Per alcuni giorni, durante Art City Bologna, la navata della Basilica di Santa Maria dei Servi è stata attraversata da una presenza che non chiedeva consenso. Shooting at the Red Cross di Marco Mazzarello non si è offerta come opera da ammirare, ma come corpo estraneo, come interruzione visiva e simbolica all’interno di uno spazio costruito per la trascendenza.
Al centro dello spazio era collocato un cofano di ambulanza, capovolto e crivellato di colpi. L’oggetto, sottratto alla sua funzione, diventava una superficie di trauma. La scritta “AMBULANZA”, pensata per essere letta nello specchietto retrovisore, appariva rovesciata, come un linguaggio che non riesce più a orientare. Non indicava più soccorso, ma spaesamento. Ciò che dovrebbe proteggere era lì esposto come un corpo vulnerabile.
Il titolo — Shooting at the Red Cross — , come suggerisce il curatore Tommaso Venco, rimanda a un’espressione proverbiale che indica l’atto di colpire chi è già indifeso. Mazzarello non ne offre una semplice traduzione visiva, ma ne estremizza il significato: l’ambulanza diventa un’icona ferita, un segno che porta su di sé la contraddizione tra potere e impotenza, tra funzione e fallimento. Non c’è denuncia didascalica, ma una costruzione simbolica che obbliga lo spettatore a misurarsi con l’idea che anche i dispositivi di salvezza possono essere attraversati dalla violenza.
La scelta di collocare l’opera in una basilica non produce un facile effetto di contrasto, ma genera una risonanza più sottile. In uno spazio storicamente dedicato al corpo sofferente, al sacrificio, alla redenzione, il cofano colpito assumeva una qualità quasi liturgica: un altare laico della vulnerabilità. La materia industriale, segnata dai proiettili, dialogava con la pietra e con l’aria rarefatta della navata, rendendo percepibile una continuità tra la sofferenza antica e quella contemporanea.
L’opera non raccontava una storia e non offriva un percorso interpretativo chiuso. Agiva piuttosto come un campo di tensione, in cui ironia e brutalità, freddezza concettuale ed empatia viscerale convivevano. Il pubblico non era invitato a “capire”, ma a sostare dentro una contraddizione: quella di un mondo che proclama la tutela mentre ne erode continuamente i presupposti.
Già presentata in altri contesti, tra cui un’ex chiesa a Piacenza, Shooting at the Red Cross ha trovato a Bologna una formulazione particolarmente incisiva. La monumentalità dello spazio sacro non ha addomesticato l’opera, ma ne ha amplificato l’ambiguità: ciò che è intoccabile si rivelava esposto, ciò che è protettivo appariva fragile.
In questo senso, il lavoro di Mazzarello non si è imposto come immagine spettacolare, ma come dispositivo critico. Per la durata della mostra, la basilica è diventata un luogo di attrito tra simboli, un territorio in cui la protezione, la violenza e il loro sottile confine sono stati resi visibili. E il cofano rovesciato, più che un oggetto, ha agito come una domanda lasciata aperta nello spazio.


