In una società in continua trasformazione, nella quale la tecnologia regola e determina relazioni e dinamiche sociali, i processi diventano sempre più media e messaggi delle opere. Questa è la riflessione al centro di Strange Rules, prima esposizione in Italia sulla Protocol Art, a cura dell’artista e ricercatore tecnologico Mat Dryhurst, della musicista elettronica Holly Herndon, da Hans Ulrich Obrist con Adriana Rispoli. La mostra a Palazzo Diedo, nuovo spazio espositivo di Berggruen Arts & Culture aperto nel 2024, si propone come luogo di indagine sulla convergenza di discipline scientifiche e umanistiche.
Le opere espongono i sistemi tecnologici nel loro farsi. La processualità è un elemento fondamentale della mostra, così come il rapporto tra l’opera e chi visita la mostra: a tratti spettatore e a tratti attivatore. Allo stesso modo, lo spazio architettonico diventa un laboratorio, attivato o da attivare attraverso la presenza umana e delle installazioni.
Strange Rules si sviluppa su tre piani e vede il piano terra progettato con lo studio di architettura sub, dove al centro si trova Attention Guild (2026) di Mat Dryhurst e Holly Herndon. Una prosecuzione concettuale del parlamento, in quanto luogo simbolico di discussione e dialogo che ospiterà per tutta la durata della mostra interventi come lecture, performance e proiezioni. Tutte le conversazioni che avvengono nello spazio vengono registrate in forma anonima e contestualizzate per gli agenti – programmi software –. Così l’installazione diventa un luogo di scambio, nel quale l’ambiente e i soggetti ricevono e contribuiscono nello stesso momento, ponendosi al contempo come fruitori e attivatori.
Accanto ad Attention Guild trovano spazio le ricerche del biologo Michael Levin sulle planarie (Double-Headed Planaria), i Picbreeder (2008-2020) di Ken Stanley e l’installazione di Joshua Citarella e New Models, Online Marketplace of Ideas (2026). Nella selezione di opere emerge un’interdisciplinarità ma soprattutto un senso di collettività nello scambio reciproco e nell’interdipendenza tra esseri umani e macchine. Infatti, al passaggio di ogni visitatore un’opera e un intero programma si trasformano arricchendosi e migliorandosi; allo stesso modo le immagini di Ken Stanley sono frutto della medesima dinamica di generazione e rigenerazione esemplificata anche dai microorganismi di Michael Levin.

La mostra prosegue con un primo piano che ospita una serie di installazioni dedicate alla molteplicità di temi e sviluppi all’interno della Protocol Art. Tra queste si trovano i Plantoid di Primavera De Filippi, evoluzioni tecnologiche del concetto di pianta e Voyager di Trevor Paglen, un viaggio dentro la propria mente creato specificatamente per lo spettatore dall’IA. Da un lato, allora, la tecnologia è in grado di aprire a nuovi indirizzi, a evoluzioni di concetti già esistenti in natura o a nuovi inquietanti sviluppi relativi a problematiche centenarie come nel caso di Waterfalls di Lawrence Abu Hamdan. Qui l’artista propone questione etica urgente sull’uso, da parte di compagnie telefoniche, dell’Intelligenza Artificiale per sopprimere gli accenti dei lavoratori del Sud Globale in tempo reale.
Sempre al primo piano, The Diambulist Humself di Philippe Parreno, nuovo ingresso nella collezione permanente di Berggruen Arts & Culture; mentre il secondo piano ospita una selezione di video relativi al rapporto tra arte e tecnologia.
Le opere presentano processi e risultati, mettendo in mostra dinamiche tecnologiche latenti ma fondamentali all’interno della società contemporanea. Il soggetto dell’esposizione, però, non sono quelle strane regole sottostanti, bensì l’arte e il ruolo dell’artista. Vero è che soggetto e modalità coincidono, ma la riflessione proposta da Strange Rules rende palesi delle dinamiche sottese, mostrandole al pubblico attraverso opere d’arte create da artisti ma anche da ricercatori e dalla tecnologia. Diventa opportuno, in un contesto come quello dell’esposizione, domandarsi chi sia l’artista. Non solo delle opere esposte ma nella società in senso lato. Chi è e cosa fa un artista?
Per quanto questi siano quesiti estetici di lunga data – sia quelli riguardanti la creazione dell’opera, sia quelli riguardanti il ruolo dell’artista – Strange Rules riesce a proporsi come un compendio, come un primo punto di arrivo, un primo resoconto. Proponendosi come “prima esposizione in Italia sul tema della Protocol Art”, la mostra lancia (e si lancia in) una sfida, nel tentativo di dare un nome e definire una pratica e una direttrice emergente all’interno del sistema artistico contemporaneo. Così come nei temi, anche nelle modalità, la Protocol Art supera quei limiti convenzionalmente affidati alla pratica artistica tradizionale, proponendosi come erede concettuale di un’arte partecipativa che trova questa possibilità collaborativa grazie alla tecnologia. Trascendendo confini e limiti artistici, allora, il discorso non riguarda più solo l’artista bensì una maggiore consapevolezza dell’essere umano di fronte a una macchina sempre più creatrice.


