Sara Shamma alla Biennale 2026, la memoria di Palmira come esperienza viva

Alla 61ª Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia, Sara Shamma rappresenta la Siria con The Tower Tomb of Palmyra, un progetto che segna una svolta nel formato del Padiglione Nazionale: non più una collettiva, ma una voce unica, chiamata a confrontarsi con una delle ferite più profonde del patrimonio mediorientale. Nata a Damasco nel 1975 e oggi tra le più rilevanti artiste siriane attive a livello internazionale, Shamma ha costruito una ricerca pittorica intensa e profondamente centrata sulla condizione umana, indagando temi come perdita, identità, memoria e sradicamento attraverso una figurazione di forte impatto psicologico. Dopo oltre venticinque mostre personali tra Europa e Medio Oriente, tra cui istituzioni come la Dulwich Picture Gallery e il Museo Nazionale di Damasco, e la partecipazione a importanti biennali internazionali, è rientrata stabilmente in Siria nel 2024, riaffermando il proprio impegno nel contesto culturale del Paese.

Sara Shamma, Untitled, 2025, Oil on canvas, courtesy dell’artista

Curata da Yuko Hasegawa, l’installazione si configura come un dispositivo immersivo che intreccia pittura, architettura, luce, suono e profumazione, restituendo alla distruzione delle torri funerarie di Palmira una nuova dimensione percettiva e simbolica. Lontano da ogni tentazione ricostruttiva o archeologica, Shamma lavora sulla soglia tra assenza e presenza, attivando una memoria che non si limita a essere contemplata ma viene esperita fisicamente.

Il progetto si inserisce in un contesto storico segnato dalla dispersione e dal saccheggio delle antichità siriane durante la guerra (2011-2024), ponendo al centro una riflessione etica sul ruolo dell’arte nel riattivare ciò che è stato perduto. Ne emerge un ambiente che non spettacolarizza la rovina, ma la attraversa con rigore e sensibilità, restituendo dignità alle tracce di un passato condiviso.

In questa conversazione, l’artista approfondisce il processo che ha trasformato un’architettura funeraria distrutta in uno spazio sensoriale e relazionale, interrogando il confine tra memoria storica e linguaggio contemporaneo, tra rappresentazione e responsabilità.

Sara Shamma, Untitled, 2024, Oil on canvas, courtesy dell’artista

Il suo progetto The Tower Tomb of Palmyra per la Biennale di Venezia 2026 trasforma un’architettura funeraria distrutta in uno spazio immersivo e vivo. In che modo ha lavorato sul passaggio dalla rovina all’esperienza sensoriale, e fino a che punto questo processo implica una responsabilità etica nel “riattivare” una memoria così profondamente segnata dalla perdita?

“Fin dall’inizio, non mi interessava ricostruire il monumento come oggetto archeologico. Ciò che è andato perduto non può essere semplicemente ricreato. Volevo invece lavorare con il suo spirito, trasformando l’assenza in presenza attraverso l’esperienza artistica. Ecco perché il padiglione diventa qualcosa in cui i visitatori entrano, piuttosto che limitarsi a osservare. Attraverso la pittura, la luce, il suono, il profumo e lo spazio, la memoria viene percepita emotivamente e fisicamente, non solo compresa intellettualmente. C’è una responsabilità etica nel lavorare con una tale perdita. Per me, questo significa evitare lo spettacolo e rispettare la dignità di ciò che è stato distrutto. L’opera non cerca di sfruttare la tragedia, ma di onorare la memoria e permetterle di parlare di nuovo nel presente”.

La sua pittura si è sempre concentrata sul ritratto e sulla condizione umana; qui dialoga direttamente con i rilievi funerari di Palmira, che erano già forme di rappresentazione dell’identità. Come ha negoziato il confine tra citazione storica e intervento contemporaneo, evitando sia la musealizzazione che la sovrascrittura?

“Non volevo copiare i rilievi funerari o trattarli come oggetti da museo. Ciò che mi interessava era la loro presenza umana, lo sguardo, la dignità, il desiderio di rimanere visibili nel tempo. Quelle qualità ci parlano ancora oggi. Le mie figure sono contemporanee, ma portano con sé un’eco di quel mondo antico. In questo modo, l’opera diventa un dialogo tra passato e presente, piuttosto che una ricostruzione della storia. Per me, l’obiettivo era rispettare la memoria senza congelarla, e creare qualcosa di nuovo senza cancellare ciò che è venuto prima”.

Sara Shamma, Untitled, 2025, Oil on canvas, courtesy dell’artista

Ha scelto di integrare pittura, suono, luce e profumo in un dispositivo quasi “5D”, creato anche con artigiani locali di Damasco. In un momento in cui la Siria cerca di ridefinire la propria presenza culturale internazionale, quanto è importante per lei che l’opera non sia solo una rappresentazione, ma anche un’attivazione concreta di saperi, artigianato e comunità?

“Ciò che contava per me era che l’opera non rimanesse una rappresentazione statica. Volevo che diventasse un’esperienza che circonda il visitatore e ne coinvolge i sensi, perché la memoria non è mai solo visiva o intellettuale: vive attraverso l’atmosfera, l’emozione e la presenza. Quando un paese ha attraversato un trauma, la cultura non può essere ricostruita solo attraverso dichiarazioni o immagini. Deve essere anche ri-percepita, ri-immaginata e riconnessa all’esperienza umana. L’arte può creare quello spazio”.

L’intervista è stata fatta grazie alla collaborazione del Dr. MHD Houssam Mouazin

CYFEST 17 poster announcing the International Media Art Festival: Natura Naturans—Human Beings, Nature, Landscape; May 8–Aug 31 at CREA Cantieri del Contemporaneo, Venice.

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Paola Martino
Paola Martino
Giornalista, appassionata di lingua araba e di arte, vive a Milano. Per focusmediterranee.com e ultimabozza.it scrive per la sezione Culture, soffermandosi su artisti, mostre, eventi e progetti culturali che non hanno confini. Per lei, infatti, la cultura è un mezzo per migliorare il dialogo e la conoscenza reciproca, anche tra le due sponde: Sud Europa e Nord Africa. Si è diplomata in lingua e cultura araba all’Ismeo di Milano e ha lavorato come giornalista radiofonica.

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