spazio di Lugano, in cui la materia non è mai trattata come elemento stabile, ma come condizione in trasformazione. La cenere, in particolare, rimanda a una dimensione tellurica: è residuo di un’esplosione, traccia di un’energia distruttiva, ma anche materiale che, nel lavoro dell’artista, viene continuamente rielaborato. Il titolo della mostra, tratto da Georges Didi-Huberman (La conoscenza accidentale), introduce una chiave di lettura che attraversa tutto il progetto: la polvere come ciò che diventa visibile solo quando è attraversata dalla luce.

Non è quindi un elemento in sé, ma una condizione di apparizione. Piangiamore lavora precisamente su questa soglia, costruendo opere che non fissano la forma ma la trattengono temporaneamente, lasciando spazio a una componente di instabilità e di sorpresa. Questo aspetto emerge con particolare evidenza nel video Te lo prometterò, composto da 56 scene realizzate in 56 giorni. L’immagine – dita che cercano di afferrare un riflesso luminoso – subisce trasformazioni generate anche da un errore tecnologico, un “bug” che introduce una variazione imprevista. La luce si deforma, si disperde e poi ritorna, mentre il suono, costruito su frequenze molto basse, introduce una dimensione quasi sismica, una vibrazione che attraversa lo spazio più che accompagnarlo.
L’intera mostra si articola attraverso relazioni interne complesse, senza gerarchie evidenti. Le opere dialogano tra loro costruendo un sistema aperto, in cui elementi naturali e riferimenti culturali si intrecciano. L’arcobaleno, ad esempio, ricorre come figura concettuale: in molte culture è associato a un altrove, a una promessa o a un passaggio, e in questo senso si lega a un’idea di utopia intesa non come progetto ideologico, ma come tensione verso qualcosa che non si raggiunge. Un tema che si riflette anche nelle opere che coinvolgono elementi vegetali trattati secondo una logica di sospensione del tempo. Nei lavori ispirati all’ikebana, ad esempio, i materiali organici vengono fissati con cemento – materiale scelto non per la sua qualità formale ma per il suo valore semantico. Definito dall’artista come “marmo contemporaneo”, esso diventa uno strumento per confrontarsi con la durata, mentre la componente vegetale introduce inevitabilmente il tema del deterioramento.

Analogamente nella serie di frutti canditi (Afterlife), il processo di conservazione – la canditura, tipica della Sicilia – blocca la decomposizione, trasformando l’oggetto in qualcosa di ambiguo, sospeso tra naturale e artificiale. L’associazione con la natura morta (still life) si sposta così verso un’idea di “afterlife”, una vita oltre la vita, che è anche quella delle opere stesse, continuamente rimesse in gioco. I due grandi trittici alle pareti, invece, realizzati attraverso tecniche di stampa differenti come incisione e monotipo, introducono un ulteriore livello di riflessione. Il titolo Qualche uccello si perde nel cielo apre a una dimensione ambigua: il paesaggio evocato è al tempo stesso visibile e negato. Se vediamo le stelle, non vediamo gli uccelli; se seguiamo una traiettoria, perdiamo l’altra. È una condizione che rimanda tanto all’esperienza percettiva quanto a un immaginario più ampio, che include riferimenti mitologici come la figura di Icaro.
Piangiamore costruisce così un sistema di rimandi che non si chiude mai in un’unica interpretazione. Letteratura, cinema, osservazione quotidiana – come nel caso de Il cacciatore di polvere, nato da un gesto ordinario – convivono senza gerarchie, mantenendo aperta la possibilità di lettura. In questo senso, La polvere ci mostra che la luce esiste non è una mostra sulla materia, ma sulle condizioni che la rendono percepibile.


