Superflat Generation. A Milano il nuovo immaginario giapponese sempre più pop. E sempre più iconico

Negli ultimi vent’anni l’arte giapponese contemporanea ha smesso di essere una nicchia esotica per diventare un laboratorio globale di estetiche, tendenze e linguaggi. Non è un caso che da Tokyo a Milano, da Seoul a New York, i nomi di Yayoi Kusama e Takashi Murakami (qui in Italia amatissimi e oggetto di mostre-culto negli anni scorsi, che hanno fatto il pieno di visitatori) risuonino con la stessa potenza evocativa di icone pop come Warhol o Koons. Ma la scena non si esaurisce in loro: attorno ai due maestri si muove una costellazione di artisti – come Tomoko Nagao, Hiroyuki Takahashi e Hitomi Maehashi – capaci di rielaborarne la lezione in direzioni nuove, personali e a volte sorprendenti. È questo lo scenario raccontato dalla mostra “Japan Pop Art: Yayoi Kusama, Takashi Murakami, Tomoko Nagao and More” alla Galleria Deodato Arte di Milano, aperta fino al 17 maggio 2025, che mette in dialogo i grandi protagonisti con le voci emergenti, in un gioco visivo e concettuale fatto di rimandi, mutazioni e metamorfosi.

Yayoi Kusama

Al centro di questo universo pulsante c’è naturalmente lui, Takashi Murakami, artista, produttore, curatore e imprenditore visionario oggetto di culto in tutto il mondo. Inventore dell’estetica “Superflat“, Murakami ha abbattuto il confine tra arte alta e cultura otaku, tra pittura museale e merchandising da banco. Il suo universo ipercolorato, abitato da fiori sorridenti e demoni post-atomici, nasce da un Giappone attraversato dai traumi del dopoguerra, ma si proietta in un mondo globalizzato dove la bellezza è stratificata, artificiale e ripetitiva. Con la sua factory Kaikai Kiki, Murakami ha fatto da incubatore a una nuova generazione di artisti e ha mostrato come l’arte possa essere un ecosistema in cui convivono estetica, economia, tecnologia e spiritualità postmoderna.

Yayoi Kusama

Yayoi Kusama, da parte sua, è l’altra grande architetta di questo immaginario. Le sue celebri zucche – presenti in mostra in diverse versioni numerate, in stoffa, ceramica e anche in un preziosissimo e rarissimo esemplare unico – non sono semplici oggetti decorativi ma forme archetipiche, elementi vegetali che diventano simboli di protezione, ossessione e guarigione. Per Kusama, la zucca è una presenza arcaica, quasi totemica, radicata nell’infanzia e capace di incarnare la ripetizione compulsiva come gesto terapeutico. Nei suoi pattern infiniti, fatti di pois e variazioni minime, si cela una tensione tra il desiderio di sparire e la volontà di lasciare un’impronta: anche nella moda, vista la sua collaborazione con il marchio Louis Vuitton, di cui in mostra possiamo ammirare alcuni esemplari di preziosissime (e bellissime) borsette.. anch’esse, naturalmente, a pois. Un’arte, quella di Kusama, che nasce dalla fragilità psichica (è noto che l’artista ha vissuto e vive tutt’ora in un ospedale psichiatrico) e si fa monumento alla resistenza individuale e alla forza creativa come medicina dell’anima.

Tomoko Nagao

Tra i nomi più interessanti della scena contemporanea spicca quello di Tomoko Nagao, artista giapponese di stanza a Milano, in Italia divenuta negli anni oggetto di vero e proprio culto per l’oginalità del suo stile, che unisce l’estetica superflat a un’ironia giocosa e tagliente, che mette in discussione i principi stessi su cui si regge la società dei consumi e del culto delle griffes e dei marchi, su cui noi giovani delle ultime generazioni siamo cresciuti in maniera naturale e spesso acritica. Le sue opere infatti sono remix visivi dove la tradizione pittorica occidentale – da Caravaggio a Botticelli, spesso citate come fonti iconografiche delle sue opere – si scontra appunto con l’invadenza dei marchi globali e dei loghi aziendali onnipresenti nelle pubblicità, nelle strade e nei negozi.

Tomoko Nagao

Ma non c’è mai cinismo o nel lavoro di Tomoko, la critica è sempre addolcita da uno stile giocoso, carino (in giapponese kawaii) e divertente: l’artista rilegge la società dei consumi con sguardo tenero e tagliente. Le sue versioni di Venere, di Giuditta o del Quarto Stato sono un mix di brand e colori fluo che non dissacrano, ma reinventano, con gioia e leggerezza. In fondo, come dice lei stessa, “per parlare a tutti bisogna usare immagini che tutti conoscono”.

Hiroyuki Takahashi

In un altro registro, più introspettivo e perturbante, si colloca invece il lavoro di Hiroyuki Takahashi, figura chiave di quella che potremmo definire una nuova “femminilità pop” asiatica. Takahashi si muove nell’universo estetico e ideologico dello shōjo, termine che in Giappone indica non solo una categoria narrativa rivolta alle ragazze, ma un’intera cultura visiva fatta di manga, anime, fashion e simboli eterei della giovinezza. Le sue opere digitali, popolate da ragazze sospese tra il kawaii e l’inquietudine cyberpunk, mettono in scena corpi fragili, volti senza età, identità scomposte che abitano spazi ricchi di colori, di dettagli tecnologici, in una trasposizione psichedelica delle atmosfere dei fumetti manga. Takahashi crea immagini che somigliano a selfie lisergici e impazziti, ritratti di una gioventù che resiste all’omologazione con gesti solitari e una personalità forte e carismatica. Ognuno di noi è solo, sembra dirci Takahashi, ma la nostra creatività e la nostra giovinezza possono essere la nostra forza.

Chiude il percorso Hitomi Maehashi, artista nata nel 1989 ad Aichi e oggi tra le voci più interessanti della pittura digitale su fotografia. Ex allieva della stessa scuola d’arte frequentata da Nara e Tomoko Nagao, Maehashi fonde autoritratti e immagini di persone comuni con elementi della cultura manga e anime, rielaborati attraverso una tecnica digitale meticolosa e innovativa. Le sue figure ibride, a metà tra umani e personaggi cosplay, incarnano un’estetica transgenere e transumana, dove l’identità è mascheramento, travestimento, metamorfosi. Le maschere kigurumi, i filtri estetici e le superfici lucide delle sue opere parlano di un mondo in cui il corpo non è più carne e realtà, ma un prodotto delle immagini, un avatar sospeso tra finzione e realtà. Ma proprio da questa finzione lucida emerge un’umanità spiazzante, tenerissima, a tratti malinconica: una nuova femminilità post-digitale che, tra memoria e futuro, reclama il diritto a essere vista.

Bearbrick

A rendere esplicita la connessione tra questi universi visivi è la presenza in mostra dei celebri Bearbrick, gli art toy nati nel 2001 dalla mente di Tatsuhiko Akashi e prodotti dalla giapponese Medicom Toy. Questi piccoli orsi modulari, diventati icona globale di design e collezionismo, sono a tutti gli effetti tele tridimensionali su cui hanno lavorato artisti, designer e brand di tutto il mondo. La loro forza è nella semplicità: un oggetto replicabile, riconoscibile e infinitamente trasformabile, proprio come l’arte pop giapponese contemporanea, che oscilla tra mercificazione e metamorfosi, tra citazione e creazione. E come ogni buon giocattolo, anche i Bearbrick parlano al bambino che sopravvive dentro l’artista – e dentro ognuno di noi.

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