Se questo è un uomo. A Parma una mostra ci ricorda l’umanità schiacciata dalla barbarie nazifascista

Mai titolo fu più puntuale per una mostra che ricordi, a 80 anni esatti dalla Liberazione dall’orrore del nazifascismo, il senso stesso dell’essere uomini, non ieri, non oggi, non in un giorno preciso della Storia, ma sempre: perché, come riporta la sua ideatrice e curatrice, Chiara Canali, nel bel catalogo che accompagna la mostra (Se questo è un uomo, L’arte ricorda. L’umanità resiste“, Dario Cimorelli editore), sono infatti tutt’ora sempre valide le parole di uno dei grandi scrittori italiani, Primo Levi, tra i protagonisti e tragici testimoni della disumanizzazione sistematica e spaventosa perperatrata dai nazisti con lo sterminio di ebrei, omosessuali, oppositori politici nei campi di concentramento: “Se questo è un uomo è una domanda tuttora valida perché perché l’umanità è minacciata nel suo complesso, dai pericoli ben noti, e anche in ogni singolo, ognuno di noi deve lottare personalmente per mantenersi uomo”.

Il senso di essere “uomo”

Andrea Martinelli, L’uomo che aveva ombre crudeli, 2004, olio su tela, cm 110 x 70. Collezione Fondazione The Bank ETS – Istituto per gli Studi sulla Pittura Contemporanea

Già, cos’è un uomo, nella sua essenza più profonda, al di là della retorica, sacrosanta, delle commemorazioni dei morti – partigiani, soldati, volontari, martiri, intellettuali, operai, studenti, donne uomini “qualsiasi”, ma saldamente decisi a non farsi schiacciare dalla barbarie cui il regime fascista, con il suo corollario di intolleranza, asfissia delle regole democratiche, con le leggi razziali e l’abominio dell’alleanza con Hitler, aveva condannato l’Italia intera, e per questo selvaggiamente trucidati negli anni drammatici e spaventosi della guerra di Liberazione? Ce lo prova a raccontare la curatrice, Chiara Canali, con questa ampia ed esaustiva mostra, inserita all’interno del Festival Parma 360, che riunisce, in sezioni tematiche ben organizzate e attentamente scandite tra autori già storicizzati e contemporanei, quadri, disegni, incisioni, sculture che, nel loro insieme, raccontano ancora oggi, anche a chi quella stagione per fortuna non l’ha vissuta che sui libri di storia, la “difficoltà di vivere” sotto il giogo della dittatura, della guerra, della  negazione sistematica del proprio essere donne e uomini. Perché, avverte giustamente la curatrice, anche oggi “si sta progressivamente indebolendo il concetto di Umanità inteso come esaltazione della dignità e della libertà dell’essere umano”, tra indifferenza alla povertà crescente di un capitalismo globalizzato incurante delle difficoltà di chi ha sempre meno mezzi per sopravvivere dignitosamente, insensibilità verso chi, disperato, attraversa il mare, spesso trovando la morte, alla ricerca di una vita migliore di quella spaventosa vissuta in patria, tolleranza e indifferenza agli abusi, fisici e psicologici, di milioni di donne e di bambini nel mondo, diritti negati, violenze, guerre sempre più cruente e sempre più generalizzate, anche a un passo dalla nostra porta di casa.

Da Bacon a Picasso, il dramma della guerra

Pablo Picasso, Sueño y Mentira de Franco, Parigi, 1937, 2 acqueforti originali all’acquatinta divise in nove scene ciascuna, copia 602 su 890 su vergata di Montval, cm 57,2 x 38.5. Collezioni d’Arte di Fondazione Cariparma – Donazione Corrado Mingardi

Straordinaria, davvero, la mostra, che inzia idealmente con il maestro della grande pittura che ha fatto del ragionamento sull’uomo e sul suo tormento esistenziale il fulcro della sua poetica, Francis Bacon; e che prosegue con i colori, le forme, il tratto tormentato di tanti pittori e scultori dell’immediato dopoguerra, che quelle drammatiche esperienze avevano ancora negli occhi e nel cuore, e ai quali giungeva ancora il tragico monito di Bertolt Brecht, che denunciava come fosse impossibile “parlar d’alberi” (ovvero fare semplice pittura “decorativa” e “bella”) quando “su troppe stragi comporta il silenzio”: disperato invito a testimoniare, con l’arte, il dramma della disumanizzazione portato dalla dittatura e dalla guerra. Ed ecco, allora, le molte forme, altissime, della testimonianza artistica, che è anche monito civile: da Picasso, con le sue incisioni sul Sueño y mentira de Franco, Il sogno e la menzogna di Franco, rivolte agli orrori della guerra di Spagna, in cui persero la vita decine di migliaia di volontari che si battevano contro il regime fascista di Francisco Franco, e dedicate in particolare al dramma degli abitanti di Guernica, bombardata dai nazisti nel 1937; ecco Henry Moore, uno dei più grandi scultori del Novecento, che ha rappresentato il dramma dell’uomo nella sua essenza più profonda. Ecco tutti i grandi pittori e scultori che hanno testimoniato l’umanità ferita e dilaniata dalla guerra, da Renato Guttuso ai pittori del Realismo esistenziale a Ennio Morlotti a Ernesto Treccani a Marino Mazzacurati a Luciano Minguzzi, Mirko Basaldella, Floriano Bodini, Renzo Vespignani, Gianfranco Ferroni.

La vita quotidiana nei campi di concentramento

Aldo Carpi, L’ora del pasto nel blocco, 1945, acquerello su carta, cm 42 x 56. Collezione Aldo Carpi – Museo Monumento al Deportato di Carpi

Capitolo a parte meritano i pittori che, come Primo Levi, vissero in prima persona il dramma della vita nei campi di concentramento, uscendone miracolosamente vivi. L’incredibile e drammatica testimonianza restituita “in presa diretta” da Aldo Carpi, pittore di origine ebraica deportato nel campo di Gusen (uno dei “sottocampi” di Mauthausen), su foglietti di fortuna nascosti nelle cuciture del suo “pigiama a righe”, della vita nel lager, dei volti, dei corpi scheletrici e sfatti dalla fatica e dalla disumanizzazione retta a sistema, degli orrori, delle violenze, della morte, dei soprusi quotidiani, e persino di rari momenti, se non di gioia, di speranza – quei sorrisi, quegli sguardi a tratti ancora umani in mezzo a tanto orrore, che indica la capacità dell’uomo di essere tale, nel resistere all’abominio, anche in mezzo al più cupo degli orrori –, sono lo straordinario lascito di questo pittore che, continuando a coltivare il “semplice” mestiere dell’artista (sua salvezza nell’infamia disumanizzante del lager nazista), riuscì a sopravvivere e a tornare alla vita “normale” del dopoguerra.

Giovanni Iudice, Hecce Homo, 2008, olio su tela, cm 175×180

Il lascito “contemporaneo” di questo lavoro è in quella frase che a volte oggi si ripete, qua e là – “restiamo umani” – di fronte all’orrore quotidiano di chi non vuole vedere la sorte di migliaia di donne, uomini, ragazzi, bambini, che vengono lasciati morire in mare, o violati quotidianamente nei campi libici, perché minacciano la nostra già così traballante “sicurezza” e il nostro sempre più flebile benessere di fortunati cittadini del libero occidente. Ma così non neghiamo le basi stesse da cui quella libertà, quel benessere, quella vita sono scaturiti? A ricordarcelo, il bellissimo, lucido, drammatico, limpido dipinto del bravissimo pittore contemporaneo Giovanni Iudice, intitolato Ecce Homo: no, non è il Cristo, ma forse in qualche modo lo rappresenta. È un uomo, nient’altro che un “migrante”, un povero diavolo appena sbarcato, aiutato dalle mani pietose e rispettose di due nostri carabinieri, che al di là del mare aveva vita, famiglia, affetti, e ora non è che un numero in più, forse destinato solamente a diventare un rifiuto della società, vagante per le strade di città inospitali, destinato a un Cpr o a un “centro per migranti” in Albania, umiliante prigione per chi ha l’unica colpa di aver cercato di scappare all’orrore della guerra o della povertà del suo paese.

Tra storia e contemporaneità

Sergio Padovani, La Gorda, 2020, olio, bitume e resina su tela, cm 40 x 30. Collezione Fondazione The Bank ETS – Istituto per gli Studi sulla Pittura Contemporanea

Sono tante, tantissime le testimonianze e le opere raccolte in questa bellissima mostra. Anche contemporanee: ecco allora, a fare da contraltare a chi, ieri, ha volto lo sguardo all’orrore appena passato, i tanti pittori che hanno raccolto la sfida, continuando a interrogarsi sul senso stesso di essere uomini e donne, oggi. Ecco il volto intenso degli uomini ritratti dal bravissimo Andrea Martinelli, e quelli, altrettanto intensi, di Federico Lombardo. Ecco gli incubi grotteschi e quasi giocosi di Enrico Robusti; ecco gli straordinari, drammatici quadri di Sergio Padovani, novello Bosch, che indaga, con una pittura raffinatissima, gli archetipi del nostro essere uomini tra uomini. Ecco l’intepretazione dantesca-pop di Desiderio Sanzi, con la sua serie Malebolge, in cui il volto di un uomo contemporaneo sembra specchiarsi nel suo contraltare grottesco, un Bart Simpson fattosi uomo. Ecco i bellissimi e drammatici quadri di Davide Serpetti, i corpi in drammatica tensione di Nicola Verlato, gli uomini metamorfizzati ed “esplosi” nel paesaggio di Fulvio Di Piazza, gli infernali contorcimenti esistenziali degli inarrivabili scenari biblici di Agostino Arrivabene, e ancora i volti tormentati di Chiara Calore, quelli frammentati di Alessandro Gianni, quelli, anch’essi tormentati ma soffusi di profonda luce interiore, di Davide Coltro.

Alessandro Papetti, Figura smarrita-notturno, 2011, olio su tela, cm 90 x 100. Collezione Fondazione The Bank ETS – Istituto per gli Studi sulla Pittura Contemporanea

E poi l’uomo, o meglio la donna, persa e solitaria in mezzo al caos della materia, di Alessandro Papetti. Siamo noi, sei tu, è l’altro, l’altra, il nostro vicino, il nostro prossimo: colui o colei che vediamo, che incontriamo, che ancora forse neppure conosciamo, ma che, in quanto appartenente alla nostra specie, l’umanità, partecipa del nostro dolore, del nostro sentire, della nostra stessa capacità di amare, di soffrire, di provare emozioni, sentimenti, gioia, incertezza, tristezza, pietà. Reimpariamo a capirla, ad amarla, a rispettarla. È questa l’unica salvezza.

in copertina: Francis Bacon, Uomo che riflette, 1980, litografia su carta, esemplare XV su XXX, cm 160 x 120. Collezione Barilla di Arte Moderna – Parma

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