C’è una superstizione che governa il cinema di supereroi contemporaneo, ed è la convinzione che un mito sia un abito, che basti scucirlo, allargarlo, riadattarlo al corpo di qualcun altro per renderlo migliore, funzionale e immediatamente fruibile per un nuovo pubblico. Il mito però non è un elemento sartoriale, è un elemento prismatico, che si sedimenta e porta incise nelle sue stratificazioni le pressioni che lo hanno formato.
Questo risulta perfettamente evidente osservando Supergirl, ultima fatica DC, film diretto da Craig Gillespie, scritto da Ana Nogueira, con Milly Alcock nei panni di Kara Zor-El/Supergirl, e anche Matthias Schoenaerts, Eve Ridley, David Krumholtz, Emily Beecham, David Corenswet e Jason Momoa. L’opera ci porta nello spazio profondo, al seguito di Kara Zor-El. Quando un nemico spietato le strappa ciò che ha di più caro, Supergirl si lega a un’alleata che mai avrebbe scelto, Ruthye, e parte per un viaggio in cui il confine tra giustizia e vendetta si fa sempre più sottile.

Come dicevamo, ci sono diversi elementi di Supergirl che non convincono, prima fra tutti Milly Alcock, il cui personaggio non trova mai un punto d’appoggio. Le si chiede di essere insubordinata e insieme di portare addosso l’emblema più istituzionale dell’immaginario pop occidentale, le si chiede una postura autonoma, perché non è Wonder Woman, mentre sul petto le sta cucita una lettera che è il marchio della continuità. Il disagio dell’attrice dentro quel costume è visibile, e non solo per questo, ma anche proprio per il look, che è sbagliato. Il costume di Alcock sembra continuamente in trattativa con sé stesso, sospeso tra l’iconografia solare del personaggio e una sporcatura da space western che non gli appartiene.
Inoltre, tutta l’impaginazione del film ruota attorno al timore che il cane muoia. Ma il cane è invulnerabile per statuto e quindi il timore non attecchisce. Non c’è epica. Non una scena madre, non un istante di retorica assunta fino in fondo. E poi il tempo non pesa. Le tre albe lunari dovrebbero imprimere urgenza e invece a un certo punto perfino l’orologio narrativo si dissolve. Lo spazio è la Terra con qualche protesi applicata, non c’è davvero nessuna soglia da attraversare, nessuna alterità da temere. Come anche il bestiario alieno che affolla le locande si riduce a ornamento, folklore da fiera. Solo il Lobo di Jason Momoa funziona, e funziona soprattutto nel suo scambio con la ragazzina Ruthye, mentre il legame tra Kara e Ruthye non si accende mai, non produce calore, non lascia nulla. La conclusione a cui il Supergirl di Craig Gillespie ci conduce, senza volerlo e forse suo malgrado, è che bisognerebbe avere il coraggio di proporre, pensare, inventare eroine nuove.

Resta l’impressione di un’occasione mancata più che di un disastro. Il materiale di partenza, una ragazza cresciuta nel lutto, l’ultima testimone di un mondo che non esiste più, conteneva una possibilità di durezza che il film intravede e subito addomestica. Bastava tenere il punto, ovvero accettare che il personaggio fosse antipatico, irrisolto, non riscattabile entro i centoventi minuti. Invece ogni asperità viene levigata in tempo utile per il finale.




