Con Água mole em pedra dura, in mostra alla rhinoceros gallery di Roma, Rodrigo Torres presenta la sua prima personale in Italia, secondo capitolo della collaborazione tra lo spazio romano e la galleria brasiliana A Gentil Carioca. Nato da una residenza di due mesi realizzata tra c.r.e.t.a., centro di riferimento per le arti ceramiche della città eterna, e rhinoceros, il progetto si sviluppa come una riflessione sul tempo e sulla trasformazione della materia.
Per Torres la materia non è mai stabile. Ceramica, carta, legno e metallo costituiscono un archivio di possibilità da cui emergono storie, culture e tecniche che vengono continuamente rielaborate. Il titolo della mostra, tratto da un proverbio brasiliano – “l’acqua dolce sulla pietra dura” – allude proprio alla forza silenziosa dei processi lenti, capaci di trasformare anche ciò che sembra immutabile. È un principio che attraversa tutta la sua ricerca: ciò che viene estratto dalla terra, modellato e costruito è destinato, prima o poi, a ritornare alla propria origine.
Questa consapevolezza nasce dall’osservazione della foresta di Tijuca, luogo in cui l’artista è cresciuto, dove gli alberi secolari crollano, la montagna si sgretola a causa del vento e dell’acqua, ma nuove forme di vita nascono sulle rovine delle precedenti. A Roma, invece, è quasi l’opposto: è una città che sembra sospendere il tempo mantenendo in vita il passato nel presente, nel tentativo di sottrarre all’erosione il proprio patrimonio.
La mostra sembra vivere in un equilibrio instabile proprio all’interno di questa tensione: blocchi monumentali, elementi architettonici e resti minerali appaiono solidi ma lasciano intuire una costante possibilità di cedimento, nonostante i sostegni; allo stesso modo le sculture in ceramica risultano frammentate, apparentemente tenute insieme da nastri adesivi in uno sforzo enorme.

Nulla, però, è realmente ciò che sembra. La ceramica cambia forma, assume l’aspetto della carta o del cartone, della pietra o del bronzo, mentre le superfici sono dipinte dall’artista utilizzando il trompe-l’œil. Questo dispositivo di camuffamento non rappresenta un semplice virtuosismo tecnico, ma mette in crisi i codici di riconoscimento di chi guarda, tradendo la sua fiducia nella materia.
Tra i lavori realizzati durante la residenza romana spicca Por um fio d’água (Per un filo d’acqua), una vera e propria fontana nata dall’incontro con il patrimonio culturale della città. Qui l’acqua non è un semplice elemento decorativo, ma diventa il simbolo stesso della trasformazione della materia che pervade ciascuna opera: è la forza dolce, lenta e costante evocata dal titolo della mostra, capace di modificare ogni superficie, anche quella più dura. È una sorta di memento che Torres vuole fare presente, per ricordare al mondo che, per quanti secoli possano passare, nessuna costruzione materiale può sottrarsi definitivamente al cambiamento.
La mostra, inoltre, introduce un capitolo inedito della ricerca dell’artista attraverso una serie di dipinti e lavori su carta, mai esposti prima. Opere come Palazzo Strappato traducono il pensiero scultoreo in due dimensioni mediante frammenti e sovrapposizioni che simulano collage inesistenti. Anche in questo caso l’occhio viene continuamente ingannato: le immagini, all’apparenza costruite per accumulo di materiali, sono in realtà interamente dipinte, creando un cortocircuito visivo.
Sono, quindi, due le concezioni del tempo messe in scena: da un lato la natura, dove distruzione e rigenerazione coincidono; dall’altro la cultura, impegnata a preservare ciò che inevitabilmente tende a deteriorarsi. Rodrigo Torres non cerca una sintesi tra questi poli, ma costruisce uno spazio di continua oscillazione, dove la materia si rivela organismo vivente, memoria e trasformazione insieme. Riuscirà la cultura a sopravvivere al cambiamento? Água mole em pedra dura ha già risposto a questa domanda.




