Scoperta la Basilica di Vitruvio a Fano: è l’unica opera attribuita all’architetto

La storia dell’archeologia e della ricerca, con gli attuali strumenti a disposizione, viene divisa in un prima e un dopo: prima della scoperta e dopo la scoperta della Basilica di Vitruvio. I libri di storia, e non solo le cronache giornalistiche, storicizzeranno questa giornata e tutto ciò che nei prossimi anni verrà studiato e scritto attorno a questa scoperta eccezionale. Il valore scientifico è di caratura assoluta, gli elementi rinvenuti dimostrano in modo plastico che Fano è stata ed è il cuore della più antica sapienza architettonica della civiltà occidentale, dall’antichità fino a oggi”.

Con queste parole il Ministro della Cultura Giuli ha voluto presentare e omaggiare il frutto degli scavi archeologici di Piazza Andrea Costa a Fano. Parole di un certo peso, che tirano in mezzo la Storia con la S maiuscola, e che, dunque, condivisibili o meno che siano, meritano sicuramente una contestualizzazione e un approfondimento. 

Cos’è stato ritrovato a Fano di così importante da segnare uno spartiacque nella storia dell’archeologia?

Durante gli scavi legati al progetto di riqualificazione della piazza, sono emersi i resti di una basilica, quell’edificio pubblico che in ambito romano, in associazione al foro, costituiva un luogo coperto che oggigiorno definiremmo polivalente, dove si amministrava la giustizia, si discuteva di affari, ci si riuniva in assemblea. Esempi di basiliche ne abbiamo a bizzeffe, solo il Foro Romano – ad esempio – ospita quella Emilia, unica superstite dell’età repubblicana, o quella Giulia, voluta da Cesare; dunque, in sé per sé, l’edificio, senza voler sembrare approssimativi o insensibili, non dovrebbe suscitare eccessivo clamore.

In contesto di scavo, però, la struttura della basilica è facilmente riconoscibile, perché è minuziosamente descritta in quello che è l’unico testo che tratta di architettura come scientia che ci è giunto dal mondo antico, vale a dire il De Architectura libri X, un trattato – appunto – in dieci libri composto alla fine del I secolo a.C. (come data si è soliti indicare il 15 a.C.) da Marco Vitruvio Pollione, un personaggio la cui vita non è minuziosamente nota, ma che sappiamo essere stato collaboratore di Giulio Cesare e, soprattutto, architetto gravitante attorno alla figura di Ottaviano Augusto. Il De Architectura, oltre a essere l’unica informazione diretta e organica in nostro possesso sul modo in cui il mondo greco-romano concepiva e costruiva lo spazio architettonico, è stato fonte di ispirazione per tutta l’architettura dal Rinascimento in avanti: Lorenzo Ghiberti ne fa il fondamento del programma educativo dell’artista, Leon Battista Alberti lo prende a chiaro modello per il trattato di architettura più importante dell’Umanesimo, il De re aedificatoria, Raffaello vi pesca a piene mani, Palladio lo usa per la più significativa ripresa del mondo classico in architettura.

Un testo, dunque, che definire fondamentale per la storia dell’architettura occidentale è forse riduttivo. Ci si aspetterebbe, dunque, che del suo autore, che ricordiamo essere stato architetto del primo princeps, sia rimasta, oltre che una traccia scritta, anche una prova tangibile della sua straordinaria competenza. 

E invece no. Anzi: l’unica opera che Vitruvio si attribuisce, menzionata nel quinto libro del De Architectura, nella trattazione relativa agli edifici pubblici, è proprio la Basilica di Colonia Julia Fanestri, il nome che, al tempo di Ottaviano Augusto, assume l’odierna Fano

Ecco, quindi, che quando gli archeologi impegnati nello scavo hanno cominciato a rinvenire tutti gli elementi propri di una basilica romana, improvvisamente l’ipotesi che quella potesse essere proprio l’unica opera di cui si ha menzione del grande architetto Vitruvio ha cominciato a prendere corpo.

La conferma è poi arrivata grazie al confronto proprio con il testo. L’edificio, caratterizzato da un colonnato perimetrale di quattro colonne sui lati brevi e otto su almeno uno dei lati lunghi, è esattamente così descritto da Vitruvio: columnae sunt in latitudine testudinis cum angularibus dextra ac sinistra quaternae, in longitudine, quae est foro proxima, cum isdem angularibus octo (“le colonne sono quattro nella larghezza della struttura coperta sia a destra che a sinistra, comprese le colonne d’angolo, e otto, comprese le colonne d’angolo, nella lunghezza del lato che affaccia sul foro”).

Persino la misura delle colonne ridice al centimetro. Vitruvio parla di columnae […] cum capitulis pedes L, crassitudinibus quinûm, cioè di “colonne di cinquanta piedi d’altezza compresi i capitelli e larghe cinque [piedi] ciascuna”, e le colonne rinvenute misurano un metro e mezzo circa di diametro per un’altezza ricostruita di quindici metri. Considerando che un piede romano è di circa 30 centimetri, direi che il conto è presto fatto, e ritorna con precisione svizzera. 

Dunque, la basilica rinvenuta a Fano parrebbe essere, senza ombra di dubbio, l’unico edificio di cui il grande architetto Vitruvio si attribuisce la paternità. E da qui, visto quel contributo alla storia dell’architettura occidentale di cui abbiamo appena fatto menzione, le parole del ministro.

Se tali parole siano all’altezza della scoperta fatta, o – piuttosto – se la scoperta fatta sia all’altezza di tali parole, lo lascio decidere a voi.

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Massimiliano Carbonari
Massimiliano Carbonari
Massimiliano Carbonari (Perugia 1994) lavora presso la Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per le province di Siena, Grosseto e Arezzo. Archeologo e storico per studi e passione, è ideatore e autore del podcast "Ceraunia - Storie di Archeologia", con cui cerca di raccontare l'archeologia e il passato dell'uomo ad un pubblico quanto più vasto possibile

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