Stranger Things e il ritorno degli anni Ottanta: come la serie ha riattivato l’immaginario pop

È stata l’ultima epoca pre-digitale, forse proprio per questo caratterizzata da un’esplosione di immaginazione nel cinema, nella tv, nella moda e nella pop culture in generale. Gli anni Ottanta non sono mai stati così presenti nel nostro immaginario come oggi. Il merito, forse è superfluo specificarlo, è di “Stranger Things” che, in questi dieci anni, ha generato una sorta di riattivazione culturale. Citazioni, omaggi, rivisitazioni, riferimenti culturali che hanno saputo solleticare il sentimento comune, tra nostalgia e scoperta, costruendo un ponte tra l’immaginario anni Ottanta e una generazione che non li ha vissuti, ma li sente come propri. La serie tv si è da poco conclusa con un lungo, e discusso, episodio finale, ma l’eredità pop è ancora tra noi e non sembra destinata a spegnersi a breve.

Nelle pieghe dei meravigliosi anni Ottanta

Holly Wheeler, sorella minore dei protagonisti della serie Nancy e Mike, è seduta nel corridoio della scuola, in attesa che la madre parli con la preside, perché parla apparentemente da sola sostenendo di vedere un certo “Signor Cosè”. In quel momento, la bambina tiene aperta sulle gambe una copia di “Nelle pieghe del tempo”, un romanzo di Madeleine L’Engle uscito nel 1963. Il libro racconta la storia di Meg Murry, una ragazzina intelligente ma insicura, che vive il proprio sentirsi “fuori posto” come una colpa. Suo padre, scienziato, è scomparso durante un esperimento legato allo spazio-tempo. Quando Meg scopre che l’uomo non è morto, ma intrappolato in un’altra dimensione, intraprende un viaggio insieme al fratellino e a un amico attraverso il tesseract, una “piega nel tempo” che permette di attraversare l’universo accorciando le distanze tra i mondi.

I ragazzi si muovono così tra pianeti dominati da forze oscure, la più minacciosa delle quali è una presenza disincarnata e oppressiva che annulla il libero pensiero e impone uniformità. Se vi suona familiare è perché molti dei temi del romanzo – l’amicizia, la rottura dello spazio e del tempo, le dimensioni altre, il viaggio alla scoperta di sé attraverso l’altro, un male oscuro che gli adulti non comprendono etc. – sono stati la principale ispirazione dei Duffer Brothers, creatori e registi di “Stranger Things”. Ai due fratelli geniali va il merito di aver saputo riscrivere la visione dell’autrice calandola in un magma incandescente di citazioni culturali degli eighties.

«La nostalgia che attiva ‘Stranger Things’ – spiega ad “Artuu” Massimo Benedetti, consulente in comunicazione e co-founder insieme a Francesco Gavatorta del progetto “Humanist” – non è solo legata al ricordo diretto degli anni Ottanta, ma a qualcosa di più profondo: la semplicità. È una parola chiave che ritorna spesso quando si parla di quel decennio. Questa idea si riflette anche nell’estetica della serie: colori netti, forme riconoscibili. Ma soprattutto nella struttura narrativa: il conflitto tra bene e male è immediato, comprensibile in pochi secondi. Ci sono sfumature, certo, ma il cuore del racconto resta chiaro: un gruppo di ragazzi che deve affrontare una minaccia. In un’epoca di sovrainformazione e complessità costante, questa semplificazione risponde a un bisogno molto contemporaneo».

L’incantesimo del grande schermo

In molti hanno visto in “Stranger Things” una colossale e appassionata dichiarazione d’amore nei confronti del cinema anni Ottanta, capace di andare oltre il semplice citazionismo. Una vera e propria educazione sentimentale per immagini, che affonda le radici nel cinema di Spielberg, Carpenter, Dante e Cronenberg. L’America suburbana, apparentemente ordinaria, diventa il teatro dell’irruzione dell’ignoto, dove l’avventura preadolescenziale si mescola all’orrore. L’infanzia è chiamata a confrontarsi con un male che gli adulti non riescono a nominare. È lo stesso immaginario che attraversava film come “E.T.”, “I Goonies”, “La Cosa” o “Poltergeist”, in cui il meraviglioso e il perturbante convivevano senza soluzione di continuità. Un’eredità cinematografica riconoscibile non solo nelle scelte narrative e visive, ma anche nella costruzione dell’identità grafica della serie. Il font del titolo di “Stranger Things” richiama esplicitamente le copertine dei romanzi di Stephen King pubblicati negli anni Ottanta e i poster dei film horror dell’epoca, quando il lettering era parte integrante dell’esperienza visiva e contribuiva a evocare inquietudine prima ancora che la storia iniziasse. Il capolavoro pop della serie tv è stato in un certo senso compiuto quando, rivedendo questi film, ci sembra che non siano passati decenni. E la scelta di far travestire i giovani protagonisti ad Halloween con i costumi da “Ghostbusters” racconta l’imbarazzo e la passione dell’adolescenza: amare qualcosa fino in fondo, anche quando non è “cool”, è uno dei messaggi più potenti della serie e, probabilmente, un indizio autobiografico lasciato dagli autori.Musica: il passato torna a suonare

Il caso di “Running Up That Hill” di Kate Bush è forse l’esempio più evidente di come “Stranger Things” abbia saputo riattivare il passato trasformandolo in linguaggio contemporaneo. Pubblicata nel 1985, la canzone riemerge improvvisamente al centro dell’immaginario globale, raggiungendo nuove generazioni di ascoltatori che non l’avevano mai incontrata nel suo contesto originario. Nella sua “nuova” funzione, il brano di Kate Bush assume un nuovo significato: è parte della narrazione come strumento di salvezza e traduzione sonora di un trauma. Nella scena in cui Max tenta di sfuggire a Vecna, infatti, la musica è il più potente atto di resistenza.

Il testo di Kate Bush, con il suo desiderio impossibile di scambio di prospettiva — “if I only could, I’d make a deal with God” — parla di empatia e bisogno di essere visti: temi che risuonano con forza nel presente tanto quanto negli anni Ottanta. È proprio questa universalità emotiva a spiegare perché la canzone, a quasi quarant’anni dalla sua uscita, riesca ancora a colpire con tale intensità. Accanto a Kate Bush, “Stranger Things” ha riportato in primo piano l’eredità della new wave e del post-punk, da The Cure a Joy Division, fino ai Talking Heads. Si tratta di una musica che negli anni Ottanta ha dato voce a un disagio sottile, introspettivo, spesso in contrasto con l’ottimismo patinato del decennio. Oggi, quella stessa malinconia torna a essere una colonna sonora credibile per raccontare una generazione alle prese con ansia, perdita e ricerca di identità. In questo senso, “Stranger Things” rimette quel contesto musicale nel suo spazio di dialogo e domanda.Giochi da tavolo, arcade e Dungeons & Dragons: mitologia e immaginazione

In “Stranger Things”, prima che diventasse il mostro del Sottosopra, Vecna era solo un personaggio di Dungeons & Dragons, il gioco preferito dal gruppo di amici della immaginaria città di Hawkins, Indiana. Fin dal primo episodio, la serie costruisce la sua mitologia anche attorno ai giochi da tavolo. La scena iniziale del primo episodio, con i ragazzi alle prese con l’ennesima partita di D&D, ha avuto ripercussioni anche nel marketing. Nel 2019, la società Wizards of the Coast ha promosso una campagna ufficiale di Dungeons & Dragons ispirata proprio a “Stranger Things”, trasformando il gioco da tavolo in un ponte tra cultura pop e intrattenimento condiviso. In questo senso, il merito della serie è quello di celebrare i giochi da tavolo come veri e propri spazi di socialità e immaginazione, in grado di insegnare a un’intera generazione a confrontarsi con l’ignoto e a trovare sicurezza nell’amicizia e nella creatività. Ma la serie non si limita ai tavoli di gioco. Le sale giochi, con i cabinati di “Dig Dug”, “Ms. Pac-Man” e “Dragon’s Lair”, rappresentano un’estensione fisica dello stesso immaginario: spazi in cui i ragazzi possono misurarsi, confrontarsi e affermare la propria abilità, prima ancora che il mondo adulto intervenga.Piccole grandi meraviglie pop: dettagli e nostalgia

Se “Stranger Things” ci ha insegnato qualcosa, è che il fascino degli anni ’80 risiede ancora in tanti piccoli dettagli pop che abbiamo amato ricordare: le biciclette, i walkie-talkie appesi al manubrio, le gonne di pizzo abbinate a magliette grafiche, gli elastici colorati che tenevano insieme code di cavallo imperfette e trucco dai colori accesi. Era un decennio in cui il centro commerciale era il cuore pulsante della socialità, dove pattini a rotelle, poster di film e le note di “The NeverEnding Story” diventavano piccoli rituali condivisi. Rivedere tutto questo attraverso gli occhi di Eleven, Will, Mike, Max e Dustin si è trasformato in un invito, per chi lo ha vissuto, a ricordare, e per chi non c’era a conoscere, attraverso un riassunto intenso e affettuoso, un’epoca che, nonostante tutto, continua a raccontarci qualcosa. «La cultura pop degli anni ’80 funzionava proprio così: tutto era riconoscibile, immediato, democratico. In questo senso cinema, musica e arte in generale in quel periodo hanno avuto un ruolo fondamentale. Hanno tolto all’elemento culturale e alla narrazione quell’obbligo di dover cercare sempre significati profondissimi, restituendo invece immagini e storie più accessibili a tutti. ‘Stranger Things’ recupera esattamente questo approccio e lo rende di nuovo efficace oggi», conclude Benedetti.

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Valentina Monarco
Valentina Monarco
Nata a Napoli, laureata in scienze politiche, giornalista professionista dal 2009. Ha iniziato come ufficio stampa e addetto alla comunicazione per enti e istituzioni del territorio, collaborando con diverse testate nazionali e locali. Oggi è impegnata nella valorizzazione e nella promozione di iniziative che uniscono storia, territorio e sperimentazione, e collabora con diverse realtà, locali e nazionali, come giornalista freelance, esplorando nuovi racconti e progetti culturali.

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