Dal volto di André the Giant ai saloni di una banca, la parabola di OBEY misura la forza popolare dell’arte urbana. Ma il successo delle Gallerie d’Italia non si è fermato alle sale: a Napoli la mostra è diventata anche murale, progetto educativo e immagine pubblica.
Oltre 150 mila visitatori in poco più di quattro mesi. È il bilancio con cui si è chiusa il 13 settembre alle Gallerie d’Italia – Napoli OBEY: Power to the Peaceful, la mostra dedicata a Shepard Fairey e curata da Giuseppe Pizzuto. Aperta il 6 maggio e prorogata di una settimana dopo la consegna all’artista della Medaglia della Città, l’esposizione ha registrato, calcolando i 131 giorni di calendario, una media superiore alle mille presenze quotidiane. Un risultato che colloca Fairey nel territorio delle mostre-evento e conferma quanto la street art sia ormai capace di mobilitare un pubblico molto più ampio di quello tradizionale dell’arte contemporanea.
Il dato, però, racconta soltanto una parte della storia. Fairey è nato artisticamente alla fine degli anni Ottanta nella cultura skate e nella grafica underground, facendo circolare clandestinamente l’immagine di André the Giant accompagnata dalla parola “OBEY”. Nel 2008 il poster HOPE per Barack Obama lo ha trasformato in un autore riconoscibile su scala globale; l’opera originale è entrata nella collezione della National Portrait Gallery dello Smithsonian. A Napoli questa traiettoria — dalla strada all’istituzione, dalla riproduzione virale alla collezione museale — è diventata particolarmente evidente.

La mostra, realizzata dalle Gallerie d’Italia di Intesa Sanpaolo con il patrocinio del Comune e in collaborazione con Wunderkammern Gallery, riuniva oltre 150 lavori tra opere iconiche, pezzi unici, tirature limitate, inediti e materiali d’archivio. I nuclei dedicati a potere delle comunità, propaganda, guerra e pace e giustizia sociale mostravano il metodo di Fairey: appropriarsi dei codici visivi con cui il potere costruisce consenso e rovesciarli in messaggi immediati. Costruttivismo, grafica politica, punk e pubblicità convivono in immagini concepite per essere comprese in pochi secondi e ricordate a lungo.
Tra i fattori da esaminare ci sono l’accessibilità visiva del lavoro di Fairey e un modello museale che ha moltiplicato le porte d’ingresso: biglietto intero a otto euro, gratuità per scuole e under 26, visite guidate, incontri e appuntamenti che hanno affiancato arte e socialità. Non basta, tuttavia, il numero finale per capire l’impatto culturale dell’operazione. Sarebbe utile conoscere quanti dei 150 mila visitatori siano entrati per la prima volta alle Gallerie d’Italia, quanti fossero giovani o residenti e quante visite siano state gratuite. La folla misura l’attrazione; non ancora la qualità della relazione costruita con il pubblico.
Il progetto ha inoltre superato i confini del museo. Fairey ha realizzato Peace is Power sulla scalinata monumentale della chiesa di Donnaregina Nuova, coinvolgendo i giovani del Museo Diocesano Diffuso, e un grande murale in via Carlo Miranda, a Ponticelli. La mostra si è così trasformata in un sistema diffuso: esposizione, educazione, spazio pubblico e riconoscimento civico. Il 3 settembre il Comune gli ha consegnato la Medaglia della Città, mentre la proroga ha aggiunto altri sette giorni al calendario.

Resta una tensione produttiva, impossibile da ignorare. Un artista formatosi occupando superfici senza autorizzazione viene celebrato nel museo di un grande gruppo bancario; un linguaggio nato come interferenza nella comunicazione commerciale diventa catalogo, mostra e marchio globale. Ma liquidare questa trasformazione come semplice normalizzazione sarebbe troppo facile. Fairey ha sempre praticato una strategia “dentro e fuori” il sistema, usando poster, abiti, copertine, gallerie e muri come parti della stessa macchina comunicativa.
I 150 mila visitatori di Napoli dicono dunque qualcosa che va oltre un successo espositivo. La street art non è più un’ospite eccezionale del museo: è uno dei linguaggi con cui il museo prova a ridefinire il proprio pubblico. La vera verifica comincia ora: capire se quelle persone torneranno anche per altri artisti e se il dialogo avviato a Ponticelli e Donnaregina continuerà dopo lo smontaggio delle opere.



