Mentre Milano è attraversata dalla frenesia del Salone del Mobile, Sogni di Vari Metalli prende posizione altrove: in una piccola chiesa dell’anno Mille, in via Lorenteggio 31, sopravvissuta al tempo e, soprattutto, all’oblio. E’ qualcosa di profondamente dissonante, e per questo necessario, nel trovarsi davanti a una mostra che sceglie di esistere ai margini del rumore.
Uno spazio che non dovrebbe più esserci, e che invece resiste. Più volte minacciata di demolizione, la chiesetta dedicata a San Protaso è rimasta in piedi grazie alla determinazione degli abitanti del quartiere, guidati dalla perseveranza silenziosa di Paola Barsocchi. È da questa storia che bisogna partire, perché qui la materia non è solo quella delle opere, ma anche quella del luogo: stratificazione di memoria, cura e ostinazione.
Dentro questo spazio raccolto si inserisce la mostra collettiva di Nino Alfieri, Betsy (Elizaveta Guseva) e Serena Porrati, con la direzione artistica di Alessio Bruno Pomioli. Il metallo, evocato già nel titolo, Sogni di Vari Metalli, non è mai semplicemente materiale: è pretesto, dispositivo sensibile. Ma è la luce a diventare il vero elemento strutturale dell’esperienza.
Il light design, curato da Gigievents ed Emanuele Alfieri, non si limita a illuminare le opere: le attraversa, le attiva, le trasforma. In un contesto così carico di storia, la luce non è neutra. Entra in dialogo con le pareti antiche, con le imperfezioni, con le ombre profonde della chiesa. Disegna percorsi, suggerisce soste, amplifica dettagli che altrimenti resterebbero invisibili.

È una luce che non invade, ma accompagna. Che non spettacolarizza, ma rivela.
Le opere di Nino Alfieri si muovono proprio su questa soglia instabile tra energia primaria e tecnologia. Metalli, vetro, plexiglass ed elementi elettronici convivono in strutture che sembrano reagire all’ambiente, modificando continuamente la percezione. Ma è ascoltando le sue parole che si entra davvero nel cuore delle opere: “Questi processi diventano anche processi interiori mentre li fai”.
Un’affermazione che restituisce la dimensione quasi alchemica del suo lavoro. Alfieri descrive con precisione tecnica, acidi, sali d’argento, galvanizzazioni, ma ciò che emerge è un’altra cosa: una trasformazione per “simpatia”. “In fisica simpatia significa consonanza: come due chitarre accordate, ne suoni una e l’altra vibra da sola.”
È in questa risonanza che materia e mente si incontrano. Il metallo non è più solo superficie, ma campo sensibile, capace di reagire, di restituire.
In opere come Good Reflection, la luce non è prodotta ma accolta, riflessa, deviata. “Non ci sono lampade dentro,” sottolinea l’artista, “tutto viene da fuori”. Una dichiarazione che si apre anche a una dimensione più immaginifica: “La luce arriva dall’esterno, possiamo prenderla e interiorizzarla”.
Altrove, un raggio “che potrebbe essere un UFO o semplicemente il sole” attraversa una lastra traforata, generando una sorta di galassia riflessa nello spazio. È un gesto minimo, ma carico di suggestione: la materia industriale, “buttata a peso, graffiata”, viene piegata, lavorata, trasformata in un dispositivo cosmico.

Betsy porta invece una dimensione più tattile e organica. La sua ricerca, che attraversa pittura, moda e scultura, trova nella ceramica e nel metallo un punto di equilibrio instabile. Le superfici dialogano tra loro, si scontrano, si fondono. Il risultato è una materia che sembra in trasformazione, come se fosse colta in un momento intermedio, mai completamente fissato.
Serena Porrati lavora invece sulle proprietà fisiche della materia e dell’ambiente. Calore, magnetismo, frequenze luminose diventano strumenti per generare mutazioni percettive. Le sue opere non sono mai statiche: reagiscono, cambiano, si adattano. Anche qui, la luce gioca un ruolo fondamentale, diventando parte integrante del processo.
Ma è proprio nella relazione tra queste tre ricerche e lo spazio che la mostra trova la sua forza. La dimensione raccolta della chiesa impone una selezione rigorosa: poche opere, scelte con precisione, che permettono un’esperienza lenta, quasi meditativa. Non c’è accumulo, non c’è dispersione.
Si entra, e si resta. Fuori, la città corre. Dentro, il tempo sembra sospeso.
E forse è proprio questo il gesto più radicale di Sogni di Vari Metalli: sottrarsi. Non inseguire la spettacolarità diffusa del Fuorisalone, ma costruire un luogo di attenzione. Dove la luce diventa linguaggio, la materia memoria, e lo spazio, salvato dalla demolizione, si trasforma esso stesso in opera.
Una mostra che non alza la voce, ma lascia un segno. Persistente, come tutte le forme di resistenza autentica.



