“Sembro piuttosto giovane, ma sono retrodatato”.
(The Who/Substitute, 1965)
Può anche capitare che un fan che si accinge a scrivere un resoconto di due eventi musicali cambi idea su come restituirli e reimposti da capo lo scritto, virandolo verso lidi in cui irrompe l’emozione a discapito della cronaca. Devo specificarlo: ciò che segue è un breve resoconto caratterizzato da un bassissimo tasso di obiettività: essere un fan del rock’n’roll e in particolare di The Who non aiuta a rimanere imparziali.
Ma veniamo agli eventi musicali citati, ovvero i due concerti degli Who a Piazzola sul Brenta del 20 luglio e quello di Milano di due giorni dopo.

In questa meravigliosa estate italiana che qualcuno si ostina ancora a definire rock gli Who aprono il loro ennesimo tour di addio proprio nel nostro musicalmente disastrato Paese. Le premesse non erano buonissime così come le prevendite. Inutile dire che al momento Who è un marchio che non attira più di tanto e che, in mancanza di fatti “attuali” e social(mente) rilevanti come l’uscita di un nuovo disco, la riedizione di un musical o almeno la pubblicazione di una raccolta di successi, era difficile riempire piazze come l’Ippodromo SNAI di Milano o lo Stadio Euganeo della troppo vicina Padova. Anche se le due date italiane ricadevano sotto il cappello del The Song Is Over – The Farewell Tour la prevendita non si è rivelata eclatante costringendo l’organizzazione a delocalizzare i due live in altri luoghi: la data padovana nella meravigliosa piazza di Piazzola sul Brenta e il concerto di Milano nel carente Parco della Musica di Novegro di Segrate.
Veniamo agli incolpevoli Who, forse troppo accomodanti nel fidarsi del promoter italiano che gli propone due show in città così vicine: benvenuti nella frammentaria geografia musicale italiana, dove un/una pseudo-cantante può anche riempire uno stadio senza alcun merito artistico apparente, se non quello di produrre una pessima musica, mentre una leggenda come The Who può accomodarsi in uno spazio più che periferico. Ricordo che solo dieci anni fa i nostri riempirono l’intero Hyde Park, ma si sa, in tempi trumpiani, dieci anni sono un’era e neanche più geologica. Non era solo a gennaio che Trump e Musk si baciavano in pubblico?

E veniamo ai concerti, bellissimi entrambi, difficile pensare a qualcosa di diverso, a show alternativi rispetto a ciò che si è visto on stage. Piazzola, concerto ambientato nell’anfiteatro di Villa Contarini, uno spazio meraviglioso che accoglie 6000 persone comodamente sedute per uno dei concerti (un tempo) più rumorosi della terra; un luogo che ha già ospitato tra gli altri Battiato, Sting, Scorpions, Mark Knopfler e altri grandi nomi della scena rock internazionale.
La band è composta ovviamente dai due leader superstiti Daltrey e Townshend accompagnati da Simon Townshend (chitarra), Loren Gold (tastiere), Jon Button (basso), John Hogg (cori) e soprattutto dal nuovo batterista Scott Devours, approdato nel gruppo dopo il doppio licenziamento di Zak Starkey dello scorso maggio.
Lo show scorre in una serata meravigliosamente calda, animata da una scaletta assolutamente antica – la canzone più nuova risale addirittura al 1982 – e i fan, moltissimi stranieri, non sembrano scorgere alcun segno di vetustà in questi signori del rock’n’roll. Chi vi scrive è un po’ meno assolvente, ma il fatto di aver assistito a un loro concerto nel 1979 non mi aiuta in un compito di obiettività.
Corretto ciò che abbiamo visto, più che degno quello che abbiamo ascoltato. Una setlist bloccata, la canzone più recente corrisponde a Eminence Front più uno stralcio di Cry if you want, entrambe tracce dell’album It’s hard del 1982. Cinque pezzi da Quadrophenia (1973), due da Tommy (1969), Ben sei su nove da Who’s next del 1971 – per chi scrive il più grande disco degli anni ’70 e forse dell’intera storia della musica rock – più The seeker sempre proveniente da quelle registrazioni. Poi i singoli I can’t explain, Substitute, Who are you, My generation e You better you bet. Gli Who non spaccano più, né gli strumenti, né i nostri padiglioni auricolari, Roger è vecchio e stanco (proprio come noi) e a Piazzola lo vedremo anche inginocchiarsi, Pete è un po’ più vivace ma non più di tanto. Due vecchi amici, forse mai stati fratelli, che ostinatamente portano avanti un concerto che procede come l’esatta effige dei tempi passati, un suono potente e datato: siamo accorsi proprio per questo.
Citando Tomás Maldonado, gli Who rappresentano ancora il futuro della modernità dove per modernità si intendono frammenti di storia non solo musicale liquefatti in un’attualità in cui la musica odierna si fa sempre meno convincente. Quando a inizio anni ’70 Pete mise a punto l’ambizioso progetto Lifehouse, poi ridotto a Who’s next, vide proprio nella “rete”, allora definita “griglia”, un’allegoria del progresso e le fantascientifiche basi sonore di sintetizzatore di Baba O’Riley e di Won’t get fooled again, messe in fondo al concerto, con le loro sincopate ripartenze ci fanno nuovamente assistere a quell’anticipo di futuro. E poi, diciamolo, una canzone che riesce ancora a tenere insieme le parole “rivoluzione” e “capo”, è una testimonianza già diventata eredità. Forse la modernità nel futuro starà ancora nel sempre agghiacciante grido finale di Roger in Won’t get fooled again, un pezzo dove “il nuovo capo è uguale al vecchio capo”, anche se oggi viene da aggiungere che il nuovo capo è veramente peggiore del precedente. L’ancora agghiacciante urlo finale di questo pezzo, questa liberazione collettiva, svincola anche il pubblico di Piazzola che è finalmente lasciato libero di ballare e raggiungere finalmente il palco.

Secondo concerto. 22 luglio, Milano, pardon, Novegro, concerto gemello che si apre ancora con I can’t explain dedicata al grande Ozzy e che si chiude con The song is over anche questo tratto da Who’s next (e siamo a 7 pezzi su 9!). Concerto gemello di quello di Piazzola; bellissimo il concerto, suoni ed esecuzioni migliori che a Piazzola nonostante il sito non sia proprio consono.
Anche qui il vecchio catalogo viene saccheggiato, forse con maggiore convinzione. Pubblico caldo e competente, ma non solo animato da persone in età: bellissimo vedere una giovane coppia pavese cantare a squarciagola Behind blue eyes e mimare l’assolo di basso di My generation, la canzone che inventò il punk con qualche anno di anticipo (sì, proprio così).
Conclusioni.
Tommy, l’infante non vedente, non parlante e nemmeno udente, non è più con noi ma rappresenta comunque la sordità di questi tempi assurdi e, sia a Piazzola che a Milano, gli Who ci hanno nuovamente fornito un concentrato di attualità. Hanno smesso di correre ma, come dice Roger, “da questo lavoro, non si va in pensione” e il composto alchemico che da sessant’anni induce a provare stupore e meraviglia è ancora attivo e, seppure il grande fuoco si sia trasformato in fiamma e il microfono rotei ancora in aria, magari a mezz’aria con volute un po’ meno spericolate, la band corre ancora, solo un po’ meno velocemente di un tempo.

Forse finirà qui ma, in mancanza di evoluzione discografica e di futuri atti dal vivo, ogni band di questa levatura porterà con sé una memoria, anche se una stella del rock come Pete dichiarò in altri tempi che avrebbe preferito morire piuttosto che invecchiare.
Gli Who sono la ribellione non ancora tenuta a freno a quest’età, un poster sbiadito in una stanzetta non più giovanile, due bellissimi concerti come quelli raccontati. Sono una storia che non riconosce la vecchiaia, sono l’ostinarsi dietro alla memoria, sono il voler ancora una volta appendersi ai ricordi di suoni tumultuosi e di anime che, come me, testardamente continuano a credere che forse sarà il rock a salvare questo mondo complesso.
Come i Rolling Stones visti a Milano nel 2022, gli Who sono più vicini a noi di quanto non lo siano mai stati: non esiste ancora alcun sostituto.


