Tell Laura I Love Her, ospitata da Gli Eroici Furori di Slivia Agliotti da sempre attenta ai nuovi talenti, è uno di quei rari momenti in cui l’arte non si limita a essere osservata, ma si lascia attraversare. Merito sì di Gemello, alias Andrea Ambrogio, con la sua intensità istintiva, ma anche della curatela sensibile e calibrata di Flavia Vago e Beppe Treccia, che hanno saputo costruire attorno alle opere un percorso emotivo limpido, onesto, intimo come una stanza in penombra.

Il modo in cui Gemello decide di aprirsi in Tell Laura I Love Her è una confessione pittorica che arriva con il passo del rap, con la fragilità di un figlio, e con quella specie di dolcezza sghemba che appartiene solo a chi ha vissuto tanto, velocemente, e poi si ferma di colpo a guardare il vuoto lasciato da chi ama.
La galleria di via Melzo, quella sera dell’opening, sembrava trasformata in un piccolo snodo metropolitano: luci calde, voci che rimbalzavano tra i quadri, il tintinnare delle birre 8.6, amici che si salutano e si ritrovano come se la mostra fosse un incrocio di treni che passano, rallentano, ripartono. E poi lui, Gemello, che si muove tra la gente con la stessa timidezza irrequieta che ha nelle sue canzoni: uno che non posa, non recita, semplicemente esiste lì, in quell’istante che sembra fagocitato dalla musica che arriva dal fondo e dal magnetismo dei suoi dipinti.

Le opere sono un caleidoscopio vivo: volti che emergono da un caos controllato, come apparizioni malinconiche dentro un firmamento di figure minute, strade spezzate, finestre, mani, occhi che inquietano e consolano. Ci si avvicina e sembra di entrare in un sogno che non è mai solo suo — perché ognuno, guardandole, riconosce un frammento del proprio disordine. Sono quadri che pulsano, che respirano, che non cercano di piacere: semplicemente chiedono di essere ascoltati, come fanno i pezzi migliori di un album.

E forse è proprio questo che rende la mostra così sincera: la continuità perfetta tra Gemello pittore e Gemello rapper. Non c’è artificio. C’è lo stesso battito, lo stesso amore per gli incastri lirici e visivi, lo stesso sguardo che attraversa la città e le persone con un’attenzione feroce e affettuosa. In ogni tela vibra Maria Laura, la madre a cui la mostra è dedicata: un’assenza che diventa luce, un’ombra che diventa colore. Il titolo, preso in prestito da una vecchia ballad, diventa quasi un mantra, una carezza ripetuta sottovoce.

La serata poi scivola verso l’after party come fosse un’appendice naturale della mostra: musica, ledwall che proiettano le opere, la gente che danza e parla, e quel senso di comunità che solo certi artisti riescono a creare attorno a sé. E tutto aveva quell’atmosfera street e insieme intima che raramente riesce a convivere nello stesso spazio. Come se ognuno stesse celebrando qualcosa di proprio, mentre in realtà stavamo tutti celebrando lui — e il modo in cui riesce a raccontare la sua storia trasformandola, inevitabilmente, anche nella nostra.
Tell Laura I Love Her è un abbraccio emozionato, che arriva da un artista che non ha paura di mostrarsi fragile e di portare sul palco — quello reale e quello della galleria — la complessità del suo cuore doppio. Ed è proprio per questo che uscendo, tra le risate degli amici e il rumore lieve della città, ci si sente paradossalmente più leggeri, come se qualcuno avesse detto ad alta voce quello che noi teniamo quasi sempre per noi.




🫂🤍grazie bellissimo.
Un artista vero, sensibile, originale