Con l’uscita dei nuovi episodi di Stranger Things, ci accorgiamo che, per quanto sia un luogo terrificante, dobbiamo ammetterlo: non vedevamo l’ora di tornare nel Sottosopra.
Certo, la serie dei fratelli Duffer, dopo dieci anni in cui abbiamo visto crescere i protagonisti, ci è familiare e cara, ma il motivo principale è un altro, ben più profondo e complesso. Il Sottosopra forse non è semplicemente il rovescio di Hawkins, ma un posto in cui gli spettatori della serie TV targata Netflix hanno l’impressione di poter andare a cercare qualcosa di perduto, qualcosa di personale.
E per accedervi, Stranger Things fa da medium attivando una sfumatura emotiva precisa; una nostalgia più profonda della nostalgia stessa, un dolore senza forma, un richiamo verso qualcosa che non sappiamo nominare. Esiste un termine russo, intraducibile, che definisce tutto questo con esattezza: toska.

Questa sensazione è, a sua volta, un portale verso quel magma emotivo chiamato inconscio. Una sorta di dimensione remota, “sottostante” che non fatichiamo a immaginare simile al Sottosopra, con le sue ramificazioni organiche, la sua atmosfera stagnante, la ripetizione deformata degli spazi familiari, dove il rimosso assume forma. Un non-luogo misterioso e inquietante con leggi proprie, in cui accumuliamo traumi, memorie primordiali e paure dalla consistenza della nebbia.
In questo senso Stranger Things si inserisce in un’intercapedine psichica e lo fa parlando un linguaggio leggero ma assolutamente efficace. Quello dell’infanzia, degli amichetti di scuola, delle biciclette, delle case di periferia dei film americani con cui siamo cresciuti e degli anni ’80 ricostruiti al millimetro, e quindi ancora più funzionali per accedere al nostro vissuto personale.
“Si chiama nostalgia e serve a ricordarci che, per fortuna, siamo anche fragili” diceva Cesare Pavese, e nella serie, toska non è mera decorazione estetica per accaparrarsi la simpatia degli spettatori. Ci aiuta a renderci conto che quella degli anni Ottanta è una cultura che ci ha permeato al punto da non aver mai smesso di abitarla, è un punto di contatto di memoria collettiva.

La serie lavora su questo con una potenza quasi alchemica: prende il cinema di Spielberg, Carpenter e Donner, la narrativa di Stephen King, l’immaginario pre-videoludico, e invece di limitarsi a citarli li trasforma in archetipi, figure simboliche vicine a quelle con cui si è forgiata la nostra idea di realtà sin da piccoli.
La musica gioca un ruolo cruciale attivando un insieme di richiami che funzionano come ancore. Come nella scena in cui la canzone Running Up That Hill salva Max dal richiamo della morte, lo spettatore viene richiamato alle proprie memorie personali attraverso una colonna sonora che comprende artisti del calibro di Clash, Joy Division e Bowie, mostri sacri della musica contemporanea e autori di colonne sonore della nostra esistenza, a volte anche inconsapevoli. Perché quelle canzoni, se non le abbiamo ascoltate volontariamente, le abbiamo udite in spot, film, in radio per anni.
I nuovi episodi continuano a giocare sul solito doppio registro vincente: da una parte l’avventura, il gruppo, i rapporti umani profondi che diventano “famiglia”, dall’altra l’ansia, il pericolo, la catastrofe imminente. La sensazione che il mondo, per come lo conosciamo, potrebbe finire da un momento all’altro. In questo senso la serie non è solo tipicamente anni Ottanta, ma perfetta per rappresentare le incertezze del tempo presente.
Più la storia è andata avanti, più il richiamo di Vecna, che è sedotto e seduce i più fragili, ha iniziato a somigliare ad un imbuto, una voragine che ha attirato dentro di sé i personaggi principali, ognuno portando dentro di sé un pezzetto di quel mondo oscuro. Quei dolori permeano Eleven/Undici appesantita dalle responsabilità che i poteri inevitabilmente le conferiscono, Will angosciato dal fatto di sentirsi diverso, fino a Max che è caduta nelle mire di Vecna perché tormentata dal senso di colpa e dall’incapacità di elaborare il lutto del fratello.

Max in questa lettura analitica è un personaggio chiave: è letteralmente bloccata nei ricordi, propri, che non riesce a cancellare, e in quelli di Vecna che a sua volta è inevitabilmente fissato in un vissuto doloroso da cui non si può, e probabilmente non si vuole affrancare.
Oltre a quello del dolore, è il tema dell’infanzia ad essere al centro, anche dopo che i bambini protagonisti sono cresciuti. Ora compaiono nuovi piccoli come Holly, una “cappuccetto rosso” innocente ma immediatamente pronta a scoprire il vero volto di Henry/Vecna e della vita oltre il nido protettivo genitoriale. E tutti sappiamo che l’infanzia è qualcosa che torna periodicamente per chiederci di fare i conti con ciò che abbiamo sotterrato. Forse la serie ci ossessiona proprio per questo, perché mostra che il passato non è una casa confortevole in cui tornare, ma un labirinto in cui è necessario imparare a muoversi, un bosco da attraversare in cui potrebbero nascondersi dei mostri.
E così, mentre i nuovi episodi ci riportano nella Hawkins normale e in quella del Sottosopra, capiamo che non stiamo semplicemente assistendo alla prosecuzione di una storia; stiamo entrando di nuovo in quel tunnel sotterraneo che attraversa la memoria, la paura e l’immaginazione. Un luogo colmo di insidie, certo, ma dove potenzialmente può succedere di tutto: si può ancora crescere, cambiare, salvarsi. Ma nel frattempo ci fa paura, perché al momento non abbiamo alcuna idea di come andrà a finire.



Bell’articolo, apprezzato anche da chi non ha l’età per il sottosopra 😉❣️
Complimenti,come sempre ricca di considerazioni e di citazioni da cui viene fuori l’evidenza della tua preparazione.Brava !!!