Sono arrivata ad Atene per assistere all’ultima prova di A Bibliographical Wardrobe, la performance realizzata da Tilda Swinton insieme a Olivier Saillard in occasione della mostra Ongoing presso Onassis Ready, e successivamente alla preview e alla press conference. Più ancora del progetto stesso, ciò che mi ha colpito è stata la rara qualità umana di Tilda Swinton, una gentilezza quasi disarmante che tutto il team di Onassis Ready continua a sottolineare parlando di lei. Alla fine dell’ultima prova, in un gesto tanto semplice quanto profondamente elegante, Swinton ha preso la mano di Saillard e gliel’ha baciata come segno di gratitudine per la loro lunga collaborazione. Un momento intimo, silenzioso, che sembrava racchiudere perfettamente il senso dell’intero progetto.

Più che una mostra nel senso tradizionale del termine, Ongoing si presenta come un organismo vivo, aperto e destinato a trasformarsi nel tempo. Il progetto nasce infatti dal rifiuto stesso dell’idea di retrospettiva perché l’idea di raccogliere oggetti e lavori passati le appariva troppo vicina a una pratica archivistica, incompatibile con una concezione dell’arte come processo ancora in movimento, relazionale e collettivo. Realizzata da Onassis Stegi in collaborazione con Eye Filmmuseum, Ongoing prende forma come un progetto profondamente personale di Tilda Swinton, costruito insieme ad alcuni dei suoi collaboratori e compagni di percorso più vicini.
La mostra intreccia opere recenti e materiali del passato firmati da Pedro Almodóvar, Luca Guadagnino, Joanna Hogg, Derek Jarman, Jim Jarmusch, Olivier Saillard, Tim Walker e Apichatpong Weerasethakul. Più che una semplice collettiva, la mostra appare come una mappa affettiva delle relazioni artistiche che hanno attraversato e costruito nel tempo l’universo creativo di Swinton. Alcune installazioni sono state prodotte appositamente per la tappa ateniese, altre restano volutamente instabili, incomplete, aperte a ulteriori trasformazioni. Anche il formato stesso della mostra è pensato per evolversi durante il suo percorso internazionale, accogliendo nel tempo nuovi artisti, materiali e interventi. Nulla, in questo progetto sembra voler raggiungere una forma definitiva. Anche A Bibliographical Wardrobe gli abiti assumono un ruolo centrale: non come reliquie da museo, ma come oggetti attraversati dall’esperienza e dalla memoria. “Questi non sono pezzi da museo, e’ nella loro utilità che risiede lo spirito”, dice TS. Ed è forse proprio qui che il progetto trova la sua posizione più radicale: nel rifiuto della perfezione istituzionale a favore delle tracce lasciate dall’uso, dal tempo e dalle relazioni umane.

I collaboratori – amici
Olivier Saillard è uno dei principali storici e curatori di moda francesi ed è stato responsabile del dipartimento di moda del Musée des Arts Décoratifs di Parigi. Saillard ha curato mostre al Musée de la Mode di Parigi e Marsiglia, al Musée Bordelle e al Victoria & Albert Museum di Londra. Ha collaborato con Tilda Swinton alla performance dal vivo/mostra d’arte “The Impossible Wardrobe” al Palais de Tokyo (2012), che presentava capi indossati da Maria Antonietta e Napoleone. Un anno dopo, Saillard ha creato un costume per Swinton dal vivo in “Eternity Dress” (2013). La loro performance più cinematografica è “Embodying Pasolini” (2022–2025), in cui Swinton indossa costumi tratti dai film di Pasolini.

L’installazione FLAT 19. Una ricostruzione multimediale dell’appartamento londinese in cui Tilda Swinton ha vissuto negli anni Ottanta e Novanta. A realizzarla è Joanna Hogg, amica di lunga data di Swinton: le due si sono conosciute in collegio e negli anni hanno collaborato a tre film. Più che una semplice ricostruzione scenografica, FLAT 19 funziona come un esercizio di memoria emotiva. L’installazione non nasce infatti da fotografie o documenti dell’epoca, ma dai ricordi condivisi, nel tentativo di restituire l’atmosfera sospesa di un momento preciso della vita di TS, precedente all’incontro con Derek Jarman. Lo spazio si attraversa come un ambiente mentale: lungo il corridoio si aprono porte socchiuse da entrambi i lati, mentre in loop si ascolta soltanto la voce di Swinton. “Quell’appartamento non è un set, è una crisalide”, dice TS.
Luca Guadagnino. Il legame artistico e personale tra Tilda Swinton e Luca Guadagnino attraversa ormai più di trent’anni. La loro amicizia nasce nel 1994 e da allora ha dato vita a cinque film, oltre a una costellazione di progetti ancora in corso. Per Ongoing, Guadagnino traduce questa relazione in due opere essenziali e fortemente evocative: una scultura argentata che ritrae il volto di Swinton e un cortometraggio in cui l’artista appare avvolta nel suo maglione rosso più intimo, muovendosi come una fiamma nel buio. Il ritratto non cerca la fissità monumentale, ma un’immagine in continua combustione, sospesa tra presenza, memoria e trasformazione.
Comunque ogni collaborazione sembra aprire una finestra diversa sull’universo personale e creativo di Tilda Swinton. Jim Jarmusch rielabora alcune sequenze del suo visionario The Dead Don’t Die trasformandole in una nuova installazione che amplifica il lato sospeso e surreale del film, quasi svuotandolo della sua dimensione narrativa per lasciarne emergere l’atmosfera più inquieta. Sarà ospite con un progetto il prossimo ottobre, ci ha rivelato Afroditi Panagiotakou (direttrice artistica di Onassis Foundation durante la press conference). Con uno sguardo completamente diverso, il fotografo Tim Walker entra invece nella dimensione privata di Swinton, raggiungendola nella casa di famiglia per una serie di ritratti costruiti attorno all’idea di appartenenza, genealogia e continuità domestica. Le immagini mantengono quella dimensione onirica tipica del linguaggio di Walker, ma qui assumono una tonalità più intima e silenziosa. L’installazione firmata da Apichatpong Weerasethakul è forse una delle opere più contemplative dell’intera mostra: un ambiente immersivo a due canali che si muove lentamente tra sonno, memoria e stati di coscienza alterati, territori che il regista thailandese e Swinton esplorano insieme da anni attraverso il loro lavoro comune. Pedro Almodóvar partecipa a questo dialogo collettivo presentando per la prima volta The Human Voice (il suo primo film fatto con TS) in forma installativa. Il cortometraggio abbandona così il formato cinematografico tradizionale per diventare uno spazio da attraversare, quasi una presenza fisica all’interno della mostra.

È difficile restituire davvero a parole tutta la bellezza e il rispetto ancestrale che attraversano l’intero progetto. Durante A Bibliographical Wardrobe, ogni gesto di Tilda Swinton sembra dilatare il tempo: i movimenti lentissimi, quasi esasperati nella loro precisione, finiscono per diventare ipnotici, mentre i silenzi, lunghi, sospesi, assoluti, attraversano lo spazio con un’intensità quasi fisica. La sua presenza scenica ha qualcosa di profondamente aristocratico, non tanto nella distanza quanto nella naturalezza con cui occupa la scena. Del resto, Swinton proviene realmente da un’antica famiglia nobile scozzese, e quella compostezza sembra emergere senza alcuna costruzione teatrale, come parte organica del suo modo di stare al mondo. Complimenti ad Afroditi Panagiotakou per aver reso tutte le conversazioni con Tilda Swinton così interessanti, umane, cool e piene di verità.
Complimenti a tutti!
Un ringraziamento speciale a Vasiliki Vasilatou e Katerina Chortaria-Tamvaki,
Onassis Media Office per il prezioso aiuto.




