San Lorenzo in Lucina Blues. L’angelo, la Meloni e il restauratore che si credeva Banksy

Vogliamo chiamarla marachella? La portata della cosa in sé potrebbe essere così aggettivata ma ci sono alcuni elementi che la elevano ben sopra il livello di scherzo. La notizia ha già fatto il giro del cortile per cui inutile che la descriva con minuzia di particolari. In una delle chiese più antiche e simboliche di Roma, San Lorenzo in Lucina, edificio costruito circa 1.700 anni fa (e, attenzione, parliamo di uno spazio particolarmente misurato, severo, caro agli intellettuali) tempo fa parte un restauro. Nulla di complesso, si tratta di rinfrescare i muri, ritoccare gli altorilievi e ridare luce ad alcune statue presenti nella basilica minore. In questa chiesa è eretto un busto marmoreo di Umberto II di Savoia accompagnato dall’iscrizione che ricorda come “cristianamente rassegnato alla divina volontà”, preferì l’esilio alla guerra civile; il busto è vegliato da due angeli, uno dei quali ha nelle mani un’immagine stilizzata dell’Italia. Sarà stato questo particolare ad ispirare il restauratore? Forse scorgere lo Stivale ha provocato il big bang che ha spinto l’artigiano ad aggiornare il volto dell’angelo e dargli di sua sponte una fisionomia altamente conosciuta?

Mi viene da pensare a un Banksy inconsapevole. Ovviamente l’artista di Bristol non fa mai nulla per caso e i suoi interventi, soprattutto outdoor, hanno sempre un significato, spesso politico o sociale. Invece questo umile restauratore di cui si dice essere sacrestano e sempre presente in chiesa sin dalla mattina, deve aver considerato San Lorenzo in Lucina estensione dell’ingresso di casa propria sino a decidere, senza consultare nessuno, che aggiornare il volto del cherubino con le sembianze (peraltro molto veritiere) della nostra Presidente del Consiglio Giorgia Meloni, sarebbe stato un bene per la chiesa, per i parrocchiani e ovviamente per lui, da sempre simpatizzante della fiamma tricolore. Non penso volesse fare uno scherzo né, credo, volesse imprimere al suo gesto le sofisticate e, al tempo stesso, semplici dinamiche di un Banksy che con le sue opere parla al mondo intero in maniera trasversale e mette in arte messaggi politici. Piuttosto Bruno Valentinetti, questo il nome del restauratore, intuisce (forse) di avere a disposizione – e senza controlli superiori – uno spazio pubblico, come fosse un muro usato da un writer qualsiasi e così, probabilmente a sua insaputa, si trasforma per l’occasione in un artista pop che interviene su un’opera esistente per farne un omaggio e un tazebao politico.

Probabilmente voleva solo dire silenziosamente la sua fuori dell’urna e sperare che, tra una preghiera e l’altra, i fedeli alzassero lo sguardo per comprendere chi, davvero, potrebbe dare una mano – ancor più dello stesso, illustrissimo padrone della chiesa – a migliorare le cose. Ascoltiamo però le parole del parroco, perché dicono molto sulla confusione che vige tra arte, restauro e controllo del medesimo: “Non capisco tutto questo clamore. Un tempo i pittori negli affreschi mettevano di tutto, anche Caravaggio in un quadro mise il volto di una prostituta. Non ci tengo a far passare la parrocchia come meloniana”.  Questo lo afferma monsignor Daniele Micheletti, rettore del Pantheon e della basilica di San Lorenzo in Lucina. Ora… al di là dell’azzardo legato a Caravaggio e alle sue note intromissioni nelle pitture di volti comuni a lui noti – prostitute comprese – siamo certi, caro Monsignor Micheletti, che la sua dichiarazione a caldo non peggiori le cose? L’inconsapevole Banksy romano, durante l’operoso silenzio del suo restauro, e cullato nella sua – tutto sommato, innocua ignoranza – ha di fatto creato un tipico incidente all’italiana: si prova a portare acqua al proprio mulino e invece il mulino sul più bello s’inceppa, l’acqua tracima e le dighe non tengono. E poi, per concludere in bellezza, la diretta interessata, la modella inconsapevole della decorazione che farà discutere per almeno 48 ore, insomma Giorgia, svicola così su Instagram, mandando il restauratore in un ovvio castigo: “No, decisamente non somiglio a un angelo”. Tanto rumore per nulla, avrebbe detto William Shakespeare.

Poster for Gianfranco Meggiato's 'in ITINERE' exhibition in San Quirico d’Orcia, July 25–Nov 1, 2026, featuring white abstract sculptures on a grassy hill.
Poster featuring an illustrated man wearing a cap and white sunglasses, blowing a large pink bubble, with a pink polka-dot background and bold title text above.

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Marco Mottolese
Marco Mottolese
Marco Mottolese ha sempre lavorato nel mondo dell’editoria. Attualmente si occupa di media relations e scrive su testate diverse. Il suo più recente libro si intitola “Mi hanno inoculato il vaccino sbagliato” (Castelvecchi) un viaggio nei tempi della pandemia. Ha fondato negli anni Novanta la casa editrice Parole di Cotone, fenomeno editoriale in Italia e all’estero. Ha vissuto a Roma (dove risiede attualmente) Londra, Perugia e Milano e in queste città si è diviso freneticamente tra creatività e management, libri, librerie e giornali, occupandosi anche di giovani artisti emergenti

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