Tra geometrie, materia e segni: Ingranaggio continuo porta Atzeni, Losengo e Vargiu a MANCASPAZIO

“Ingranaggio continuo” riunisce a MANCASPAZIO (Via della Pietà 11, Nuoro) le ricerche di Gianni Atzeni, Dionigi Losengo e Beppe Vargiu in un dispositivo espositivo essenziale e mirato, a cura di Chiara Manca. Aperta dal 12 settembre al 10 ottobre 2025, la mostra assume il titolo come chiave di lettura: non una semplice compresenza di opere, ma un meccanismo di relazioni che mette in moto tempi, materiali e metodi diversi, verificandone la tenuta nello spazio.

L’allestimento è costruito su una partitura sobria. L’ambiente è suddiviso in tre pareti, una per ciascun artista, ma la separazione ha valore operativo più che disciplinare: il numero di lavori è contenuto per consentire un confronto leggibile tra le singole poetiche e, al tempo stesso, lasciare margine a risonanze trasversali. Il percorso non è prescrittivo: il visitatore può iniziare la visione da qualunque punto, comporre sequenze personali, scegliere soste e ritorni. È una mostra che lavora sul ritmo e sulla distanza, più che sulla narrativa; un invito a osservare come i lavori funzionano, come trattengono o rilasciano la superficie, come articolano bordi, pieni e vuoti.

In Atzeni, la matrice calcografica è principio e campo d’esperienza. La sua pratica, radicata nelle tecniche tradizionali (xilografia, acquaforte, acquatinta, puntasecca, maniera nera) e passata per una lunga stagione di sperimentazione, considera stampa e lastra come luoghi di tempo e stratificazione. Il risultato non è la dimostrazione di una perizia tecnica, ma la messa a fuoco di un processo: prove, passaggi, sovrapposizioni che trasformano la materia in segno e il segno in immagine. La precisione non chiude il lavoro; lo rende attraversabile.

Con Losengo, il baricentro si trasferisce sulla costruzione geometrica e sul rapporto tra proporzione e colore. L’astrazione qui non è un genere, ma un metodo: figure elementari, relazioni ortogonali, campiture calibrate su modulazioni minime. La riduzione formale non impoverisce il campo visivo; ne chiarisce l’architettura interna. L’equilibrio non coincide con la simmetria: è una qualità che emerge dal modo in cui gli elementi si dispongono, dal respiro tra una campitura e l’altra, da scarti cromatici misurati che impediscono al quadro di trasformarsi in schema.

Vargiu affronta il nodo della materia come veicolo di senso, sulla soglia fra astrazione e figurazione. Superfici dissonanti, tessuti lacerati, legni spezzati e pigmenti si organizzano in strutture dove la memoria agisce come presenza concreta, non come citazione. Il lessico dei materiali introduce resistenza e attrito, elementi necessari a tenere insieme segno e simbolo. L’eventuale rimando al sacro non ha esiti iconografici; è postura etica del fare, modo di collocare il lavoro entro un campo antropologico più ampio.

La coralità dell’insieme non dipende da somiglianze di stile, ma dalla compatibilità di metodi. Tre lessici autonomi occupano lo spazio con pari diritto, dimostrando che la misura dell’allestimento può essere strumento critico. La natura processuale del progetto — dichiarata come “lavoro in corso” suscettibile di variazioni nelle tappe successive — non è un espediente, ma il riconoscimento del tempo come componente dell’opera e della sua presentazione. Un catalogo con testo della curatrice e fotografie di Daniele Brotzu documenta questa prima configurazione senza pretendere di cristallizzarla. In questo quadro, “Ingranaggio continuo” offre una lettura limpida e pragmatica di tre ricerche mature, restituendo allo spettatore le condizioni per una visione attenta, comparativa, priva di ridondanze.

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