Shirin Neshat è fotografa, regista di video, di cinema e di opera lirica, ma direi soprattutto “donna universale” che dedica la propria arte alla libertà, non solo d’espressione, bensì quella del diritto di poter vivere. Iraniana di nascita, si trasferisce negli Stati Uniti prima per studiare nel 1974 e vi rimane a causa della Rivoluzione islamica del 1979, che destituisce la monarchia, istituendo una teocrazia che impone il Corano e la chiusura verso l’Occidente. L’artista è divenuta nota negli anni Novanta con il ciclo di fotografie “Woman of Hallah”, nel quale, lei e alcune donne velate con lo chador, sono ricoperte di scritte in lingua farsi nelle uniche parti del corpo ancora visibile. Il corpo negato della donna, la sua libertà, il suo ruolo messo in relazione con la religione islamica: sono argomenti suoi quali Shirin Neshat riflette per indagare i rapporti di genere, il femminismo, le strutture sociali e anche la sua posizione di esiliata volontaria. Un’analisi artistica “umana”, sociale e anche politica sulle certezze culturali ed intellettuali, spesso erronee, non solo del mondo orientale ma anche di quello occidentale. Una nutrita serie delle sue opere più iconiche, tra video e fotografie, sono oggi presenti nell’ampia mostra che le dedica il Pac di Milano, Shirin Neshat, BODY OF EVIDENCE, a cura di Diego Sileo e Beatrice Benedetti, aperta fino all’8 giugno 2025.
In questa intervista esclusiva, l’artista ci parla della sua formazione, dell’Iran, del ruolo della donna, dell’arte e della poesia.

Inizierei questa nostra conversazione chiedendoti quando hai capito di voler dedicare la tua vita alla ricerca artistica?
Ancora oggi è un mistero per me perché sono diventata un’artista. Sono cresciuta in una piccola città conservatrice e religiosa in Iran, dove non avevo alcun tipo di contatto con l’arte: non avevo mai sfogliato un libro d’arte, né messo piede in un museo o in una galleria. Eppure sapevo soltanto che volevo diventare un’artista. Ma più tardi, quando arrivai negli Stati Uniti e iniziai a studiare arte all’Università della California a Berkeley, mi resi conto che la mia motivazione era troppo romantica: non avevo assolutamente nulla da dire come giovane donna. A mio parere, quegli anni all’università furono un totale fallimento e una perdita di tempo.
Vivi ormai dal molti anni negli Stati Uniti, inizialmente per seguire gli studi artistici e poi sei rimasta volutamente in esilio a causa del regime di Khomeini e degli ayatollah, i quali hanno convertito l’Iran in un governo possiamo dire totalitario estromettendo qualsiasi influenza, attinenza con il mondo occidentale. Ti chiedo quindi tu come vivi questa tua dualità, lontana dalla tua terra, fisicamente in Occidente, ma con il cuore, l’anima ancora in Oriente?
Mi sono trasferita a New York all’inizio dei miei vent’anni e iniziai a lavorare in un’organizzazione no-profit dedicata all’arte e all’architettura, mi si aprì un mondo: scoprii la storia dell’arte e conobbi molti artisti contemporanei straordinari, alcuni persino leggendari. Quelli furono i miei veri anni di formazione artistica. Tuttavia, non avevo ancora trovato uno scopo per fare arte, finché non tornai finalmente nel mio paese, l’Iran, dopo undici anni di assenza, nel 1990. Fu allora che trovai un argomento che mi appassionava profondamente: comprendere la rivoluzione iraniana e il ruolo delle donne in quella grande trasformazione politica. Da quel momento, tornata a New York, iniziai a sviluppare un mio linguaggio visivo personale e tutto ebbe inizio.

Vivendo quindi da molti in anni negli Stati Uniti immagino che la cultura occidentale influisca sulla tua ricerca e di conseguenza sulla tua rappresentazione? Se è così ci spieghi in che modo avviene?
Assolutamente sì, dico sempre che sono più newyorkese che iraniana. Vivo qui da più tempo che nel mio paese d’origine. New York non solo mi ha ispirata, ma mi ha dato l’educazione artistica che mi era mancata a scuola. E anche se in superficie il mio lavoro sembra appartenere all’Iran o alla cultura islamica, in realtà sono un’artista concettuale, e le mie idee sono profondamente radicate nella storia dell’arte occidentale.
In Occidente attualmente si parla molto di patriarcato. Tu cosa pensi di questo argomento, anche in riferimento al tuo paese di origine?
Dipende da come lo si guarda e da dove si proviene. Sono nata in un paese dove le donne sono state costantemente considerate cittadine di seconda classe, eppure, ironicamente, sono state loro le guerriere, generazione dopo generazione. Nessun uomo ha resistito, si è ribellato e ha combattuto il regime islamico più delle donne iraniane. Perciò credo che ciò che appare in superficie sia totalmente contrario alla realtà: sono le donne ad essere le più forti in Iran e a infrangere ogni regola, non gli uomini.

Il corpo porta con sé inevitabilmente esperienze, ricordi sia positivi che negativi, che potremmo definire una sorta di memoria fisica: per quanto ti riguarda nel tuo corpo quali prevalgono?
Non sono sicura di come rispondere a questa domanda, se non dicendo che ovviamente il corpo ha un suo percorso nel tempo, invecchia, è soggetto a gioia, bellezza, dolore, a volte abusi e malattia, quindi naturalmente porta con sé un’enorme quantità di ricordi nel suo passaggio attraverso il tempo.

Nelle fotografie “Women of Allah”, serie che ti ha dato notorietà internazionale, spesso la protagonista sei tu vestita con lo chador e sulle uniche parti di corpo scoperto hai scritto in lingua farsi brani di poetesse iraniane. La calligrafia è una delle forme d’arte più antiche e celebrate nella cultura islamica e persiana. Applicandola al corpo, intendi celebrarla, criticarla o metterla in discussione?
La celebro. Spero di attirare l’attenzione su come, storicamente, la letteratura abbia avuto un ruolo fondamentale nella cultura iraniana, dall’antichità fino ai tempi moderni e contemporanei. Avendo vissuto sotto anni di dittatura, la letteratura è stata il principale mezzo con cui gli iraniani sono riusciti ad esprimersi, a sopravvivere, a trascendere la censura e la mancanza di libertà di espressione.

Eri già stata a Milano?
Certo, molte volte, e adoro questa città.
Quali luoghi di questa città ti hanno colpita di più?
Non conosco bene la città, ma ricordo quanto fu straordinario fare una mostra a Palazzo Reale molti anni fa. E ora, al PAC, mi piace molto il quartiere, l’ambiente e in particolare il parco dall’altra parte della strada, dove ho passato molto tempo da sola a camminare.
Grazie Shirin Neshat: che l’arte sia sempre con te!


