In occasione dei Giochi Olimpici Milano-Cortina 2026, la Fabbrica del Vapore presenta fino al 13 aprile 2026 la mostra fotografica di Stefano Zardini, progetto che si inserisce nel programma dell’Olimpiade Culturale come riflessione strutturata sul rapporto tra montagna, memoria e contemporaneità. Coprodotta con la Provincia Autonoma di Bolzano e patrocinata dal Comune di Cortina d’Ampezzo, con la curatela di Margherita Palli, Thina Adams e Valentina Vidali, l’esposizione riunisce per la prima volta a Milano l’intera trilogia composta da The Pioneers’ Passion, Snowland e Tracce – Lasciare che l’occhio squarti il paesaggio, delineando un percorso compatto e coerente nella ricerca dell’autore ampezzano.
Il progetto, già presentato a Cortina e al Lumen – Museum of Mountain Photography, trova negli spazi postindustriali milanesi una dimensione che accentua il dialogo tra altitudine e pianura, tra cultura alpina e piattaforma urbana internazionale. Zardini non costruisce un racconto descrittivo della montagna, ma un sistema visivo che interroga la sua trasformazione simbolica nel tempo. La sua fotografia si muove tra archivio e intervento, tra documento e manipolazione consapevole, con un linguaggio che mantiene rigore formale e chiarezza concettuale.
The Pioneers’ Passion – La pasciun di pioniers nasce dal vasto archivio fotografico di famiglia, composto da immagini d’inizio Novecento dedicate ai primi sciatori, alle discese in bob, al pattinaggio e alle ascensioni sulle cime dolomitiche. Zardini interviene su questi materiali con cromie e segni grafici di matrice pop, trasformando la fotografia storica in superficie attiva. Il gesto non altera il valore documentario, ma lo riattiva, rendendo evidente la modernità implicita di quei pionieri che hanno trasformato la montagna in laboratorio sportivo e culturale. Nel contesto dell’attuale stagione olimpica, e nel ricordo delle Olimpiadi invernali di Cortina 1956, la serie assume un significato ulteriore: non celebrazione nostalgica, ma analisi di una genealogia visiva che ha contribuito a definire l’identità alpina contemporanea.
Con Snowland, la prospettiva si fa più critica. Le Dolomiti, patrimonio UNESCO, vengono osservate come spazio attraversato da tensioni tra conservazione e spettacolarizzazione. L’autore utilizza un registro visivo preciso, talvolta provocatorio, per mettere in discussione la trasformazione della montagna in dispositivo turistico. Le cime diventano scenografia, i pendii si configurano come fun-park, mentre la presenza umana ridefinisce continuamente il paesaggio. La domanda implicita – se sia la montagna a cambiare o lo sguardo che la consuma – attraversa l’intero progetto. Zardini non fornisce risposte univoche, ma costruisce immagini che espongono la complessità del rapporto tra natura, economia e rappresentazione.
Il capitolo più essenziale è Tracce – Lasciare che l’occhio squarti il paesaggio. Qui la neve è superficie e struttura, elemento fragile e al tempo stesso generativo. Le traiettorie lasciate dagli sciatori incidono il bianco come segni grafici, componendo trame in continua trasformazione. La fotografia interviene nel momento in cui il disegno effimero si organizza in forma. Non c’è enfasi sull’eroismo del gesto sportivo, ma attenzione alla scrittura collettiva che si deposita sul territorio. Il paesaggio non è sfondo, ma campo attivo di relazione.
L’allestimento, curato da Margherita Palli con Alessandro Pedretti e realizzato con il coinvolgimento delle studentesse del Triennio in Scenografia di NABA, valorizza la dimensione installativa senza sovraccaricare la lettura delle opere. La selezione di fotografie d’epoca delle Olimpiadi del 1956 provenienti dall’archivio Zardini rafforza la continuità tra memoria privata e storia pubblica, inserendo la ricerca individuale in una cornice collettiva.
“A Visionary at Altitude – N vijionar sö alalt”, titolo che richiama la lingua ladina alla quale l’autore appartiene, definisce con chiarezza la postura di Zardini: uno sguardo che osserva dall’alto ma non si distacca, che analizza senza retorica e restituisce alla montagna la sua complessità culturale. In un momento in cui l’attenzione internazionale converge su Milano e Cortina, la mostra propone una riflessione strutturata sullo spirito olimpico inteso non come evento spettacolare, ma come processo storico e visivo capace di trasformare territori e comunità.


