Stazione dell’Arte “Chiaia”, la metropolitana di Napoli fa viaggiare il mito nel salotto buono della città

L’attesa è terminata. “Chiaia” ha aperto: Napoli ha una nuova straordinaria Stazione dell’Arte, con la fermata nel “salotto buono” cittadino della linea 6 della metropolitana, che collega la Mostra d’Oltremare a piazza Municipio. Anche questa stazione diventa parte integrante di un vero e proprio museo diffuso, alternando installazioni mastodontiche a pitture figurative, con un frequente richiamo all’acqua, tanto cara alla città di Partenope.

È un gioiello di architettura, arte e cinematografia progettato dal professore Uberto Siola, storico preside del dipartimento di Architettura dell’Università Federico II di Napoli, e impreziosito dei lavori del regista nonché artista Peter Greenaway, stella della cultura britannica.

L’opera ha un fascino speciale. Sarà per la capacità visionaria delle due grandi firme che l’hanno realizzata. Sarà perché sboccia nel cuore della città, nella via Chiaia, ovvero “playa”, la strada che porta alla spiaggia, ma che è oggi via dello shopping. È la metro più vicina a un altro simbolo di Napoli, piazza del Plebiscito, ma anche al Teatro San Carlo.

Oltre che da via Chiaia, l’altro accesso, quello “monumentale”, è in piazza Santa Maria degli Angeli, ai piedi della mitica collina di Pizzofalcone, dove i Cumani fondarono Partenope. Ad accogliere i viaggiatori qui vi è una grande statua metallica raffigurante Giove, dipinta di azzurro, con ventiquattro braccia protese verso il cielo. Custodisce e sorveglia dall’alto l’intera struttura e da buon padrone di casa stringe un patto di lealtà con i suoi ospiti.

La scesa, una vorticosa “descensio ad inferos”, inizia lungo una sontuosa scala bianca dall’andamento elicoidale che sul parapetto esterno della rampa riporta la citazione da Ovidio “Est in aqua dulci non invidiosa voluptas”. È un verso dalle “Epistulae ex Ponto”, in cui il poeta romano evoca il regno di Nettuno, e lo fa mettendo al centro la “voluptas”, il piacere. Intanto, dalla cupola di vetro, la luce si irradia fin giù, alla base del cratere, concepito come una grossa sala espositiva, dove ai lati gli osservatori privilegiati sono i calchi di statue classiche, che ben riproducono i capolavori della Collezione Farnese conservati al Mann, il Museo Archeologico Nazionale di Napoli.

Nei piani inferiori Greenaway accompagna i coraggiosi viaggiatori con un auspicio di fertilità e abbondanza. Sei melograni in sequenza, come frame cinematografici, scandiscono infatti la parete, prima dell’ultima scala verso il regno di Ade. È il dono di Afrodite, un promemoria al tener vive le passioni, un riferimento ancora al piacere, che è fuoco dell’esistenza. Da qui si giunge alla banchina, rosso fuoco. Il cammino mitico si è concluso. Trecento occhi dipinti controllano i treni e i loro viandanti. 

Chiaia, stazione metropolitana di un’arte metropolitana, stupisce, affascina e dà virtù alla lungimirante idea nata nel 1995 dall’allora sindaco Antonio Bassolino con il coordinamento di Achille Bonito Oliva e la collaborazione dei grandi nomi dell’architettura e dell’arte contemporanea mondiale. Il progetto innovativo di creare dei templi della ricerca visiva nelle viscere della città va avanti. E se la rete dei collegamenti evoca una mobilità sotterranea orizzontale, la stazione di Chiaia è un inno alla città verticale, stratificata.

Il cielo di Napoli attraversa la cupola, illuminando gli abissi, accompagnando con la sua luce il passo di chi si avvia nel regno degli inferi, ma anche facendo da guida per chi esce “a riveder le stelle”. È come se il cielo sopra Napoli si calasse nel vortice della scala ovidiana con un turbine radioso, sotto gli occhi di uno Zeus disarmato, un Giove clemente e inoffensivo, privo delle sue saette. Piove luce dal cielo e si raccoglie nella galleria d’arte, una sorta di cisterna del bianco, dove in un candore abbacinante dèi ed eroi si affacciano come numi tutelari dei viaggiatori. Dalla grande sala del mito si dovrà poi discendere, percorrendo varie rampe di scale, sempre più giù, fino al piano più profondo, quello dedicato a Plutone, signore dell’Averno. E solo qui finirà il viaggio verticale e avrà inizio il tour orizzontale nelle viscere della città.

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Pietro Battarra
Pietro Battarra
Pietro Battarra, giornalista e critico d’arte, collabora con l’azienda italiana WoV Labs promuovendo il Digital Product Passport (DPP) come certificazione digitale su blockchain per gli oggetti di valore della realtà fisica e, nello specifico, nel settore culturale. Nato a Caserta nel 1999, Pietro Battarra vive a Milano dal 2017, dove lavora nel mondo della moda come modello, con molteplici esperienze internazionali, legando la sua immagine ad alcune delle più prestigiose aziende del fashion. È giornalista pubblicista dal 2019 e si è laureato nel 2022 in Scienze della comunicazione all’Università Suor Orsola Benincasa di Napoli con un master in Marketing e Digital Innovation per l’Arte e la Cultura alla 24Ore Business School nel 2023.

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